Dis-grazia

Roberto Beccantini21 February 2026

Ci mancava solo Di Gregorio. Da mesi senza centravanti, e adesso pure senza portiere. Dagli alluci erranti del Meazza al pugno sbilenco sul tiro di Vojvoda (il primo, naturalmente: non è una scusante). Continua a perdere, la Juventus, prigioniera delle sue maglie carcerarie, del mercato e dell’alibismo di Comollì, di una manovra tornata pozzanghera, dopo aver illuso di poter diventare fiume.

Il Como gioca. Sempre. Palleggia. Potrà sembrare noioso, e ogni tanto lo è, ma Aladino-Cesc non ha la sua lampada (Nico Paz), dettaglio cruciale. Orfano di Kalulu e Bremer, «Luscianone» ha smarrito il filo d’Arianna, tanto di moda di questi tempi. Un errore di McKennie, lui quoque, innesca l’azione del gol rompi-ghiaccio, un siparietto tra Koop e Di Gregorio apparecchia le schegge della traversa di Da Cunha.

Madama ricorda un boy-scout che ha dimenticato la bussola: e adesso? Un destro di Yildiz, sventato di guanti, e un polverone quasi padano. Del turco si rammentano, se mai, le botte subite («a gratis») e un forsennato recupero su Baturina, da area ad area (ma al contrario). Dalle parti di Ramon e Kempf piovono cross innocui, il Como assorbe e riparte, il texano così ai margini non aiuta, Locatelli ha perso il tocco, Thuram si butta (ma non è Rabiot: repetita iuvant), Miretti gira in folle.

Palle-gol? A rigor notis, una: di Openda, su lancio di Kelly, con lob in braccio a Butez. Era il 22’. La ripresa si consegna al tiki-taka di avversari sempre sul pezzo e quasi mai disturbati. Da un angolo pro Goeba nasce, stupendo, il contropiede del 2-0: Sergi Roberto-Da Cunha-Caqueret. Sull’attenti, please. Un palo di Koop, da punizione, le staffette tristi, il giallo a Loca, i fischi dei parenti stretti accompagnano il corteo funebre.
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Bastonati

Roberto Beccantini18 February 2026

Il calcio è proprio un barile di adrenalina. Là dove, e sto parlando del Circolo polare artico, Openda e David, gli «Stanlio» e «Ollio» dell’Abatone, avevano segnato per una volta nella vita un gol a testa, l’Inter ne ha presi tre, addirittura. Tre a uno. Era l’andata dei playoff per gli ottavi di Champions. Al ritorno non servirà un’impresa, ma un’altra Inter. Patti chiari.

Veniva dal letargo, il Bodo/Glimt: un vantaggio, uno svantaggio? Scienziati, a voi. Poi l’erba sintetica. Poi, però, basta. Dimenticavo: i pali di Darmian e di Lautaro. Qualche occasione. Ma anche, e soprattutto, una ripresa non all’altezza delle ambizioni e che non giustifica, comunque, le rotazioni del Reverendo.

Ha giocato, Bastoni. «Fischiatino». E, in pagella, sei politico. Della squadra di Knutsen mi ha impressionato – e non è una novità – il palleggio stretto che fa tanto sartine del Barça. Prova ne siano le reti: di Sondre Fet e, dopo il pareggio sbracciante di Pio, da «nove» di razza, Hauge, ex Milan, e Høgh. Azioni da virtuosi della pelota. Sono calati, i vice campioni d’Italia, alla distanza: come Madama a Istanbul (parità numerica a parte). Può essere che fossero un po’ scarichi, può essere che siano stati troppo leggeri, troppo presuntuosi. Può essere tutto. Senza trascurare i diritti dell’opposizione.

Fatale a Spalletti (3-0 a Oslo), amara per Gattuso (4-1 al Meazza), la Norvegia esiste al di là di Haaland. A Bodo le avevano prese la Roma di Mourinho, la Lazio di Baroni; e persino il City del Pep. Che ci crediate o no, l’unica a sfangarla, per 3-2, è stata provate a indovinare chi?

Morale della favola. O favola della morale: Galatasaray-Juventus 5-2; Borussia Dortmund-Atalanta 2-0; Bodo/Glimt-Inter 3-1. Gira e rigira, per Chivu buone notizie solo dal Meazza: l’1-1 del Milan con il Como, tra portieri di fotte (Maignan) e lob alcaraziani (Leao).

Alla faccia del bicarbonato di sodio

Roberto Beccantini17 February 2026

Alla faccia del bicarbonato di sodio: Galatasaray cinque Juventus due. Ottavi di Champions, addio. Questa volta, aveva «simulato» Koopmeiners: due gol, il primo per l’aggancio e il secondo per il sorpasso. Sintesi di belle azioni, fra parentesi. Ripeto: due gol. Addirittura. Proprio lui, il «Flop» di una stagione e mezza. Ma la Champions è un nido di vipere; Istanbul, non proprio un salotto; e la Juventus, una squadra a metà.

Ha vinto, il Gala, sfruttando i jab che infliggeva al corpo degli avversari e, soprattutto, buttandosi famelicamente sulle briciole, sugli errori: di Yildiz, in avvio, borseggiato da Osimhen (piatto sinistro di Sara); poi, nella ripresa, di Cabal (palla persa, tiro di Yilmaz, respinta corta di Of Gregory, tap-in di Lang); di gruppo, sulla punizione fetente di Sara e spalla di Sanchez; di Cabal, ancora, al secondo giallo su Yilmaz; di Thuram e Kelly, ossessionato da Osimhen, per il poker facile facile di Lang, ex Napoli.

Il povero «Lusciano» aveva inserito Cabal proprio per tutelarsi dal giallo di Cambiaso. Yilmaz è stato Attila, Yildiz – toccato sin dall’inizio – no. L’infortunio di Bremer (34’, dentro Gatti) non so, sinceramente, quanto abbia influito, visti i precedenti. Certo che il sostituto… Per un tempo, Madama aveva giocato anche benino: ma se non hai un centravanti – con McKennie e l’ex Dea a fingersi tale – devi sporgerti, devi andar via in velocità, devi raccomandarti alla mira dei tuoi sniper d’emergenza. Le energie spese a San Siro sono diventate zavorra: e, mi si consenta, pure l’alibismo diffuso da Comollì e Chiellini. In compenso Buruk l’aveva, il centravanti: Osimhen. Sempre addosso, sempre sull’osso. Prezioso (su Kelly) anche nello spalancare la porta a Boey, un panchinaro, per il suggello. Con gli spiccioli di Icardi e Sané a spiegare l’abisso tra le rose.

I Dardanelli furono fatali persino a Conte. Coraggio. Rimane il crollo. La mazzata. Quel gioco che qui e là cerca di liberarsi da «certi» piedi e da «certe» teste. Ma non ci riesce.
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