La (ri)prova del «nove»

Roberto Beccantini18 December 2025

Puoi spostarlo dovunque, il calcio, ma anche nell’Arabia dello sportswashing vince il centravanti. Non è una legge: è una tendenza. Il Percussionista l’aveva, il Feticista no. Napoli due Milan zero di Supercoppa ruota attorno alle ante e alle zanne di Højlund: il cross rasoterra per il gol di Neres; il diagonale del raddoppio. In entrambi i casi, il danesone si mangia De Winter (uno squalo contro una sardina); in entrambi i casi, Maignan torna sulla terra e pasticcia, confuso. Una sola paratona, stavolta: su Rasmus, fra le due pere.

Sino al 39’, per la cronaca, era stata una partita da tirare a campare – sempre meglio, secondo il divo Giulio, che «tirare le cuoia» – con il Milan più vicino al gol: Loftus-Cheek (soprattutto lui, murato da Milinkovic-Savic) Rabiot, Saelemaekers, Nkunku. Il quale Nkunku – a differenza del «nove» avversario – vagava per le zolle senza garantire pericolosità o profondità. Un Ufo innocente. Un calco rugoso di Gimenez.

Già orfano di Leao – mina che può esplodere sull’obiettivo, ma pure in mano – il Feticista aveva rinunciato a Modric e Bartesaghi, oltre all’acciaccato Gabbia (che, visto De Winter, uhm) Il Percussionista no: avanti popolo. Le sette sconfitte lontano dal Maradona gli bruciavano. Il sipario è calato sul timbro di Højlund, al 64’.

Se per lunghi tratti era stato complicato distinguere le tracce filosofiche dei docenti – in quell’orgia di ritmi bassi, errori tecnici, banalità assortite – dopo il bis è stato facilissimo. I campioni, gestione placida degli spigoli. Gli sfidanti, nonostante l’ingresso di Modric al posto di Jashari (titolare d’emergenza, da sei), torello frigido e nessun tiro. Unici brividi, chiamiamoli così, il bisticcio tra McTominay e Tomori e uno sgorbio balistico dello scozzese.

Domani sera, Bologna-Inter. Arsenico e vecchi dispetti.

Felpa & Cabal

Roberto Beccantini14 December 2025

Sullo sfondo della guerra tra Felpa e Bitcoin (vengo anch’io? No, tu no. Ma perché? Perché no), la Juventus si è tolta lo sfizio di battere il Bologna: 1-0 al Dall’Ara, testa di Cabal, sostituto di Cambiaso, su cross di Yildiz, il migliore con Kelly e Di Gregorio. Intuizione del «Luscianone», si dice in caso di vittoria. E in caso di sconfitta?

E’ stata un’ordalia di timbro inglese, croccante nel primo tempo, un po’ meno nel secondo, con le parate di Of Gregory e la traversa di Zortea, ma anche con la Gobba vicina al gol se solo non avesse sciupato l’ultimo passaggio. Se «Stanlio» David resta un problema, «Ollio» Openda è stato, a suo modo, la soluzione: entrato con il piglio del «non sono così scarso come sembra», ha procurato il rosso di Heggem (68’) e, dal momento che non stiamo parlando di Haaland, ha sprecato il raddoppio negli sgoccioli del recupero: bravo Ravaglia, vago lui. Aperta parentesi: il «nove», fra Dallinga e Castro, è mancato persino al Bologna.

Madama ha sofferto, ha rischiato (Koop dalle parti di Orsolini, mamma mia), ma ha meritato. Sempre sul pezzo, uomo su uomo, più padrona che schiava a centrocampo, proprio là dove il pressing degli avversari di solito spazza via fanti e trincee. Thuram e Locatelli hanno oscurato Moro e Ferguson (quantum mutatus ab illo). La Vecchia aveva giocato mercoledì, il Bologna giovedì: di Italiano non ho capito la rinuncia a Bernardeschi, l’hombre di Vigo.

Se a Napoli era stato l’Abate a sbagliare formazione, e con il Pafos i giocatori a ciccare l’impatto, questa volta allenatore e squadra hanno dato il massimo. Vero, il Bologna in casa aveva già perso con la Cremonese di Vardy, ma per Madama erano giorni complicati. Ha avuto il coraggio di spingere oltre – come Lucumi, David – i suoi limiti.
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Rischiando e raschiando

Roberto Beccantini10 December 2025

Champions avanti adagio, nel traffico. C’erano una volta le Omonie e gli Anorthosis, soffici materassi. E c’era anche la Juventus. Oggi non ci sono più cuscini e non c’è più lei. O se c’è, per un’ora sembra un fantasma, in balia di un Pafos che di cipriota ha solo il domicilio e, per il resto, è una multinazionale che difende di squadra e corre veloce, sui lanci lunghi (amori miei) di David Luiz o attraverso le discese di Bruno e Correia, tra i tacchi di Anderson Silva, i riflessi di Di Gregorio su Cambiaso (sic), il palo di Anderson Silva e quel Dragomir a fil di traversa (Of Gregory, di guanti).

Gli Spallettiani si buttano sulle briciole, quando possono. Lenti, con Zhegrova dall’inizio (ci «sarà» una volta) e Miretti aiuto-regista (uhm); per tacere di Koop a sinistra: palla al piede, da sei; palla agli altri, come al Maradona, non proprio.

Unico schema, i dribbling di Yildiz. Suo il primo tiro, murato da Michail. Poi Koop – di testa, su corner – e David – di piede, su sponda di Kelly – si mangiano il possibile e l’impossibile. I fischi scuotono «Luscianone». Fuori Zhegrova e Locatelli, dentro Conceiçao e «Ollio» Openda. Dal 3-4-2-1 ingessato a un 4-2-4 meno pavido, con Koop avanzato. La ripresa ripropone, se non altro, sentieri meno infidi, confini più congrui. Sì, la partita la spacca il «Portoghesino», ma è McKennie a sbloccarla, di destro, su tocco di «lavatrice» Cambiaso. McKennie: casinò o casino Texas, dipende. Un giro di roulette: gol al Polo; assist a Yildiz e a Hojlund a Napoli; zampata al Pafos. Rien ne va plus.

Abbandonati i barbaritmi, la Vecchia profitta dello sporgersi dei rivali e il 2-0 è farina di un contropiede purissimo: da Conceiçao a Yildiz a «Stanlio» David: controllo e destro rasoterra (non rasocielo). Il coraggio di rischiare ha, paradossalmente, ridotto i pericoli. E così i berci diventano olé. Un classico.
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