Premiata Cialtroneria Italia

Roberto Beccantini27 July 2026

Il mio candidato a ct della Nazionale era Silvio Baldini. Oggi, però, difendo Andrea Pirlo, titoli esente, dalla Premiata Cialtroneria Italia. Scoprire in differita la sua «insalata russa» (e se fossero stati siti di scommesse riconducibili a Netanyahu?) conferma il Paese che siamo. Da Carlo Calenda, venticello de Roma, a Mauro Berruto, lui sì una grossa delusione, don Giovanni Aniene raccoglie quello che ha seminato, metà burattino e metà burattinaio.

Al posto di Paolo Maldini e Leonardo mi sarei già dimesso: lo faranno in serata. Sorrido pensando a uno dei motivi che avrebbero portato alla bocciatura di Baldini: l’aver dato dei «lestofanti» a molti degli attuali dirigenti dell’italica pedata. Se è per questo, in tempi non sospetti Malagò, pizzicato in un’elezione legaiola non proprio cristallina, li chiamò «delinquenti veri».

Quando uscì il nome di Pep Guardiola, Luciano Goodson (Buonfiglio) da presidente del Coni dichiarò di preferire un ct italiano. Julio Velasco è ancora lì che sghignazza. Ripeto: il presidente del Coni. E così l’ultimo dei problemi è diventato il primo dei teatrini.

«Nel grande mercato libero e carnevalesco del mondo di oggi, niente sembra più udibile se non è scandaloso, ma niente è abbastanza scandaloso da diventare memorabile» (da «Dura un attimo il giorno» di Claudio Magris, a cura di Maddalena Longo).

Segue alle prossime puntate.

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Record di salto in «altro»

Roberto Beccantini25 July 2026

Fabio, un gentile lettore, mi chiede un parere sulla nomina di Andrea Pirlo. Scrivere il giorno dopo, di questi tempi, è come scrivere un anno dopo. Ma tant’è. Concordo sul fatto che il ct fosse, e rimanga, l’ultimo dei problemi. Contrario ai ritornismi (nel caso specifico: Antonio Conte, Roberto Mancini), avrei promosso Silvio Baldini dalla Under. Cane sciolto, testa dura.

Certo, il trasloco dalle visioni di Pep Guardiola alle di-visioni create da Pirlo è enorme. Successore di Maurizio Sarri, che mai avrei segato, Andrea portò la Juventus al quarto posto e a un paio di trofei: la Coppa Italia, la Supercoppa. Inoltre, con lui, Cristiano Ronaldo si laureò capocannoniere. In Champions, viceversa, uscì negli ottavi, secondo prassi. Era stata una scommessa di Andrea Agnelli. Offrirgli un’altra chance mi sembrava il minimo. Invece no. L’Allegri bis.

La Nazionale, adesso. Punta di un sistema da rifondare dalla base, e non dal vertice. Le luci al neon del night. Giovanni Malagò aveva battezzato Mancini; la Lega di serie A, Conte. Hanno vinto Paolo Maldini e Leonardo: Pirlo. Al Milan, il primo allenatore reclutato da Paolo (e da Zvone Boban) era stato Marco Giampaolo. Esonerato in corso d’opera. Con Stefano Pioli, il carro attrezzi, fu scudetto. Addirittura.

Dal Gre-No-Li al Ma-Ma-Le. Dal Pep al Pir. Nations League a settembre, poi qualificazioni europee. S’invoca il tecnico moderno, quando, viceversa, servirebbero giocatori moderni. Se dietro li formi, basta un Luis de la Fuente. Se li trascuri, ciao Pep.

Una barzelletta, ho letto. Un azzardo. Una sfida. Non resta che parafrasare il celeberrimo aforisma che Indro Montanelli dedicò ad Alcide De Gasperi e Giulio Andreotti: «In campo, Guardiola parlava con Dio, Pirlo col prete (replica di Pirlo: «Sì, ma a me il prete rispondeva»). Amen.

Dribblo e chiudo

Roberto Beccantini20 July 2026

Di Kevin Keegan il ricordo più nitido risale a Inghilterra-Italia 2-0 del 16 novembre 1977. Qualificazioni mondiali. Wembley, quello vecchio, là dove Long John Chinaglia e Fabio Capello avevano liberato camerieri e pizzaioli dalle manette dei perfidi tabloid.

Dunque. I ct erano Ron Greenwood ed Enzo Bearzot. All’andata, a Roma, 2-0 per noi: punizione di Giancarlo Antognoni e cabezazo di Roberto Bettega. Succede che il «Vecio» parte con Renato Zaccarelli su Kevin e costui, già all’11’, timbra. Di testa, addirittura, Uhm. Dalla panca capiscono e urlano a Marco (Tardelli): vacci tu. E Zac passa a «miglior» sera. Numero sette, una foresta nera e ben pettinata, il dribbling per sfidare e non per scansare. Con Tardelli sarebbe stata lotta continua, sino all’assist, aristocratico, per il raddoppio di Trevor Brooking.

Keegan ci ha lasciato a 75 anni. Stella filante del Liverpool, con il quale inaugurò la suite aziendale di Coppa dei Campioni (1977: 3-1 al Borussia Moenchengladbach), esule ad Amburgo e sempre in prima linea. Due volte pallone d’oro. Lo rammento al Bernabeu, sconfitto dal Nottingham Forest di Brian Clough nella finale della Coppa dei Campioni 1980. La decise un destro del «mancino» John Robertson. Lui? Partecipò, decoubertianamente.

Allenatore, portò il Newcastle in Premier e perse uno «scudetto» che ormai aveva in pugno, facendosi recuperare 12 punti dal Manchester United di Alex Ferguson. E’ stato anche commissario della Nazionale. Ma è il giocatore che rimarrà nella storia e nella memoria. Numero «sette», 1 metro e 73 di passi brevi, di tocchi serpenteschi, ala e/o punta larga, dai fulmini a ciel sereno (quando, cioè, la partita ristagnava).

Disertava le abbuffate di schemi per cibarsi di «attimi», alla Jim Morrison. Spuntava e puntava. Re di Anfield, quando la Kop puzzava di chanel e profumava di piscio. Bei tempi.