Voglio una resa spericolata

Roberto Beccantini10 March 2026

A un certo punto, in piena dittatura, mi è tornata in mente una massima di Samuel Beckett: «Avete tentato, avete fallito. Non importa. Tentate ancora, fallite ancora. Fallite meglio». Ci ha provato, l’Atalanta, ma è finita 6-1 per il Bayern. Palladino – nell’orgia delle ole preventive: avanti popolo alla riscossa – se l’era giocata con un coraggio inaudito: due punte (Scamacca, Krstovic), due ali (Sulemana, Zelewski). Auf Wiedersehen.

Era l’andata degli ottavi di Champions, con Inter, Juventus e Napoli già a casa (i «contigiani, addirittura da gennaio). I carri armatissimi di Baviera – e non solo – hanno asfaltato la principessa del nostro ceto medio. Un paio di minuti di salamelecchi dalle parti di Urbig e, quindi, il calcio che tutti vorremmo giocasse la nostra squadra del cuore: pressing calibrato, triangolazioni, sovrapposizioni, tocchi di squisita raffinatezza. Se il primo, di Stanisic, nasce da una pennica di gruppo su corner, il secondo di Olise e il terzo di Gnabry sgorgano da azioni, personali o collettive, in grado di sublimare le idee di Kompany e i piedi dei suoi opliti. Uomo contro uomo e tre pere nel giro di 25′ senza Kane e Musiala: però.

Alla ripresa, «Pallade» licenzia Scamacca (il peggiore: proprio lui, il migliore con l’Udinese) e s’infila il pastrano di Djimsiti, ma ormai è tardi. Jackson, il vice Kane, Olise (l’Mvp) e Musiala, riesumato, non porgono né guance né meline. Droit au but, sempre. Il gol-bandiera di Pasalic viene celebrato dallo stadio con un tributo che va oltre gli sfottò e lo scarto: il pubblico aveva capito che, pur demolita, la Dea aveva dato tutto. Il «suo» tutto, certo. Altra categoria, il Bayern. Il mio pronostico lo premiava, sì, ma non in termini così maramaldi. Resta il tabellino (più una traversa, più un palo), rimangono gli applausi: ai vinti, ai vincitori. Un’eccezione, per i nostri Colossei.

Piccolo golpe antico

Roberto Beccantini8 March 2026

Il golpe di Estupiñán rimanda la sentenza, ma non la cambia: lo scudetto lo vincerà l’Inter, nonostante l’1-0 del Milan. Sette punti, a dieci turni dal termine, rappresentano uno scudo efficace. Che derby è stato? Bruttarello, dalla trama attorcigliata e scontata: il Fetecista, muro e contropiede; il Reverendo, possesso, errori e omissioni.

Non che il Diavolo non abbia avuto le sue occasioni (una, forse la più grossa, in avvio: offerta da Sommer e sprecata da Modric), ma la notte è ruotata attorno a quattro episodi: 34’, Mkhitaryan consegna a Maignan un gol fatto; 35’, il sinistro di Estupiñán, riserva di Bartesaghi, su filtrante di Fofana; 54’, Dimarco si divora il pari; 95’, mani-comio di Ricci, non colto da Doveri e trascurato dal Var. Sul tema ho scritto fior di saggi: se violenti l’involontarietà, tutto diventa possibile. Quanti ne hanno concessi, quanti… A Bisseck con la Lazio, per esempio. E al povero Joao Mario in Verona-Juventus. Si mettessero d’accordo.

Rimane il risultato: per Allegri, secondo 1-0 consecutivo. E, in generale, da sei derby vinti dall’Inter a cinque vinti e due pareggiati dal Milan. Oplà. Dei nerazzurri, nessuno ha reso al suo livello: nemmeno Dimarco, neppure Bastoni (fischiatissimo, ammonito su Rabiot, acciaccato e sostituito) per tacere di Barella. In assenza della «Thula», Pio e Bonny sono stati prigionieri di Tomori, De Winter e Pavlovic. Spesso, il Milan ha giocato in dieci: Leao fuori ruolo e fuori contesto. Sempre con il cuore, però, e con i tacchetti alla bocca. Da squadra che, sapendosi inferiore, raschia il fondo di tutti i corti musi.

Maignan fece il fenomeno all’andata, non stavolta: non ce n’era bisogno. Resta, per Chivu, la sindrome delle Grandi (o sedicenti tali): dal Bodø/Glimt ai «cugini». Andamento lento, quasi preoccupato (di cosa?), mira sterile. Aveva due risultati su tre. Gli avversari, uno. Ha risolto l’ecuadoriano che, ad agosto, era titolare e poi è finito in panca, per disperazione: è il calcio.

Non più nudi alla meta

Roberto Beccantini7 March 2026

Sporge, dagli archivi, il celeberrimo motto «Il rugby è uno sport di energumeni giocato da gentiluomini, il calcio uno sport di gentiluomini giocato da energumeni». Ebbene, proprio nel sabato in cui l’Italia del rugby ha battuto per la prima volta i maestri inglesi per 23-18, all’Olimpico di Roma, dopo 32 sconfitte in altrettante gare; e nella speranza che l’impresa diventi l’incipit di una storia e non resti la storia di un giorno, dai cortili del pallone emergono il sinistro di Da Cunha a Cagliari (loro, Co-maschi; altri, Co-molli), lo scoppiettante 2-2 fra Atalanta e Udinese, cavalcato dai centravanti (due reti e un palo, Scamacca; una rete e un partitone, Davis) e, al calar della notte, il 4-0 che la Juventus ha inflitto al Pisa fanalino.

Uno scarto obeso, dalla trama bisbetica come certe zitelle. Per un tempo, Madama sgonfia e ruminante, salvata in avvio dai riflessi di Perin (su Moreo). Le bollicine di Conceiçao, the best, a bollare il trasloco dalle sparatorie di Roma al film «muto» dello Stadium. Il blocco basso di Hiljemark reggeva in scioltezza.

Poi, i cambi. Fuori Gatti e David (che non è Davis: le consonanti pesano), dentro Kelly e Boga. Il francese è un bandolero stanco dal dribbling fumante (o fumoso, dipende: fumante, stavolta, nel solco di domenica scorsa). Il suo ingresso ha spinto Yildiz, fin lì periferico, nel cuore delle trincee rivali. In attesa di Vlahovic, non il massimo: ma nemmeno il minimo toccato con lo «Stanlio» canadese. E così, di botto, i valori esplodevano: 54’, lob del turco e cabeza di Cambiaso (do you remember il cioccolatino di Brunetto Conti a Pablito, contro i polacchi, al Mundial spagnolo?); 65’, palo di Locatelli e tap-in di Thuram; 75’, da Conceiçao a Yildiz, finta di corpo e gran destro; 93’, contropiede Locatelli-Boga.

Per carità: non uno che osi stappare champagne. Anche se Spalletti compiva gli anni. Ci mancherebbe pure.