Wembley con i tacchi

Roberto Beccantini16 May 2026Pubblicato in Per sport

Tacco di Semenyo su tocco di Haaland. Un attaccante esterno al centro, il centravanti all’ala. Non una novità clamorosa, ma un movimento che, provato in partita, ad alcune squadre, come sorrideva Liedholm, riesce solo in allenamento. Non al Manchester City, che così ha vinto, e proprio lì, al 71’, la Coppa d’Inghilterra (Fa Cup). Uno a zero al Chelsea. Un Chelsea mai domo ma, al di là delle differenze che l’atto unico può avvicinare, di un pianeta più basso.

Non è stata un’ordalia da caviale e champagne. No. Primo tempo da cinque, noiosetto; secondo, viceversa, da otto. Più ritmo, più pathos, più occasioni. E comunque: non è la quantità di punte che rende qualsiasi sbarco degno della Normandia che fu, ma il Pep ha piegato il risultato quando, in campo, aveva Haaland, Doku, Semenyo, Cherki e Bernardo. Cinque «offensivisti», al netto dei ruoli, delle posizioni e delle funzioni, su dieci giocatori di campo. Con Kovacic, inoltre, al posto di Rodri: una tanica di benzina a sostituire un serbatoio mezzo vuoto. A imperitura conferma che, per vincere, rischiare bisogna. Voce dalla piccionaia: e se avesse perso? Non ha perso: alla prossima…

Il Chelsea ci ha provato, e con Enzo Fernandez è andato pure vicino al pari. Ma l’ossatura è giovane e il tecnico, McFarlane, un traghettatore: sempre meglio di Rosenior (occhio ai geni «compresi», diffidava Flaiano), ma ancora lontano da Maresca.

L’arbitro, mister Inghilterra (England), ha diretto con un piglio decisionista che, chez nous, avrebbe comportato come minimo quattro o cinque assemblee di condominio al Var. Per lui, evidentemente, il rigore rimane la «massima punizione» del Novecento, non l’autopsia di scapole dell’Italietta del passato di futuro (Malagò versus Abete).

Non lo biasimo. Anzi.

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