Da applausi (anche di tristezza)

Roberto Beccantini19 April 2026

Non il caviale e champagne di Manchester City-Arsenal 2-1, naturalmente, ma neppure la brodaglia di Verona-Milan 0-1. Juventus-Bologna 2-0 è stata «una» partita. Per almeno 80 minuti, sino cioè al k.o. di Bernardeschi, coccolato dalle curve, che lasciava gli ospiti in dieci. Già dal primo tempo Madama avrebbe dovuto ricavare – sul piano del gioco, del ritmo e degli episodi – un bottino meno striminzito del gol-lampo di David (sì, lui), di testa su cross di Kalulu. Penso a Conceiçao murato da Ravaglia, alla traversa di Holm, all’occasione sciupata dal canadese. Più varie ed eventuali.

Venivano, gli opliti di Italiano, dallo 0-4 di Birmingham. A naso, il turnover non ha pagato. Un po’ meglio in avvio di ripresa, con un Orsolini non più ammanettato al gesso della linea, ma il raddoppio aereo di Thuram, subentrato a Holm, su parabola di McKennie, fissava confini profondi. Rowe, che impiegherei sempre, entrava solo allora e colpiva un palo. Non era più la Madama in lungo di metà match, capace di ficcanti cambi di settore, tra le catene di destra (Holm, Conceiçao) e di sinistra (Cambiaso, Boga), per tacere dei vai-e-dai di Locatelli e «Casinò Texas». Non era più quella, ma anche in jeans faceva la sua figura.

Se contro il Genoa la sofferenza fu liberata dal rigore parato da Di Gregorio a Martin, questa volta – montante a parte – non c’è stato bisogno di novene. Sono entrati Yildiz, Zhegrova e persino Openda. E David, clamoroso, è uscito tra gli applausi. Se il Bologna era un po’ stanco, e lo era, la manovra avvolgente della Goeba ha contribuito ad accentuarne la fragilità, la timidezza.

Spallettone le ha soffiato geometrie che non tutti i piedi reggono. Ma si sforzano, credendo nel mister, di onorarle. La Juventus pedala a 3 punti dalle seconde e a più 5 sulle quinte. Questa però è cronaca e non storia, storia triste e suggestiva come il toccante ricordo di Manninger, il portiere che sapeva stare al suo posto.

Alla Neuerdeliri

Roberto Beccantini15 April 2026

Robe di questo mondo: di «questo», per fortuna. Bayern-Real 4-3 dopo il 2-1 del Bernabeu. Dunque: crucchi in semifinale, blancos «afuera». Dobbiamo ai portieri se la partita è diventata un vulcano. Erroraccio di Neuer, l’eroe dell’andata, e pennello mancino di Arda Güler. Capocciata di Pavlovic, su corner, con Lunin, il vice Courtois, sposato al gesso della linea.

Fuoco alle polveri. Ancora Arda Güler, su punizione (generosa) e ancora Neuer in ritardo (si riscatterà su Mbappé). Upamecano titilla il destro di Kane (al 50° gol stagionale). Poi, contropiede in scioltezza, da Vinicius a Mbappé, allez: 40°. Il tabellino esonda. La cronaca straripa. Gesti di squisita beltà ed errori di inaudita comicità. Con le difese sull’orlo di una crisi di nervi: il Bayern, per supponenza; il Real, per indigenza.

Attacca al passo, la squadra di Kompany. Mordono come serpenti, gli opliti di Arbeloa. Per esempio: Vinicius scheggia la traversa e si divora un paio di sontuose occasioni; Mbappé flirta con la rete che, probabilmente, avrebbe chiuso il contenzioso. Lunin, lui, sventa su Kimmich e Olise.

L’avanzata in massa dei tedeschi, il catenaccio degli avversari attorno a Militao e Rudiger. E’ la trama di un film che molti di noi hanno visto e rivisto. Sino al minuto chiave: l’87’, sul 2-3. Camavinga aveva sostituito Brahim Diaz. Già ammonito, commette un fallo e, sciocchino, si porta via il pallone. L’arbitro (veni, vidi, Vincic), esageratone, estrae il secondo giallo. Espulso. Per il Bayern, una flebo di benzina: Luis Diaz, fin lì fumo di Baviera, timbra l’aggancio; Olise, con un arcobaleno da applausi, il sorpasso. Addirittura.

Finisce con il Real che dà la caccia all’arbitro. Proprio così: con il Real che dà la caccia all’arbitro (e non con l’arbitro che gli si inchina). «Senza contraddizione non c’è vita», salmodiava Mao Tse Tung. Però mi mancava.

Dembappé e Cholo Cholo

Roberto Beccantini14 April 2026

Se il Paris avesse segnato nel primo tempo – dominato, tranne una «paratona» di Marquinhos su Van Dijk – nulla da dire. Avendo segnato al 72’, quando stava dominando il Liverpool, niente da fare. Sempre Dembélé, trasformato da Luis Enrique in «Dembappé», ha firmato il raddoppio al 91’. Dunque: 0-2, 0-2. «Qatarioti» in semifinale, Reds a casa, Ekitike in ospedale: auguri. E’ la Champions, ladies and gentlemen. Sangue e arena.

I detentori, ai quali la Lega francese aveva risparmiato l’impegno di campionato (honni soit qui «bien» y pense), giocano a memoria. Via di slancio, tanto per fissare i confini; a blocco basso, se serve (e per una mezz’oretta è servito); in contropiede, se conviene. L’intera gamma. Il Liverpool? Non è più la ruspa che spianò la Premier. Isak? Wirtz? Milioni buttati. Meglio con Salah, nella ripresa: anche se non è più Salah.

** Atletico Madrid-Barcellona 1-2 (Yamal, Ferran Torres, Lookman). Alla faccia dello 0-2 del Camp Nou. Che incipit, gli azulgrana. Subito avanti, complice un disastroso Lenglet, e a un passo dallo 0-3, con Fermin Lopez, tra i tuffi e i guanti del Musso volante. I materassai del Cholo sono tutti lì, aggrappati ai finestrini del pullman. Ostaggi, più che assediati. Poi, per una volta che il bus si apre a una pipì improvvisa, ripartenza e pera di Lookman. A proposito di Musso, Ruggeri e dell’eroe di Dublino: piccola Dea non molla.

Il dna del Barcellona è «dovere». L’Atletico è massa, è cuore. Più passa il tempo, più Musso s’inerpica, più le energie e le magie di Yamal calano. Il rosso esagerato a Eric Garcia su Sorloth, al 79’, non mescola la trama. Flick, che si era giocato Lewandowski e Rashford, sfiora i supplementari con una craniata di Araujo. Di rimessa, avrebbe potuto timbrare Molina. Morale: l’assenza di Raphinha avrà pure pesato, ma sciacquarsi i panni difensivi nella Senna di Luis Enrique, no?