Il Carlicidio di Haaland

Roberto Beccantini6 July 2026Pubblicato in Per sport

Con una capocciata e una sberla Erling Haaland sfascia il carro sul quale sambeggiavano i ballerini di «Carlao». Era dal 1990 che o Brasil non usciva agli ottavi: trafitto, quel pomeriggio a Torino, da una puntura di Caniggia su tocco made in Diego (di destro!). Era la seleçao di Lazaroni: senza «dieci» e, summa iniuria, con il battitore libero (Mauro Galvao).

Il Metlife Stadium del New Jersey si aggiunge, così, alla stordente Spoon River della Nazionale cinque volte campione, l’ultima – nel 2002 a Yokohama – quando schierava Ronaldo il Fenomeno, Rivaldo, Ronaldinho e Roberto Carlos.

Naturalmente, in alto i remi e i boccali per la Norvegia di Solbakken che ha saputo creare, attorno al suo Pavarotti, un’orchestra diretta da un Odegaard in grande spolvero. Non che i gialli di Ancelotti non abbiano attaccato. Ma hanno trovato di fronte due Haaland: uno al centro dell’attacco, e si sapeva; l’altro in porta, Ørjan Nyland, e non si sapeva. Protagonista, già al 12’, sul rigore di Bruno Guimaraes. Aperta parentesi: incredibile che la falciata di Ajer a Matheus Cunha fosse sfuggita a quel cow boy svampito di Elfat, stampellato dal Var. Chiusa parentesi. Poi su Martinelli, su Vinicius e, complice un palo, persino su quel masochista di Ajer. E quando stava ormai raccomandando l’anima ai suoi arcavoli, è stato il diciannovenne Endrick, in avvio di ripresa, a risparmiarlo.

Il calcio è così. E sarebbe stato addirittura 2-0 se nel recupero del recupero l’arbitro, li mortacci suoi, non avesse offerto alla reliquia di Neymar il rigorino del 2-1 (cozzo Ostigard-Casemiro). La Norvegia non ha mai rinunciato. Spesso, ha palleggiato in faccia a chi aveva eletto il palleggio a religione, sbandierando l’eresia del 66% di possesso, nonostante l’ossimoro di un Nusa ammanettato dalle rughe di Danilo. I cambi di «Carlao», da Endrick a Neymar, hanno lasciato orme vaghe. Quelli del Pelato, viceversa, tracce sontuose: Bobb, vitalità e coraggio; Schjelderup, un assist e mezzo. Senza trascurare, a monte, i ricami di Berg, una «sartina» che pareva piovuta dalla Masia.

Le lacrime del Brasile non sono lacrime di coccodrillo. Sono molto di più, molto peggio: sono i pianti di una Paese che, con qualsiasi ct al comando, si ritrova a dover barattare la narrazione con la presunzione, la fiction con la realtà. «Padre tempo» ricorda, non proprio sommessamente, il 3-0 e il 4-1 che i norvegesi inflissero a Spalletti e, per la par condicio, a Gattuso.

Ma non è il momento, questo, di rivangare l’Azzurro tenebra. Se i superlativi per Nyland affiorano dalla cronaca spicciola, le serenate a Haaland, capace di uccellare fior di stopper (Gabriel) e signori portieri (Alisson), appartengono ormai alla liturgia di uno sport che per fortuna, nel rapporto con le lavagne, non dimentica mai l’uomo. La sua ciccia, nel caso specifico, e il suo spirito, il suo fiuto. Con la qualità degli attimi che, d’improvviso, si mangia la quantità della fasi. E delle frasi.

Postilla: la grazia concessa a Folarin Balogun, espulso contro la Bosnia e riqualificato per la sfida con il Belgio, è una porcata. Fifa unita per gli Stati Uniti di Donald. Non proprio un altro premio per la pace, ma quasi. Verguenza.

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