Rocco Marocco

Roberto Beccantini4 July 2026

Per come era cominciata, nessuno avrebbe scommesso sul 3-0 del Rocco Marocco. Non il sottoscritto, per esempio. E invece, calcolando anche la traversa di Rahimi, hai voglia di cercare il pelo nell’uomo, hai voglia di riesumare la prima mezz’ora di un Canada tutto pressing e bava alla bocca, aggressivo sino al tiro ma poi terribilmente e noiosamente contemplativo.

Eppure il ct Ouahbi aveva perso uno dei meglio fichi del bigoncio, il bomber Saibari, stirato. Il ct Marsch, lui, decide di non «perdere» David, statua al «milite» ignoto, vagante e riluttante, tripletta al Qatar e il resto, ciccia.

Ma che strana, l’ordalia di Houston. E modesta, molto modesta sul piano tecnico. Il Marocco non parte in tromba come aveva fatto con il Brasile di «Carlao». Controlla, si rannicchia, perlustra i valichi. E nei momenti di emergenza estrema, ecco Bounou: bravissimo su Oluwaseyi e bravo, nella ripresa, su Buchanan. Ha 35 anni: mi servisse un portiere, ci farei un pensierino.

Insomma: una squadra rocchiana, capace di sfogliare più trame e tradurre più situazioni. A differenza delle Giubbe rosse, rientrate dal cooling break in stato confusionale. La sosta peggiora i migliori e migliora i peggiori. Ma il triplete del secondo tempo è oggettivamente troppo. 50’, punizione di Hakimi e destro filante di Ounahi; 82’, contropiede di Brahim Diaz e ancora il bisturi di Ounahi; 98’, da Brahim Diaz, risorto dalle ceneri di metà match, a Rahimi, sostituto di Saibari.

Nei cambi, meglio Ouahbi di Marsch. In generale, «primum vivere, deinde philosophari»: non sarà proprio l’esperanto del Paron, ma ha qualcosa che ne avvicina lo stile, lo spirito. Quarto nel 2022, piazzamento mai toccato da una Nazionale africana, il Marocco non si pone limiti. E fa bene. Perché sa di averli; e, per questo, sa di poterli trasformare in risorse.

C’è capo e Capo

Roberto Beccantini4 July 2026

Cominciare dalla fine significa ridurre il gesto al testo e al resto. Non sia mai. Argentina-Capo Verde 3-2 è stata la storia di tante storie. La bellezza di Messi, stop da urlo e sinistro di controbalzo, su ricciolo aereo di Lisandro; la modestia dei suoi maggiordomi, da Mac Allister a Lautaro; lo spirito Bubista degli avversari, esaltati dai guanti bianchi di Vozinha.

Non si può non chiedere scusa a questo arcipelago trattato alla stregua di barbosi questuanti. Ha portato i campioni del Mondo ai supplementari e, agli sgoccioli della sbornia, è stato il «Dibu» Martinez a soccorrere, crocerossina premurosa, feriti e confusi.

Dunque: al 7° sigillo della Pulce, casa sua, Miami, si è alzata in piedi salvo poi abbioccarsi nella melassa. Tirava solo Leo. Fra un ruttino e l’altro, al 59’, un’azione «alla mano» spingeva Deroy Duarte al pari. Usciva Lautaro, entrava Julian Alvarez, e pure Nico Gonzalez: gli «intrusi» non cedevano una zolla e ai muscoli affiancavano doti di palleggio non banali.

Da un corner di Leo, s-corretto in mischia, il mancino di Lisandro sembrò ai più una sentenza. Invece no. Perché Sidny Lopes Cabral s’inventava un destro a giro da leccarsi i baffi. Sono le licenze poetiche che si concede il calcio, quando i più forti si dimenticano di essere bravi: o lo nascondono, ignari della nemesi.

E’ stata una sbracciata fortuita di Diney Borges, avvinghiato alla crapa di Romero, non meno stopper di Lisandro, a strappare il tabellino dalla narrazione omerica che lo avrebbe invaso. Il corner lo aveva pennellato, tanto per (non) cambiare, il capitano. Sorpreso dall’acqua che faceva la barca; perplesso – e impreparato, forse – nel gestire un’emergenza che Scaloni e le sue «scalonete» non avevano previsto: Capo chi? Morale: guardare il dito che indica la luna, anche se la luna gioca con te, è pericoloso.
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CRramos

Roberto Beccantini3 July 2026

Il Milan di ieri: cross di Leao. Il Milan di domani: testa di Gonçalo Ramos. E’ il 94’: game, set, match? Sì, ma al prezzo di un epilogo che non finisce mai, 120 minuti o giù di lì, con il 2-2 di Gvardiol, in mischia, annullato per fuorigioco di Mario Pasalic. E così dalla righe di Portogallo-Croazia affiora materiale per una collana, non per un libro.

Che partita, a Toronto. Al piccolo trotto in avvio, poi sempre più galoppo, sempre più trombe e tamburi. Con i palleggiatori di Martinez a prendersi il cuore del ring e i guerrieri di Dalic a svignarsela in transizione.

Da una parte, i 41 anni di Cristiano. Dall’altra, i 40 suonati di Modric. Luka smista e sprona, renitente alla pensione. Cierre è un museo che cammina: un gol annullato per offside di mezza spalla (come a Sucic); il rigore dell’uno pari al 68’ – rigore «varista», per kamasutra di Vlasic su Renato Veiga – e il cambio, addirittura, all’81’. Ma non per Ramos, già entrato. Per Ruben Neves.

In vantaggio, i croati erano passati al 53’ con una rasoiata di Perisic, sempre sul pezzo. Difficile domare le emozioni e governare la cronaca. Leao titolare: questa sì, una notizia. E, nella ripresa, una gran traversa. Come un gran palo Kovacic. Le parate di Livakovic, i tuffi di Diogo Costa. E l’apertura degli arsenali: Bernardo Silva, Ramos, Conceiçao, Matanovic, Kramaric. Alè.

La tecnica, magistra vitae, riusciva a decorare persino gli agguati più temerari e i cozzi più ferini. Il Var, sin qui ai domiciliari, ha lavorato con uno zelo quasi italiota. Non penso, però, che abbia preso abbagli. Specialmente, se il regolamento in materia di fuorigioco è calibrato al capezzolo.

Portogallo agli ottavi, dunque. Ci lascia la Croazia, il francobollo terzo nel 1998, secondo nel 2018 e ancora terzo nel 2022. Avrebbe meritato almeno i supplementari. Troppo poco, l’onore delle armi.