Visto Como si può giocare?

Roberto Beccantini10 September 2026

Champions, terza rata. A gentile richiesta, riesumo un vecchio slogan: in Europa è diverso. Non per tutti.

** Como-Lipsia 4-1 (Baturina, Douvikas, Diao, Maksimovic, Perrone). Era il battesimo assoluto in Europa. Più bravi dei Bravi manzoniani. Chapeau. Il Lipsia non arrivava da Marte, questo no, ma che rumba, i ballerini di Fabregas. Baturina (the best), da Douvikas; Douvikas, da Baturina, in verticale; Diao, da Nico Paz; Perrone, ancora da Nico. Ciao Nusa, ciao Nkunku, ciao Maksimovic (sua la rete della staffa, il più brillante).

Per 45’, puro showtime; alla distanza, blocchetto basso, transizioni e, dal 65’, dentro Kempf e difesa a cinque, senza che dal lago nessuno storcesse il taccuino. Cesc la vie, l’ho già scritto. Lo riscrivo. Baturina e Diao sul gradino più alto. E Kean, subentrato, più ordine (e agli ordini) che disordine. Nessuno è perfetto, e manco il Como lo è. Però, a vederlo, ci si diverte: e dal momento che è anche storia, evviva.

** Fenerbahce-Roma 1-1 (Cristante, Brown). Difesa e ripartenze, gli opliti di Kartal, contro palla a noi e avanti coi carri. Il Gasp ci teneva. Il «Fener» è una tribù di «firme» – Ederson, Skriniar, Aké, Kanté, Muriqui, Greenwood, Lukaku – e soffre il pressing degli avversari. Sarà pure caldo, l’ambiente di Istanbul, ma lo è ancora di più il destro con il quale Cristante spacca l’equilibrio su iniziativa di Malen (in versione «nove e mezzo»: oggettivamente, non molto altro). Dybala e Soulé a supporto, Wesley luci e ombre, Rensch in ombra. Il pari di Brown – esterno sinistro di ruolo, scavetto da centravanti su filtrante di Greenwood – inaugura la ripresa di una Lupa calante. Ecco, allora, Svilar: reattivo su Muriqi (ma che mollezza, l’ex Lazio), bravo su Aydin e baciato da una traversa. Prezioso l’ingresso di Big Rom. E’ l’87’, quando esce Malen ed entra De Roon: omnia munda mundis.

La bella noia

Roberto Beccantini9 September 2026

Il pullman ha retto per 75 minuti. Senza Mc e senza Anguissa, con un mano di 4-3-3 sulle fiancate, ma con i sedili imbottiti e i finestrini sprangati, fra i cori anti Aurelio e la supremazia un po’ «boring» (noiosa), dell’Arsenal. Per il Feticista, terza sconfitta di fila, dopo Como e Inter. La seconda al Maradona.

E’ il naso di Pinocchio, il corto muso del tabellino. Se escludiamo un paio di tiri dimostrativi in avvio (De Bruyne, Politano), tanto per far vedere in diretta che dentro il torpedone c’era vita, la partita l’hanno fatta i «gunners»: 58% di possesso a 42%, 25 tiri a 6 (9 a 3 in porta). Complice l’umidità, il ritmo non è stato frenetico. A calibrarlo ci ha pensato Martin Ødegaard , migliore in campo per acclamazione, oltre che autore del gol: dal limite, di sinistro, al culmine di un raffinato fraseggio.

Stiamo parlando di una squadra che, la scorsa stagione, ne aveva dati tre all’Inter a San Siro, vinto la Premier e perso la Champions solo ai rigori con il Paris. Altra categoria. Il pareggio, che barcollava ubriaco, era un inganno: gran parata di Meret (poi sostituito da Milinkovic-Savic) sulla sgrullata di Merino al 22’; sgorbio balistico di Bukayo Saka al 45’; tap-in altissimo, sotto misura, di Hincapié; e, spaccato l’equilibrio, doppio muro di Milinkovic-Savic e Rafa Marin su Madueke e Tzolis all’84’; ancora il portiere e ancora Tzolis al 93’.

Il greco, già. Uno dei cambi, con Bruno Guimaraes, Madueke, Havertz. Sull’altro fronte: Favasuli, Vergara, Neres, Lucca. «Fate vobis». Che tenerezza, Gilmour e Lobotka in mezzo. E Højlund laggiù, isolato. E De Bruyne, di anni 35, a mendicare quei palloni che avrebbe dovuto trasformare in munizioni.

Per Arteta, il calcio è pressione e per Max, «halma». Resta il pullman. Che, se hai Mbappé e Vinicius, offrirà sempre sfoghi ai passeggeri. Ma se non li hai, cavoli amari. (Voce dal fondo: Gasp non li ha, eppure. Uffa).

Suicidio e castigo

Roberto Beccantini8 September 2026

Hai capito, quel filibustiere di Mourinho. Lascia la torta all’Inter e le nasconde il coltello. E così subito Courtois para di qua e para di là, la squadra del Reverendo sequestra il centro del ring, ma la lama? Mbappé la strappa a Jones e Bisseck: 1-0 al 14’. Martinez la regala a Valverde: 2-0 al 23’. Numeri da circo.

Al Bernabeu, la Champions è sempre un viaggio sulla luna. La storia non è mai sazia. A Mou ne mancano un sacco (Arda Guler, Bernardo Silva eccetera), a Chivu uno: Dimarco. Il pullman dei blancos si muove nel traffico, rischia su Thuram, Lautaro e Jones, ma poi, proprio al 45’, potrebbe infierire con Bellingham (e qui, bravo il portiere).

Il palleggio, d’accordo. E il coraggio. Ma ogni palla persa è un contropiede; e ogni contropiede, un morso di serpente. Solo che Vinicius, Mbappé, Bellingham e Brahim Diaz vorrebbero entrare in porta con la palla, vizietto che ne annacqua l’istinto carnale e letale. Sia chiaro: potrebbe segnare anche l’Inter, per quanto costretta a barattare le occasioni con i pericoli.

L’effetto fornace condiziona il ritmo, mai frenetico. E’ il capitano, al 77’, ad armare l’1-2 di Carlos Augusto. In un carnevale di staffette l’ordalia rotola verso un epilogo che giusto gli episodi avrebbero potuto sabotare. Alla rinfusa: Dumfries, ex a pelo di sufficienza; un po’ meglio Hijsen, con la zavorra di due autogol sfiorati. I migliori: Diouf e Carlos Augusto; Courtois, Bellingham e Valverde.

Dirigeva Oliver, quello del bidone d’immondizia al posto del cuore: Var zero, come nei nostri cortili. Morale «de la noche»: rimpianti e rimorsi, l’Inter; 59% di possesso a 41%; 15 tiri a 9; 11 angoli a 4. Ma Bisseck e Pavard non hanno «parato» meno di Martinez, capace di ribellarsi alle lamiere del suo incubo.

Dimenticavo i fischi a Mbappé. Suggerisco un abbonamento a Kolo.