Ma il «catenasso»…

Roberto Beccantini5 July 2026

Facciamo così. Né catenaccio né blocco basso, ma la sintesi: «catenasso». E’ come ha giocato il Paraguay per 100 minuti e rotti, costringendo i bleus di Francia a scendere dal pero e togliersi giacca e cravatta.

Ha deciso, dopo i calcioni, un calcio di rigore. Era il 70’. Licenziato Barcola, slalom di Doué, gamba larga di Diego Gomez: per l’arbitro, imbelle, più tuffo; per il Var, più fallo. Processione allo schermo e, naturalmente, revisione. Vai allora di ressa, quando non di rissa, di raspatina terraiola – alla Maspero o alla Pavlovic – di «ti aspetto fuori» (immagino). Sino alla resa di Gill. Che, già superbo su una lecca di Koné, si sarebbe poi superato sullo stesso Mbappé dai troppi sorrisi (provocato e, quindi, provocante) . E, comunque, dalle sette pere (come Messi).

Era una fornace, l’arena, e la partita è stata aspra, brutta, sporca. Tutti giù per terra, i paraguagi, con Galarza a distribuire gli svenimenti. Bravi, però, a dominare sotto canestro e a lasciare ai rivali «solo» il tiro da tre: sfruttato, peraltro, non certo alla Stephen Curry.

Dei tre «moschettieri» – Mbappé, Dembélé, Olise – non ricordo un numero all’altezza delle esigenze, raddoppiati e palpati com’erano. Curiosamente, ha deciso il quarto: Doué. I 40 gradi prosciugavano il ritmo, privilegiando le barricate alle baionette. Da Didier, nessuna scossa. Area sguarnita, infinito e sfinente torello ai margini, non un dribbling che uno. Per la storia, con il Paraguay aveva sofferto anche la Francia regina nel 1998, 1-0 a Lens, golden goal di Laurent Blanc al 114’. E, per la cronaca, non è che l’Argentina di Leo abbia asfaltato Capo Verde. Anzi.

Rimangono, del «rumble in the jungle» di Filadelfia, undici metri di differenza e il gusto un po’ retro di un calcio che la tecnologia più efferata potrà al massimo correggere – come in occasione del penalty – ma mai cancellare.

Rocco Marocco

Roberto Beccantini4 July 2026

Per come era cominciata, nessuno avrebbe scommesso sul 3-0 del Rocco Marocco. Non il sottoscritto, per esempio. E invece, calcolando anche la traversa di Rahimi, hai voglia di cercare il pelo nell’uomo, hai voglia di riesumare la prima mezz’ora di un Canada tutto pressing e bava alla bocca, aggressivo sino al tiro ma poi terribilmente e noiosamente contemplativo.

Eppure il ct Ouahbi aveva perso uno dei meglio fichi del bigoncio, il bomber Saibari, stirato. Il ct Marsch, lui, decide di non «perdere» David, statua al «milite» ignoto, vagante e riluttante, tripletta al Qatar e il resto, ciccia.

Ma che strana, l’ordalia di Houston. E modesta, molto modesta sul piano tecnico. Il Marocco non parte in tromba come aveva fatto con il Brasile di «Carlao». Controlla, si rannicchia, perlustra i valichi. E nei momenti di emergenza estrema, ecco Bounou: bravissimo su Oluwaseyi e bravo, nella ripresa, su Buchanan. Ha 35 anni: mi servisse un portiere, ci farei un pensierino.

Insomma: una squadra rocchiana, capace di sfogliare più trame e tradurre più situazioni. A differenza delle Giubbe rosse, rientrate dal cooling break in stato confusionale. La sosta peggiora i migliori e migliora i peggiori. Ma il triplete del secondo tempo è oggettivamente troppo. 50’, punizione di Hakimi e destro filante di Ounahi; 82’, contropiede di Brahim Diaz e ancora il bisturi di Ounahi; 98’, da Brahim Diaz, risorto dalle ceneri di metà match, a Rahimi, sostituto di Saibari.

Nei cambi, meglio Ouahbi di Marsch. In generale, «primum vivere, deinde philosophari»: non sarà proprio l’esperanto del Paron, ma ha qualcosa che ne avvicina lo stile, lo spirito. Quarto nel 2022, piazzamento mai toccato da una Nazionale africana, il Marocco non si pone limiti. E fa bene. Perché sa di averli; e, per questo, sa di poterli trasformare in risorse.

C’è capo e Capo

Roberto Beccantini4 July 2026

Cominciare dalla fine significa ridurre il gesto al testo e al resto. Non sia mai. Argentina-Capo Verde 3-2 è stata la storia di tante storie. La bellezza di Messi, stop da urlo e sinistro di controbalzo, su ricciolo aereo di Lisandro; la modestia dei suoi maggiordomi, da Mac Allister a Lautaro; lo spirito Bubista degli avversari, esaltati dai guanti bianchi di Vozinha.

Non si può non chiedere scusa a questo arcipelago trattato alla stregua di barbosi questuanti. Ha portato i campioni del Mondo ai supplementari e, agli sgoccioli della sbornia, è stato il «Dibu» Martinez a soccorrere, crocerossina premurosa, feriti e confusi.

Dunque: al 7° sigillo della Pulce, casa sua, Miami, si è alzata in piedi salvo poi abbioccarsi nella melassa. Tirava solo Leo. Fra un ruttino e l’altro, al 59’, un’azione «alla mano» spingeva Deroy Duarte al pari. Usciva Lautaro, entrava Julian Alvarez, e pure Nico Gonzalez: gli «intrusi» non cedevano una zolla e ai muscoli affiancavano doti di palleggio non banali.

Da un corner di Leo, s-corretto in mischia, il mancino di Lisandro sembrò ai più una sentenza. Invece no. Perché Sidny Lopes Cabral s’inventava un destro a giro da leccarsi i baffi. Sono le licenze poetiche che si concede il calcio, quando i più forti si dimenticano di essere bravi: o lo nascondono, ignari della nemesi.

E’ stata una sbracciata fortuita di Diney Borges, avvinghiato alla crapa di Romero, non meno stopper di Lisandro, a strappare il tabellino dalla narrazione omerica che lo avrebbe invaso. Il corner lo aveva pennellato, tanto per (non) cambiare, il capitano. Sorpreso dall’acqua che faceva la barca; perplesso – e impreparato, forse – nel gestire un’emergenza che Scaloni e le sue «scalonete» non avevano previsto: Capo chi? Morale: guardare il dito che indica la luna, anche se la luna gioca con te, è pericoloso.
Leggi tutto l’articolo…