L’ombra rossa

Roberto Beccantini12 June 2026Pubblicato in Per sport

A Toronto, la Sant’Elena di Bobby Bettega, Canada e Bosnia-Erzegovina hanno firmato il primo pareggio del Mondiale obeso: 1-1. Si sapeva che non sarebbe stata una sfilata di moda. Il calcio di fine stagione è brullo, segnato da ambizioni che i serbatoi mezzo vuoti, seppur irrorati dalle pompe sovraniste, riducono al lumicino. Sempre che le idee dei piedi, e i piedi smossi dalle idee, non riescano a sconfiggere la mediocrità.

Per noi, non dico che fosse una partita speciale, mica sono matto, ma qualche detrito lo trascinava. La Bosnia, cioè la Nazionale che il 31 marzo, a Zenica, liquidò l’Italia di Gattuso ai rigori. Gente che non porge l’altra guancia, umile, diretta da un ct, Barbarez, che, conoscendone i limiti, chiede al bloque bajo di trasformarli in risorse. Ci si aspettava Dzeko. In panca, ferito. Al suo posto, Lukic: in gol, di testa, su corner di timbro inglese.

C’era poi, tra le giubbe rosse, Jonathan David. Titolarissimo, come dicevano nella Napoli di «C’era Guevara». Si temeva che Tudor e Spalletti non lo avessero capito. Ma sin dal primo stop, si è capito che lo avevano capito. Eccome. Un’occasione citofonata a Vasilj. Un’ora di sandalo al sole. Sino all’implacabile sostituzione: ironia della sorte, con un altro David (Promise, nomen omen).

I cambi offensivi di Marsch hanno decorato la rimonta, culminata nella zampata di Larin. Sia chiaro: tra pali e salvataggi sulla linea (almeno un paio), il Canada avrebbe strameritato di vincere. Ma anche di perdere, se Crepeau non si fosse immolato su un titubante Demirovic, quando ancora reggeva lo 0-1.

Ricapitolando: benino Koné e Muharemovic, così così Kolasinac e Buchanan. Ma in copertina, e non certo per accanimento terapeutico, resta David: il mestiere dell’ombra. Suggerisco, quale appello estremo, un viaggio a Lourdes. La sua, però: Lilla, 87 reti in 178 gare.

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