Di fioretto e di elmetto

Roberto Beccantini20 December 2025

Over the rainbow, oltre lo scarto. Juventus-Roma 2-1 è stata una partita maschia, dai ritmi alticci, che poneva di fronte Spalletti e Gasperini, prestazionisti honoris causa. L’ha vinta, con pieno merito, la squadra che ha creato di più e più spremuto colui che, oggi, è il miglior portiere del campionato: Svilar.

E’ stata serata di pressing efferati, di duelli rusticani (Bremer su Dybala, Mancini su Yildiz), di cozzi e contro-cozzi. Ogni palla persa, un attentato. Assenti di qua (Koop squalificato), assenti di là (Ndicka, Hermoso). L’equilibrio, l’ha sbloccato un taglio di Conceiçao, al 44’, su azione Yildiz-Cambiaso. Un bijou.

Senza centravanti, Gasp: e con la ditta Dybala (falso nueve)-Soulé così ai margini da essere smontata. Sono stati proprio i cambi, a fare i pignoli, ad aver disseppellito un minimo di suspense: Rugani, Baldanzi, Ferguson. Se per un tempo la Lupa poteva rivendicare il possesso palla (quasi mai, però, il possesso episodi), nella ripresa ha rischiato l’osso del collo, spaventata dall’essenzialità verticale degli avversari, e dalla loro velocità (oh yes). Scritto en passant: una lama, il turco.

Il bis di «Ollio» Openda, su cross di Zhegrova e assist di McKennie (dopo l’ennesimo miracolo del portiere), offriva argomenti all’esigenza di un «nove», non importa se forbito o grezzo. Sembrava in controllo, Madama, armonica e ormonica. Il tap-in di Baldanzi, al culmine di un rammendo Wesley-Ferguson, rigava le certezze senza, però, frantumarle. Il palo di Yildiz, da un lancio diagonale di Locatelli, è stato un graffio del destino, sì, ma non un morso. Non ricordo né parate di Di Gregorio, né minacce concrete.

Bologna e Roma sono indizi pesanti. Così come, per l’Ego di Trigoria, le sei sconfitte, quattro delle quali contro le Big. E’ una Juventus dal «casino organizzato» (penso ai sentieri di Cambiaso, alla roulette di «Casinò Texas»), per dirla con il gergo di Fascetti. Come avrebbe chiosato il grande Tosatti: è tutto.

Fermo restando Immobile

Roberto Beccantini19 December 2025

Cominciamo dalla fine: i complimenti di Chivu a Italiano. Sarà dunque il Bologna a contendere, lunedì sera, la Supercoppa al Napoli. E’ stata una semifinale più ruggente di quella di giovedì, scortata dai tuffi di Ravaglia (su Luis Henrique, Dimarco, Lautaro) e di Martinez (giusto al 90’, su Fabbian). Al tie-break del dischetto – «lotteria» non va più di moda – si era arrivati attraverso lo splendido gol-lampo di Thuram (volée di destro, da palla borseggiata a Orsolini e lancio al bacio di Bastoni), l’ennesima mano-grafia di Bisseck, ormai sulla strada di De Ligt, e il penalty suggerito a Chiffi dal Var e trasformato dall’Orso.

Per un tempo, il popolo (scarso) di Riad ha gustato il pressing vorace e reattivo di Italiano, sempre lui nonostante il k.o. di Bernardeschi (clavicola), e le transizioni di Chivu, il cui turnover aveva preferito Bonny al Toro. Nella ripresa, decisamente più Inter: prima e dopo i cambi (non male, Diouf). Con un rigorino – di Heggem su Bonny – concesso frettolosamente dall’arbitro e poi cancellato previo processione allo schermo. Avrebbero potuto chiuderla comunque, i vice campioni.

Non sarà mica da «questi particolari» (dai rigori, cioè), canta De Gregori, che «si giudica un giocatore», ma insomma: Lautaro-gol, Ferguson-gol, Bastoni parato, Moro parato, Barella alto, Miranda alto, Bonny parato, Rowe gol, De Vrij gol, Immobile gol. Sì, proprio Ciro Immobile: 35 anni, lungodegente da mesi, capace di trasformare gli spiccioli raccolti in undici metri di redenzione. Il destino pretende, il destino tende.

Per quanto amaro, è il primo pari stagionale dell’Inter. Contro i rossoblù ringhia sempre ma soffre spesso. Non può essere un caso, al netto degli episodi.

Lo scudetto del Napoli sfida la Coppa Italia del Bologna: lo «ius soli» sotto braccio allo «ius bacheche». In campionato, al Dall’Ara, Conte venne travolto: 0-2. Fece punto e andò a capo. E tornò capo.

La (ri)prova del «nove»

Roberto Beccantini18 December 2025

Puoi spostarlo dovunque, il calcio, ma anche nell’Arabia dello sportswashing vince il centravanti. Non è una legge: è una tendenza. Il Percussionista l’aveva, il Feticista no. Napoli due Milan zero di Supercoppa ruota attorno alle ante e alle zanne di Højlund: il cross rasoterra per il gol di Neres; il diagonale del raddoppio. In entrambi i casi, il danesone si mangia De Winter (uno squalo contro una sardina); in entrambi i casi, Maignan torna sulla terra e pasticcia, confuso. Una sola paratona, stavolta: su Rasmus, fra le due pere.

Sino al 39’, per la cronaca, era stata una partita da tirare a campare – sempre meglio, secondo il divo Giulio, che «tirare le cuoia» – con il Milan più vicino al gol: Loftus-Cheek (soprattutto lui, murato da Milinkovic-Savic) Rabiot, Saelemaekers, Nkunku. Il quale Nkunku – a differenza del «nove» avversario – vagava per le zolle senza garantire pericolosità o profondità. Un Ufo innocente. Un calco rugoso di Gimenez.

Già orfano di Leao – mina che può esplodere sull’obiettivo, ma pure in mano – il Feticista aveva rinunciato a Modric e Bartesaghi, oltre all’acciaccato Gabbia (che, visto De Winter, uhm) Il Percussionista no: avanti popolo. Le sette sconfitte lontano dal Maradona gli bruciavano. Il sipario è calato sul timbro di Højlund, al 64’.

Se per lunghi tratti era stato complicato distinguere le tracce filosofiche dei docenti – in quell’orgia di ritmi bassi, errori tecnici, banalità assortite – dopo il bis è stato facilissimo. I campioni, gestione placida degli spigoli. Gli sfidanti, nonostante l’ingresso di Modric al posto di Jashari (titolare d’emergenza, da sei), torello frigido e nessun tiro. Unici brividi, chiamiamoli così, il bisticcio tra McTominay e Tomori e uno sgorbio balistico dello scozzese.

Domani sera, Bologna-Inter. Arsenico e vecchi dispetti.