Piccolo golpe antico

Roberto Beccantini8 March 2026

Il golpe di Estupiñán rimanda la sentenza, ma non la cambia: lo scudetto lo vincerà l’Inter, nonostante l’1-0 del Milan. Sette punti, a dieci turni dal termine, rappresentano uno scudo efficace. Che derby è stato? Bruttarello, dalla trama attorcigliata e scontata: il Fetecista, muro e contropiede; il Reverendo, possesso, errori e omissioni.

Non che il Diavolo non abbia avuto le sue occasioni (una, forse la più grossa, in avvio: offerta da Sommer e sprecata da Modric), ma la notte è ruotata attorno a quattro episodi: 34’, Mkhitaryan consegna a Maignan un gol fatto; 35’, il sinistro di Estupiñán, riserva di Bartesaghi, su filtrante di Fofana; 54’, Dimarco si divora il pari; 95’, mani-comio di Ricci, non colto da Doveri e trascurato dal Var. Sul tema ho scritto fior di saggi: se violenti l’involontarietà, tutto diventa possibile. Quanti ne hanno concessi, quanti… A Bisseck con la Lazio, per esempio. E al povero Joao Mario in Verona-Juventus. Si mettessero d’accordo.

Rimane il risultato: per Allegri, secondo 1-0 consecutivo. E, in generale, da sei derby vinti dall’Inter a cinque vinti e due pareggiati dal Milan. Oplà. Dei nerazzurri, nessuno ha reso al suo livello: nemmeno Dimarco, neppure Bastoni (fischiatissimo, ammonito su Rabiot, acciaccato e sostituito) per tacere di Barella. In assenza della «Thula», Pio e Bonny sono stati prigionieri di Tomori, De Winter e Pavlovic. Spesso, il Milan ha giocato in dieci: Leao fuori ruolo e fuori contesto. Sempre con il cuore, però, e con i tacchetti alla bocca. Da squadra che, sapendosi inferiore, raschia il fondo di tutti i corti musi.

Maignan fece il fenomeno all’andata, non stavolta: non ce n’era bisogno. Resta, per Chivu, la sindrome delle Grandi (o sedicenti tali): dal Bodø/Glimt ai «cugini». Andamento lento, quasi preoccupato (di cosa?), mira sterile. Aveva due risultati su tre. Gli avversari, uno. Ha risolto l’ecuadoriano che, ad agosto, era titolare e poi è finito in panca, per disperazione: è il calcio.

Non più nudi alla meta

Roberto Beccantini7 March 2026

Sporge, dagli archivi, il celeberrimo motto «Il rugby è uno sport di energumeni giocato da gentiluomini, il calcio uno sport di gentiluomini giocato da energumeni». Ebbene, proprio nel sabato in cui l’Italia del rugby ha battuto per la prima volta i maestri inglesi per 23-18, all’Olimpico di Roma, dopo 32 sconfitte in altrettante gare; e nella speranza che l’impresa diventi l’incipit di una storia e non resti la storia di un giorno, dai cortili del pallone emergono il sinistro di Da Cunha a Cagliari (loro, Co-maschi; altri, Co-molli), lo scoppiettante 2-2 fra Atalanta e Udinese, cavalcato dai centravanti (due reti e un palo, Scamacca; una rete e un partitone, Davis) e, al calar della notte, il 4-0 che la Juventus ha inflitto al Pisa fanalino.

Uno scarto obeso, dalla trama bisbetica come certe zitelle. Per un tempo, Madama sgonfia e ruminante, salvata in avvio dai riflessi di Perin (su Moreo). Le bollicine di Conceiçao, the best, a bollare il trasloco dalle sparatorie di Roma al film «muto» dello Stadium. Il blocco basso di Hiljemark reggeva in scioltezza.

Poi, i cambi. Fuori Gatti e David (che non è Davis: le consonanti pesano), dentro Kelly e Boga. Il francese è un bandolero stanco dal dribbling fumante (o fumoso, dipende: fumante, stavolta, nel solco di domenica scorsa). Il suo ingresso ha spinto Yildiz, fin lì periferico, nel cuore delle trincee rivali. In attesa di Vlahovic, non il massimo: ma nemmeno il minimo toccato con lo «Stanlio» canadese. E così, di botto, i valori esplodevano: 54’, lob del turco e cabeza di Cambiaso (do you remember il cioccolatino di Brunetto Conti a Pablito, contro i polacchi, al Mundial spagnolo?); 65’, palo di Locatelli e tap-in di Thuram; 75’, da Conceiçao a Yildiz, finta di corpo e gran destro; 93’, contropiede Locatelli-Boga.

Per carità: non uno che osi stappare champagne. Anche se Spalletti compiva gli anni. Ci mancherebbe pure.

Coda all’Olimpico

Roberto Beccantini1 March 2026

Che rumba, pazienti. Roba da Premier. Perché sì, tutto fa brodo: le perle di Wesley (destro a giro) e Conceiçao (drop mancino); la pennica di Perin sul contropiede di Malen, acceso da un lancio di Manu Koné (o centravanti! mio centravanti!); le zampate, in mischia, di Ndicka e Gatti; il fiocco di Boga, al primo vagito. Morale: Roma-Juventus 3-3. Da 1-0 e da 3-1 (al 78’). Il pari, Gatti, lo ha timbrato al minuto 93. A testimonianza di come e quanto gli eroici supplementari di mercoledì abbiano scalfito il nitore dei piedi ma non rigato l’orgoglio.

Resta lontana, la zona Champions, ma stavolta è Gasp che si mangia le mani, non Spallettone. Dalla pancia di una partita croccante e vibrante è uscito di tutto. Tipo: vedrai, con il ritorno di Bremer. Visto. Oppure: Lupa, la miglior difesa e una settimana senza la benché minima seccatura. Preso atto. Inoltre: il 20 dicembre, allo Stadium, Malen non c’era. David e Openda, in compenso, ci sono sempre. Mancavano Soulé e Locatelli, squalificato. Profittando di un rinvio sbilenco di Perin, e della relativa respinta su Pisilli, Pellegrini avrebbe potuto sbloccare il risultato già al 3’. Quindi, la faccia di Perin che mura Malen a difesa estrema della porta (su sponda di Mancini).

Pressing contro pressing. Ritmo contro ritmo. Yildiz (di molto) e McKennie (di poco) frustravano le ambizioni di rimonta. Ogni volta che sembrava finita, l’ordalia ricominciava. Come un rullo di tamburi che, qua e là stonato, avvinceva il popolo e faceva ballare sulle sedie. Sostituto di Bremer, Gatti rimane il «nove» più efficace dell’arsenale. A segno con il Gala, a segno all’Olimpico.

Cozzi da sbarco in Normandia e molta cavalleria fra i reticolati: bravo Sozza. E bravo Pisilli, un giovanotto che nel cuor mi sta. Dimenticavo Zhegrova: gli arcobaleni della rimonta. Grasso che cola.
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