Omissioni ed emozioni

Roberto Beccantini8 February 2026Pubblicato in Per sport

Le emozioni se ne fregano del censo, dei ricami, delle rime baciate. Sgorgano e annaffiano le pance, i cuori. Juventus-Lazio 2-2 da 0-2 ne è stata testimonianza devota. La partita, l’ha fatta Spalletti. Sarri, lui, dal mercato tirchio, i tifosi infuriati e i Guendouzi spariti, se l’è giocata come poteva. Di blocco basso, palleggio e contropiede. In vantaggio agli sgoccioli del primo tempo, su pressing di Maldini, pisolo di Locatelli (simbolo del rinascimento) e lecca di Pedro, complice Bremer. Poi al raddoppio in avvio di ripresa. Da Cataldi lungo a Isaksen, ciao ciao Cambiaso e bye bye Di Gregorio. La più classica delle ripartenze: contenti? Non solo. Di rimessa, i sarristi avrebbero potuto agevolmente triplicare con Dele-Bashiru, Taylor e Noslin.

Madama, adesso. Veniva dalle tre pere di Bergamo e dalla prolunga di Yildiz. Sul podio, McKennie e Kalulu. «Luscianone» l’ha cambiata: per giocare, gioca, ma appena i suoi perdono palla la nemesi fa la ola. D’accordo, il contattino Gila-Cabal; il gol di Koop, riesumato in difesa, correttamente annullato per fuorigioco di Thuram; le parate di Provedel su Bremer e Yildiz; quella di Nuno Tavares in extremis; le bolge e i rimpalli assortiti. Il pari, sia chiaro, ci sta tutto, ma attenti a fare di ogni brivido un fascio.

Di cozzo in cozzo, l’Aquila ha perso i due centrali, Gila e Provstgaard. Strada facendo, sono stati i cross da sinistra (di Cambiaso, toh, e di Boga) ad armare le capocce di McKennie (al 59’) e Kalulu (al 96’). Erano squadre senza centravanti «veri», allo stremo dei serbatoi. Chez Madama, i bomber continuano a essere tutti, tranne «Stanlio» e «Ollio». Thuram non è ancora Rabiot. E penso che siano stati gli acciacchi del Portoghesino a sguinzagliare amarcord-Zhegrova. In compenso, prezioso Boga. C’era una volta il totem Bremer. Questi sono. Mai dimenticarlo. E in campo vanno loro.

** Sassuolo-Inter 0-5 (Bisseck, Thuram, Lautaro Martinez, Akanji, Luis Henrique). Altro che «campo largo». Dimarco, lui sì «larghissimo»: 1’, parata di schiena (su Ikoné) a Sommer battuto; 11’, parabola d’angolo per la zuccata di Bisseck, con Muric clerico vagante; 17’, punizione e traversa; 28’, fuga e cross teso per il gancio di Thuram; 54’, ennesimo corner, ennesima martellata (di Akanji, stavolta). Dopodiché, tra centimetri ballerini e moccoli rossi (a Matic), come ogni bravo chirurgo che si rispetti ha lasciato agli assistenti il compito, dolce, di accompagnare il paziente in corsia.

** Genoa-Napoli 2-3 (Malinovskyi su rigore, Højlund, McTominay, Colombo, Højlund su rigore). In dieci, per il rosso a Juan Jesus. In nove, per le fotte di Buongiorno. Il cuore, e il dischetto, oltre l’ostacolo. Se era da penalty il pestone di Rrahmani su Mkhitaryan in Napoli-Inter 2-2, lo era quello di Cornet su Vergara, al di là di un tuffo che dalla giuria avrebbe ricevuto, forse, un punteggio più alto. Inutile menarla: il Var è un boia che decide e non sempre risolve. Il popolo lo adora o lo aborre in base alle teste che offre alla ghigliottina. Se mai, mi ha incuriosito la reazione del Martello salentino. Dopo il caso Rrahmani: «Vergogna». Eccetera eccetera. E due turni di squalifica. Dopo il caso Cornet: non un sospiro. Augh.

533 Commenti

Lascia un commento