Una noia, ma anche una storia

Roberto Beccantini15 June 2026Pubblicato in Per sport

Innalzare la Noia a qualcosa di epico, senza essere Moravia, non era facile. Ci è riuscito Capo Verde, arcipelago di piccole isole a ovest dell’Africa. Lo 0-0 che ha imposto alla Spagna, regina d’Europa, rimarrà a lungo nella sua storia, che non è la nostra e nemmeno quella del mondo, ma pur sempre una storia.

Nel basket, le sartine rosse avrebbero vinto di trenta (a meno che non si fossero travestite da Spurs). Ma il calcio è sport che s’infila spesso il passamontagna del «gioco»: e, come tale, lascia spazio all’onanismo degli episodi. Bubista ha tirato su un muro che da noi si dice catenaccio e a Madrid bloque bajo. Come la guerra: «operazione di pace», «operazione di peace keeping», «operazione di polizia internazionale», «intervento umanitario»; guai, però, a scrivere guerra.

Ci sono state occasioni, naturalmente; e una traversa di Ferran Torres; e i voli marinettiani di Vozinha; e un possesso delle zolle al limite dell’esproprio elitario; e una montagna di angoli. Ma reti, nada. Con buona pace del guru de la Fuente. Era il 71’, quando è uscito Gavi ed è entrato Lamine Yamal, al debutto assoluto. Lo avrebbe inserito persino «quello là», ma non è questo il punto. Il punto è che il golden boy ha impugnato il bisturi con l’aria del chirurgo che, abituato ai cuori aperti, avrebbe dovuto banalmente rimuovere una verruca. Uffa.

E così, di mischia in mischia e di sbadiglio in sbadiglio, Fort Alamo ha resistito alle guarnigioni del generale Santa Anna (era messicano: e allora?). I capoverdiani non si illudono: e fanno bene. Gli spagnoli non si disilludono: e fanno altrettanto bene. Nel 2010, in Sudafrica, esordirono contro la Svizzera: 0-1, gol di tale Gelson Fernandes, dagli alluci capoverdiani. Quando si dice il destino. Zitta zitta, la Spagna di Del Bosque si rialzò, le vinse tutte e si laureò campeon. Da Durban ad Atlanta, punto e a Capo.

** Seattle: Belgio-Egitto 1-1 (Ashour, autorete di Hany). Ne passano 32 su 48 e dunque nessun dorma, nessun dramma. Però che faraoni, per un tempo, e che Ashour (classe 1998): si muove tra le linee, profitta delle sponde di Salah, segna dal limite. Il Belgio di Garcia, privo di centravanti di ruolo, ne affida la supplenza a Doku, a De Bruyne, a De Ketelaere. Un pianto. L’Egitto di Hassan ribatte colpo su colpo, salvo flettere alla distanza: il palo di De Bruyne su punizione è un avviso, l’ingresso di Lukaku – un «nove» d’area, finalmente – determina subito l’autorete di Hany. Si spegne, la contesa, dopo occasioni bipartisan. Prendete una torta, dividetela in due fette e fatevele bastare.

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