Non più nudi alla meta

Roberto Beccantini7 March 2026

Sporge, dagli archivi, il celeberrimo motto «Il rugby è uno sport di energumeni giocato da gentiluomini, il calcio uno sport di gentiluomini giocato da energumeni». Ebbene, proprio nel sabato in cui l’Italia del rugby ha battuto per la prima volta i maestri inglesi per 23-18, all’Olimpico di Roma, dopo 32 sconfitte in altrettante gare; e nella speranza che l’impresa diventi l’incipit di una storia e non resti la storia di un giorno, dai cortili del pallone emergono il sinistro di Da Cunha a Cagliari (loro, Co-maschi; altri, Co-molli), lo scoppiettante 2-2 fra Atalanta e Udinese, cavalcato dai centravanti (due reti e un palo, Scamacca; una rete e un partitone, Davis) e, al calar della notte, il 4-0 che la Juventus ha inflitto al Pisa fanalino.

Uno scarto obeso, dalla trama bisbetica come certe zitelle. Per un tempo, Madama sgonfia e ruminante, salvata in avvio dai riflessi di Perin (su Moreo). Le bollicine di Conceiçao, the best, a bollare il trasloco dalle sparatorie di Roma al film «muto» dello Stadium. Il blocco basso di Hiljemark reggeva in scioltezza.

Poi, i cambi. Fuori Gatti e David (che non è Davis: le consonanti pesano), dentro Kelly e Boga. Il francese è un bandolero stanco dal dribbling fumante (o fumoso, dipende: fumante, stavolta, nel solco di domenica scorsa). Il suo ingresso ha spinto Yildiz, fin lì periferico, nel cuore delle trincee rivali. In attesa di Vlahovic, non il massimo: ma nemmeno il minimo toccato con lo «Stanlio» canadese. E così, di botto, i valori esplodevano: 54’, lob del turco e cabeza di Cambiaso (do you remember il cioccolatino di Brunetto Conti a Pablito, contro i polacchi, al Mundial spagnolo?); 65’, palo di Locatelli e tap-in di Thuram; 75’, da Conceiçao a Yildiz, finta di corpo e gran destro; 93’, contropiede Locatelli-Boga.

Per carità: non uno che osi stappare champagne. Anche se Spalletti compiva gli anni. Ci mancherebbe pure.

Coda all’Olimpico

Roberto Beccantini1 March 2026

Che rumba, pazienti. Roba da Premier. Perché sì, tutto fa brodo: le perle di Wesley (destro a giro) e Conceiçao (drop mancino); la pennica di Perin sul contropiede di Malen, acceso da un lancio di Manu Koné (o centravanti! mio centravanti!); le zampate, in mischia, di Ndicka e Gatti; il fiocco di Boga, al primo vagito. Morale: Roma-Juventus 3-3. Da 1-0 e da 3-1 (al 78’). Il pari, Gatti, lo ha timbrato al minuto 93. A testimonianza di come e quanto gli eroici supplementari di mercoledì abbiano scalfito il nitore dei piedi ma non rigato l’orgoglio.

Resta lontana, la zona Champions, ma stavolta è Gasp che si mangia le mani, non Spallettone. Dalla pancia di una partita croccante e vibrante è uscito di tutto. Tipo: vedrai, con il ritorno di Bremer. Visto. Oppure: Lupa, la miglior difesa e una settimana senza la benché minima seccatura. Preso atto. Inoltre: il 20 dicembre, allo Stadium, Malen non c’era. David e Openda, in compenso, ci sono sempre. Mancavano Soulé e Locatelli, squalificato. Profittando di un rinvio sbilenco di Perin, e della relativa respinta su Pisilli, Pellegrini avrebbe potuto sbloccare il risultato già al 3’. Quindi, la faccia di Perin che mura Malen a difesa estrema della porta (su sponda di Mancini).

Pressing contro pressing. Ritmo contro ritmo. Yildiz (di molto) e McKennie (di poco) frustravano le ambizioni di rimonta. Ogni volta che sembrava finita, l’ordalia ricominciava. Come un rullo di tamburi che, qua e là stonato, avvinceva il popolo e faceva ballare sulle sedie. Sostituto di Bremer, Gatti rimane il «nove» più efficace dell’arsenale. A segno con il Gala, a segno all’Olimpico.

Cozzi da sbarco in Normandia e molta cavalleria fra i reticolati: bravo Sozza. E bravo Pisilli, un giovanotto che nel cuor mi sta. Dimenticavo Zhegrova: gli arcobaleni della rimonta. Grasso che cola.
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Sinistro al governo (nostro)

Roberto Beccantini28 February 2026

Il sinistro di Federico Dimarco va al di là del tifo. Non è uno «scardabbagno» alla Roberto Carlos, è un po’ freccia e un po’ pallottola. Prova ne sia l’ultimo, straordinario gol al Genoa. Di matrice tottiana, addirittura. A 28 anni, in chiave domestica, ha lambito picchi di squisita continuità. Gli manca l’ultimo step, ora che lo scudetto è in tasca: la vetrina d’Europa, la sfilata della Nazionale. Essere grande con i Grandi. Cancellare le ceneri del Bodø/Glimt. Non è poco.

Riassume e incarna l’evoluzione del terzino cosiddetto «fluidificante», da Virgilio Maroso a Giacinto Facchetti, da Antonio Cabrini a Paolo Maldini, il più forte di tutti (i difensori) perché il più eclettico. Fede ha allargato il repertorio alle punizioni (Dortmund), distribuisce assist, sa governare la fascia e cogliere l’attimo: del tiro, del tocco, del cross.

Sbocciato nel vivaio interista, esule persino a Sion, mi piaceva già all’epoca di Parma e Verona. Per come caracollava in corsia, per come armava gli alluci. Deve migliorare in fase difensiva, deve – ripeto – adeguarsi alle asticelle che il calendario e le ambizioni protendono, sempre più alte. Le lavagne sono segni, non ancora sogni. I sogni dipendono da come interpreti il mestiere, da come lo porti dentro la modernità, se non addirittura oltre. Serve il contributo dell’allenatore e della squadra, per carità: ma poi in campo ci sei tu e ci sono loro, i compagni e gli avversari. La trama scappa alla penna del romanziere, sono i protagonisti a svilupparla. James Kerr, l’autore di «Legacy», ammoniva: «Punta alla nuvola più alta, così, se la manchi, raggiungerai una montagna maestosa».

Non mi sembra proprio una cattiva idea. Per Dimarco, per tutti.