Sul ponte sventola bandiera bianca

Roberto Beccantini15 March 2026

Diavolo di un Sarri. Fa scendere Max dal pullman, gli offre ampi parcheggi e lo prende alle spalle isolando Isaksen (come allo Stadium, chez Madama). Lancio dalle trincee, il danese si mangia Estupiñán – proprio lui, l’eroe del derby – e fulmina Maignan. Lazio-Milan 1-0 ruota attorno a una scelta, a un episodio, alla traversa di Taylor, al botta e risposta Maignan-Maldini, a un Feticista che cambia e ricambia – 3-5-2, 4-3-3, 4-2-3-1 – al pugno di angoli a referto. Più di corsa e di garra, i laziali decimati; troppo legati ai calcoli e a Modric, i rossoneri imbalsamati (già senza Rabiot e con Pulisic nebbioso).

Il ritorno del popolo eccita il lessico di «C’era Guevara». Leao centravanti si conferma, in compenso, un obbrobrio tattico: un po’ perché non lo servono, un po’ perché fa capire, ciondolando, di non volerlo essere. Sostituito, abbraccerà il mister come un serpente la preda. Migliore in campo, Gila. E bravo pure Motta, classe 2005, il portierino di Biella. Alla fine della fiera: Inter 68, Milan 60, Napoli 59. Punto e a capo.

** Como-Roma 2-1 (Malen su rigore, Douvikas, Diego Carlos). Nel primo tempo, una sola squadra al comando. Quella che perdeva. Succede. A Diego Carlos non riesce la costruzione dal basso, rigore su El Shaarawy, settimo squillo di Malen. Attorno, una superiorità frustrata dai riflessi di Svilar. Veniva, il Gasp, dall’euro-pari di Bologna: energie preziose. Nella ripresa, Cesc – che fin lì aveva travestito «giraffa» Ramon da centravanti – inserisce un nove vero, Douvikas che pareggia subito. La Lupa stava cercando di uscire dalla tana, il rosso a Wesley per cumulo (molto esoso, il giallo bis su Diao) consegna il destino ai più bravi. La nemesi, generosa, offre a Diego Carlos l’onore di firmare, in mischia, il sorpasso. Dopodiché, traversa di Da Cunha, uscita di un Nico non esattamente Real e Como quarto, da Champions: nel gioco, nei soldi, nei baci degli dei.

Cime tempestose. E il «tridentino»

Roberto Beccantini14 March 2026

Se David è un nueve falso, avrà pensato «Luscianone», tanto vale rischiare un falso nueve: Yildiz. A Napoli gli andò male, a Udine no. La formula del «tridentino» (Conceiçao, Yildiz, Boga) ha vinto e convinto al di là dello scarto, 0-1, lontano dalle occasioni espresse e dai valori affiorati.

Può essere che la difesa «alticcia» di Runjaic abbia agevolato i convogli della Juventus. Resta il fatto, insindacabile, che di Perin non si rammentano parate «vere», mentre Okoye è stato protagonista più volte: su Boga, su Cambiaso e persino su Miretti.

Il gol spacca-equilibrio, al 37’, ha suggellato il governo di Madama e premiato una mossa – Yildiz all’ala, Boga al centro – cruciale nel cuore dell’azione. Lancio «scavalcante» di Kelly, spalla-a-spalla tra Yildiz e Zarraga stravinto dal turco, assist in mezzo, tocco di Jérémie.

Non che il livello della notte abbia lambito vette himalayane, ma Zaniolo è un cavallo pazzo e Davis, un centravanti dalle ante generose che ha trovato in Bremer un arcigno secondino. Fra i suoi scalpi, l’Udinese vanta l’Inter (a San Siro, addirittura), il Napoli e la Roma. Il rendimento costeggia le montagne russe. La Vecchia l’ha presa molto sul serio, e il raddoppio di Conceiçao, imbeccato da Yildiz, migliore per distacco, ne avrebbe gratificato l’approccio e la gestione, in pericolo solo per episodi (Atta, Ekkelenkamp, qualche bolgia agli sgoccioli), se un fuorigioco di Koop non avesse «partorito», al Var, una interferenza oggettivamente capziosa. Vuolsi così colà eccetera.

Già al terzo squillo, dopo Roma e Pisa, Boga sembrava un due di coppe: sta diventando un jolly dal dribbling facile come il whisky cantato da Fred Buscaglione. Si scorge, dall’alto, un panorama meno anchilosato, meno aggrappato al «particulare». Qui dove la pelata luccica, il vento tira sempre forte, ma l’Abatone ci ha preso gusto.
Leggi tutto l’articolo…

Zanna bianca

Roberto Beccantini12 March 2026

La notte di Federico Valverde. Tre gol, uno più bello dell’altro, al Manchester City di Pep Guardiola nell’andata degli ottavi di Champions. La notte. Ieri notte. E quei gol. Non sono andati oltre la storia del calcio (perché la storia resta l’Idea). Ma ne hanno invaso e bombardato un capitolo. Come se, costretto in bagno per una pipì randagia, l’autore fosse stato sostituito da un vice improvviso ma non improvvisato; e lo «scambio» avesse prodotto – tra i palchi laccati e i palati golosi del Bernabeu – tre brani da standing ovation. Al netto della complicità dei testimoni reclutati dal destino (Nico O’Reilly, Gigio Donnarumma): capita, sì, ma di rado.

Ho pensato alle prime volte dell’Italia del rugby contro gli inglesi; dell’Italia del baseball con gli americani (Houston, abbiamo una soluzione); e, temporibus illis, dell’Italia del basket ancora con gli Usa (gancio di Renzo Bariviera detto «Barabba», ai Mondiali di Lubiana, nel 1970). Naturalmente, ho pensato anche a Jannik Sinner e al suo Wimbledon first.

Valverde è un uruguagio di 27 anni che unisce alla garra, tipica della sua terra, una certa qual raffinatezza da uomo di mondo, culla al Penarol, squadra fondata da migranti piemontesi, e poi, tranne brevi fuitine, sempre e comunque Real di Madrid. Che significa troppe cose, da Franco in su e in giù. Non però la sera dell’11 marzo 2026. Non è un mattatore, «Fede», ma sa calarsi in molti ruoli, quasi tutti, dalla difesa all’attacco. E se l’emergenza impone sacrifici – sacrifici veri – eccolo, in qualità di capitano, andare alla carica e non semplicemente darla o suonarla.

Real tre, City zero. Tripletta di Valverde. E’ la sentenza che frantuma il mio ennesimo pronostico; è Jack Draper che rimonta Novak Djokovic; è Ornella Vanoni che canta che la musica è finita. E se gli amici se ne vanno, peggio per loro.