Messico e nuvole (rosse)

Roberto Beccantini11 June 2026Pubblicato in Per sport

Non sono sempre romanzi, i battesimi. Neppure ai Mondiali. A volte, come Messico-Sudafrica 2-0, sono scaramucce che le truppe rivali, prima ancora della tattica e della tecnica, orientano verso l’epilogo. Già all’8’, i Bafana Bafana s’inventano una costruzione dal basso che finisce per liberare al tiro Quiñones, uno che in Arabia ha segnato più gol addirittura di Cristiano.

Poi un palo (dello stesso Quiñones), stop and go e go and stop, il 5-3-2 degli africani che fa il solletico alla «Tri», il raddoppio di Raul Jimenez, de cabeza, al 67’ e la notizia, questa sì, tre rossi tre: a Sithole (50’), a Zwane (84’, via Var), a Montes (90’). Un po’ severo, il brasiliano Sampaio. Mai tre espulsi in un opening game. Ma Collina sta al «giuoco» come Donald ai migranti: non faremo prigionieri. E così adrenalina e oppio si mescolano curiosi e golosi.

«Pobre México: ¡tan lejos de Dios y tan cerca de Estados Unidos!», ammoniva Nemesio García Naranjo, storico e politico messicano. Coraggio. O risultato, mio risultato. Tanto vale, allora, sterzare sulle note di «Messico e nuvole» di Enzo Jannacci, più vivaci e meno apodittiche, e sui diciassette anni di Gilberto Mora, sguinzagliato dal ct Aguirre per il delirio dell’Azteca, arena che il Club America e il Torino di paron Rocco inaugurarono nel giugno del 1966; il piatto destro di Rivera trasformò nella nostra Redenzione; la mano e il genio di Maradona consegnarono alla leggenda.

Le distanze e le profondità, e queste sono da ventimila leghe sotto i mari, aiutano a capire l’universalità del pallone. Basta un rimbalzo, uno qualunque, per farci tornare i bambini di strada che fummo. Con l’impegno di non dimenticare il marcio che ci soffoca e i desaparecidos invocati da troppe mamme.

50 Commenti

Lascia un commento