Le sartine, non i modelli

Roberto Beccantini14 July 2026

Se il rigore di Oyarzabal era stato un episodio, vista la sciocchezza di Digne su Yamal, il triangolo con Dani Olmo e la stoccata di Pedro Porro, un terzino, sono stati di una bellezza rapsodica. E così, a Dallas: Francia zero Spagna due. I miei favoriti a Miami, i miei vice a New York.

La Bastiglia cadde il 14 luglio. Ah, la Nemesi. Il calcio delle sartine è un periodo fra nuvole di virgole: a volte troppe, ma solo a volte. Quello dei moschettieri, una frase di poche parole, alla ricerca proustiana degli esclamativi perduti. Il 4-3-3 di de la Fuente contro il 4-2-3-1 di Deschamps: non c’è partita, al netto di equilibri subdoli. Rodri si mangia Olise, tanto da spingerlo all’ala (il suo ruolo, per me). La difesa alta e il fuorigioco disarmano Mbappé, mentre Dembélé, più ancora di Barcola, il meno bollito, vaga mestamente: ostaggio e non rapitore.

Le occasioni e le emozioni sono merce rara. La mossa di Tchouaméni al posto di Kondé non paga; e nemmeno l’ingresso di Kondé per un nervoso (e ammonito) Rabiot. Il pensiero forte della Spagna è palleggio forbito, Dani Olmo ondeggiante fra le linee, Cucurella leonino, Cubarsì e Laporte a spolverare le ragnatele della trequarti. E mago Merino? Mica ce n’è stato bisogno.

Non uno dei candidati all’Oscar che strappi l’ovazione. Neppure Yamal, nonostante la tremarella di un Digne «rimasto» al penalty. Di Unai Simon è un’uscita da «libero» su Mbappé che ricordo, non un tuffo. Dominano, gli spagnoli, anche quando sembra che non lo facciano, o siano minacciati. Il centrocampo batte bandiera «roja»: è la chiave che apre (e chiuderà) le stanze dell’ordalia.

L’ultima (e sino a oggi unica) finale della Spagna risaliva al 2010: all’edizione di Johannesburg, 1-0 all’Olanda dopo 120’ di risse da Bronx. La decise Iniesta, la più sartina delle sartine. E adesso, Inghilterra o Argentina. La polveriera della storia.

Sensori e peccatori

Roberto Beccantini12 July 2026

In Qatar, quattro anni fa, le semifinali furono: Argentina-Croazia 3-0 e Francia-Marocco 2-0. In Russia, nel 2018, erano state: Francia-Belgio 1-0 e Croazia-Inghilterra 2-1 dts. Nel 2026, tra Canada, Messico e Stati Uniti, saranno: martedì Francia-Spagna, mercoledì Inghilterra-Argentina.

Vamos. I vice campioni del Mondo contro i campioni d’Europa. Le manine de Diòs contro i fruitori dei sensori dormienti della spider cam. 1986-2026: quarant’anni di turismo psicopatico tra il più grande furto e il gol più grande. L’eredità di Diego non pesa più sul fioretto di Leo. Ecco. Ne mancava una. L’Argentina. A Kansas City, ha liquidato la Svizzera per 3-1 dopo aver raschiato, come i leoncini di Tuchel, il fondo dei supplementari. In vantaggio con la crapa di Mac Allister, lucidata dalla Pulce, e beccata in divieto di pausa da un triangolo Ndoye-Rodriguez-Ndoye, deve molto del tribolato successo al lodo Bastoni che smascherava, via Var, la simulazione di Embolo, già ammonito, e dunque: secondo giallo e giallo cancellato a Paredes.

Era il 72’: Yakin non poteva più giocare ad armi pari. Scaloni, lui, affiancava Lautaro a Julian Alvarez. Mica c’era bisogno di «scalonete». Bastava dimettersi da timidi e cingere d’assedio la tende di Kobel. Bastava cogliere l’attimo. Privi di Manzambi e di Vargas (costui, dentro dal 115’), i rosso-crociati, secondo il lessico d’antan, si dedicavano a Messi, soprattutto. E così, dimenticato, Julian pittava un destro meraviglioso. Una volta sotto, e una volta buttatisi alla ricerca del classico ago nel pagliaio, scattava il contropiede dei campeones, suggellato dal rimorchio del Toro interista. Amen.

E’ il momento del borsino:

Francia 51% Spagna 49%

Inghilterra 49% Argentina 51%.

Miami Bell

Roberto Beccantini12 July 2026

Dalla lotteria mondiale dei pesi massimi di Miami non sono usciti né Harry Kane né Erling Haaland. I biglietti vincenti, dopo l’arcobaleno di Schjelderup al 34’, li ha estratti Jude Bellingham. Tuttocampista moderno ed esiziale, se solo il fiato ne sorregge l’eclettismo delle funzioni e la vena delle intuizioni. La sua doppietta fissa il 2-1 dell’Inghilterra a una Norvegia mai doma, mai succube. Se non quando l’avversario la sballottava.

Dicevo di Kane e Haaland: niente «Rumble in the jungle» come a Kinshasa, nel 1974, tra Ali e Foreman. Muscoli randagi, ciccia vagante ai margini dei cozzi, stopper come braccialetti elettronici. Così, è stato «Bell» l’hombre del partido. Il pareggio, al 45’ e rotti, lo sigla da centravanti puro e tecnico, in scivolata, su tocco di Gordon. Il sorpasso lo riserva al 93’, e qui la storia adesca e seduce l’episodio.

Ricordate Nyland? Contro il Brasile aveva accompagnato e protetto la caccia del suo Attila parando tutto a tutti, compreso un rigore a Bruno Guimaraes. Stavolta, invece, è proprio lui, nei supplementari, a mascherarsi da Lammens e a trasformare il tiro di Cubarsì-Rogers nel tap-in di Merino-Bellingham. Sic transit. E’ la vita, è il calcio. E il mestiere del portiere, un’agonia.

L’ordalia rimbalza fra una traversa di Ajer, un gol annullato a Kane (fuorigioco) e uno a Heggem (spintona di Haaland). Tuchel e Solbakken si sono sfidati in un regime di mosse e scosse che hanno portato alla ribalta Bukayo Saka, Rogers e Spence, nonché i «soliti» Bobb e Nusa. Se la regia di Odegaard e Berg offriva spunti, l’uscita di Rice rallentava l’impeto dell’England.

Resta il mistero, alla fine, della panca di Haaland. Problemi fisici, voglio sperare. Quante ne aveva dette, in avvio, a quell’egoista di Sorloth. Vogare tutti insieme non sempre basta. Ma se i Leoni avanzano a criniera in fuori, i Vichinghi escono tra gli applausi. Almeno i miei.