Una botta di episodi

Roberto Beccantini27 December 2025

Oh Dio, Zhegrova l’avremmo messo tutti. «Luscianone», bontà sua, l’ha inserito al 60’. Aveva avuto la «bua». Sin lì, Pisa-Juventus era stata ispida, sporca: la traversa di Moreo e il palo di Tramoni contro il palo di Kelly; Yildiz triplicato ed emarginato, difesa a quattro, Koop riproposto a metà campo (e riecco, subito, «Flopmeiners), «Ollio» Openda a raccogliere le briciole delle pagnotte di Caracciolo; pisani sull’uscio, la bava ai tacchetti .

Insomma: dalle Maldive e dalle Seychelles di Bologna e Roma alle spiagge dello sbarco in Normandia, presidiate in massa e sostenute, qua e là, come certificano i legni, da un congruo fuoco di sbarramento. Tutto un altro film.

Poi, si sa, il calcio è metà arte e metà riffa. Irrompe lo sculettio di Zhegrova (la metà arte) e, al 74’, un cross di McKennie sprigiona la carambola Calabresi-Kalulu (la metà riffa).

Povero Gilardino: ah, se solo avesse un attaccante di fatto e non banalmente di ruolo. Ah. Faticò anche l’Inter, da queste parti. E per un’ora buona. Poi entrò Pio e Lautaro ne fece due, il primo al 69’. I cambi, i cambi. Dopo il kosovaro, Miretti. Protagonista del raddoppio, offerto di suola e dribbling al pugnale di Yildiz (con David amletico e sbirulo pure lì, a porta vuota).

A essere sinceri, non ho capito, di Spallettone, la formazione iniziale. Cambiaso simil Conceiçao, per esempio, mi è sembrato una mano di poker. E lo stesso McKennie era più casino che Casinò. L’aggressività di Aebischer, Angori e Touré aveva creato problemi non lievi, accentuati da un giro-palla lento e sgonfio.

Per 11’, in coda, la cronaca ha preso Louis Thomas Buffon, figlio di Gigi, e lo ha spinto, tra i flash di mamma Alena, dentro la storia di un’ordalia con la squadra che fu di papà. Tu chiamale, se vuoi, generazioni. Certo, rimane il risultato di 0-2: obeso. Ma il calcio, a volte, si innamora degli episodi. E ci va a letto.

John, rimembri ancora…

Roberto Beccantini26 December 2025

Con il ritardo colpevole dei terzini che spremeva, non posso non ricordare John Robertson, scomparso il giorno di Natale, non proprio un giorno qualsiasi. Forse perché lui, uno qualsiasi non lo era stato. Aveva 72 anni.

John, rimembri ancora quel tempo della tua carriera mortale, quando beltà splendea nei tuoi dribbling ridenti e fuggitivi… Il crepuscolo degli anni Settanta fu la sua alba. La saga del Nottingham Forest, due Coppe dei Campioni ricavate da uno «scudetto», uno solo, l’epopea di Brian Clough e del fedele Peter Taylor. Non meritavo il dono del destino: essere testimone, per «Tuttosport», delle due finali che lo scozzese decise. La prima, nel 1979, a Monaco di Baviera: 1-0 al Malmoe. Pioveva che Dio la mandava, secondo il lessico ruspante dei sagrestani dell’epoca.

Ecco come descrissi quell’azione: «Il cross di John Robertson fu una pagina di testo. Argomento, la funzione dell’ala. Corse via a chi lo braccava, rasente il fianco sinistro, e con una coordinazione degna del miglior ginnasta alzò un arcobaleno che sorvolò l’area e planò sul palo più lontano, fra i riccioli di Trevor Francis. Palla al centro».

E al Bernabeu, la stagione dopo. Il tabellino recita: 1-0 all’Amburgo di Kevin Keegan, rete di Robertson al 20’. Mancina la parabola in terra bavarese, di destro il dardo di Madrid. Non solo. Dal limite dell’area e, addirittura, da posizione centrale. Ma come? Un’ala o sedicente tale che «entra dentro il campo», triangola con un compagno di merende e scocca la freccia dal cuore e non da un fianco: il tutto, già 45 anni fa. E la scoperta dei piedi invertiti?

Molti si credono inventori e non «cambisti» (perché suona male). Nello sport come nella vita. John, da dovunque ci guarda, starà sorridendo di noi. Sorridendo. Non sghignazzando. E’ diverso. Perché lui diverso era già. «A Beautiful winger».

Azzurro valanga

Roberto Beccantini22 December 2025

Dal Dall’Ara a Riad, da Bologna-Napoli 2-0 del 9 novembre a Napoli-Bologna 2-0 del 22 dicembre sono passati poco più di un mese e molto più di una golosa rivincita. Gli ex «morti» di Conte – riveduti e corretti – hanno preso a pallate gli straripanti ex «vivi» di Italiano, al di là del giorno di riposo ballerino (uno solo? Parevano quattro o cinque).

E così la Supercoppa bacia, con pieno merito, i campioni, la cui destra ha governato con una maggioranza addirittura schiacciante. Neres, Politano, Di Lorenzo: triangoli e coriandoli. Più, come alternativa, la palla lunga a Højlund che, da De Winter a Heggem, di spalle e di tacco ha agevolato le transizioni, le incursioni. Alla sinistra di Spinazzola ed Elmas, giusto le briciole: per quanto non banali.

Il Bologna non è mai stato il Bologna. Lento, prevedibile, sterile, dal pressing persin dolce. Già Elmas si era mangiato un gol, e uno, Ravaglia, lo aveva tolto a Spinazzola, smarcato da Neres, imbeccato dal danesone. Il gol era maturo. Lo ha firmato Neres, con un sinistro liftato dal limite, tra zolle colpevolmente abbandonate. Un «golazo», avrebbe urlato Altafini.

Aperta da tre parate di Ravaglia su Højlund, Rrahmani e ancora Højlund, la ripresa non può che consegnarsi alle manette dei Migliori. Un solo tentativo di evasione: la zuccata di Ferguson sull’unico guizzo dell’Orso. Il destino, permaloso, sceglie il portiere, the best contro l’Inter e pure fin lì, quale strumento del raddoppio: un sciagurata costruzione dal basso coglie impreparato Lucumì e preparatissimo Neres. Cucchiaio e jamme jamme ja. Hombre del partido, il brasiliano. E chi, se no?

Italiano si era arreso da un pezzo. I cambi fanno il solletico alla trama. Il Napoli potrebbe dilagare. Morale: 2-0 al Milan, 2-0 al Bologna. Azzurro valanga.