Il singolo: e allora? Var West a San Siro

Roberto Beccantini29 November 2025

Con il vate era finita 1-1. Con l’abate finisce 2-1. La Juventus ha fatto la sua partita, lentamente, come un tango strozzato. Il Cagliari, la sua: di catenaccio e contragolpe.

Dalla gelateria di Bodø alla chincaglieria dello Stadium. Vi segnalo il Palestra Marco dei sardi: terzino destro, 20 anni, scuola Gasp, si beve sistematicamente Kostic e, al 26’, spalanca la porta a Seba Esposito, fratello di Pio. Madama, che fin lì aveva ciondolato per il campo, si scrolla la polvere di dosso e pareggia subito: azione tipo rugby, Thuram, rimpallo di Luperto, esterno destro di Yildiz.

Spalletti e Pisacane se la giocano a scacchi. Vlahovic tira e s’infortuna (gravemente, a leggere l’ufficio facce, come avrebbe chiosato l’impareggiabile Beppe Viola). E’ ormai il 46’, ma un «improvvisamente» ci sta tutto. Perché l’azione è bella e verticale. Una rarità. Koop-Mc Kennie-Kalulu-Yildiz (again): di sinistro, stavolta. E sempre da centravanti, ahum ahum.

Le energie spese in Norvegia cominciano ad affiorare e a inquinare. Le rotazioni ingolfano la trama. In questi casi, o la chiudi o sono cavoli. Saranno cavoli. Avrebbero potuto liquidarla Conceiçao (bravo Caprile), Koop (a fil di montante), ancora il Portoghesino (altissimo). E così il Cagliari resta aggrappato a tutto e a tutti, sfiorando il pari con Idrissi e Felici, murati entrambi da Perin. Una ruleta di McKennie viene banalizzata dalla sciatteria di «Stanlio» e Openda, i cui sgorbi – da subentrati – ingessano gli equilibri precari di avversari molto «lunghi».

Il mio podio, per concludere. Kenan Yildiz, naturalmente sul gradino più alto: gli assist al Polo, la doppietta odierna. A ruota, Conceiçao (mira esclusa) e Palestra. Due vittorie, due rimonte: il titolo recita che l’ha decisa un singolo. Pazienza. C’è di peggio. E al primo dribbling di un centravanti, svegliatemi. Grazie.
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Roulette al Polo

Roberto Beccantini25 November 2025

Bisognava avventurarsi oltre il Circolo polare artico (e molto altro…) per scongelare dal frigo i gol di Openda e David. E così, Bodo Glimt-Juventus 2-3. Primo successo in Champions. Solo dei saggi potevano immaginarsi una partita diversa. Magari una formazione diversa, sì, ma il calcio – quante volte devo ripetervelo – è metà arte e metà riffa.

Da queste parti, le avevano prese la Roma di Mourinho e la Lazio di Sarri. E a «Luscianone» non è che la Norvegia portasse fortuna: con o senza Haaland; con o senza neve (a proposito: manco un fiocco). Dicevo della formazione: Perin, Adzic, Miretti, Openda. Mah. Adzic, in particolare: l’emozione lo ha tagliato subito. L’estetica sul sintetico è difficile da realizzare, specialmente se non azzecchi un passaggio e becchi gol dall’immancabile corner e dall’immarcato Blomberg. Era una Juventus in balìa di sé stessa, prima ancora che degli avversari. Pavida, tirchia. Al di là dei dribbling di Conceiçao e le parate di Haikin.

Alla ripresa, l’Abatone di Certaldo si corregge. Non poteva non arrivarci. Fuori Adzic, dentro Yildiz. La torcia. Cambia passo, Madama, e accetta il coraggio del rischio; pareggia con Openda, in mischia; raddoppia, di testa, con Casinò-McKennie (su azione Yildiz-Miretti), fa del portiere il protagonista sommo, fa, fa, ma non chiude. E allora, non appena frena, non appena rincula, Cabal (un cambio non esattamente illuminato) affetta Aucklend e Fet trasforma il rigore. E’ l’87’. Gli spettri del Villarreal incombono, la squadra di Knutsen si gasa e sfiora il tris. Tris che, viceversa, coglie la Vecchia, grazie a una percussione del turco (voto 8) e a una zampata sotto misura di David. E’ il 91’. Miracolo.

Morale della trasferta: tante, troppe Juventus in una. Da Thiago a Tudor a Spalletti. Se può essere una forza – caratteriale, di giocate, di episodi, eccetera – di sicuro resta un limite.
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Fort Maignan

Roberto Beccantini23 November 2025

Dai sei derby made in Simone ai sei del Diavolo, due pareggiati e quattro vinti. L’ultimo, nella tana dell’Inter, per 1-0. Se l’idea del corto muso sgomita già dal risultato, figuriamoci dalla trama: Fort Maignan fino alla fine. Il tuffo sull’incornata di Thuram, il palo di Acerbi, i guanti più palo sul destro di Lautaro, il rigorino varista parato e ri-parato all’infallibile Calhanoglu; una sicurezza tale da rendere ogni citofonata in portineria un pretesto per ergersi ad amministratore del condominio. Voto 9. E in materia di penalty, do you remember Dybala? Appunto.

Ecco. Questo è il succo di un’ordalia che ha regalato le cifre alle belve (64% di possesso, 16 tiri a 8 e 5 a 3 nello specchio, 9 angoli a uno) e la ciccia ai domatori. «Solo» quella. Frutto di un contropiede, in avvio di ripresa, animato da Fofana, rifinito da Saelemaekers (Sommer così così) e suggellato da Pulisic, l’Usa e (quasi mai) getta.

Allegri recuperava Tomori e Rabiot. Chivu, lui, era senza Dumfries. Dettagli vanoniani, ok, ma cruciali, visto l’apporto grigio di Carlos Augusto. Immagino il lutto al braccio dei fusignanisti: ma come, noi si fa la partita e loro la portano a casa? E’ la legge del West, Pazienti miei. All’estero non si fa molta strada, in Italia sì. Max ha replicato il blocco basso (ah ah ah) già indigesto alla Roma del Gasp, fiammeggiante e strameritata capolista. Leao centravanti, privo della rampa da cui decollare, è stato un peso. Prima e dopo l’episodio che ha spaccato la notte.

Per Chivu, è la quarta sconfitta: Udinese, Juventus, Napoli, Milan. Tre grandi su quattro. E sempre, o quasi, sprecando e calando. Poco da Martinez, stavolta. E pure dal turco. La rinuncia a Zielinski? Sucic, alla lunga, qualche lumino l’ha acceso. Rimane il tabellino. Questo «atomo opaco del male» sul quale non tramonterà mai la rissa.