Sinistro al governo (nostro)

Roberto Beccantini28 February 2026

Il sinistro di Federico Dimarco va al di là del tifo. Non è uno «scardabbagno» alla Roberto Carlos, è un po’ freccia e un po’ pallottola. Prova ne sia l’ultimo, straordinario gol al Genoa. Di matrice tottiana, addirittura. A 28 anni, in chiave domestica, ha lambito picchi di squisita continuità. Gli manca l’ultimo step, ora che lo scudetto è in tasca: la vetrina d’Europa, la sfilata della Nazionale. Essere grande con i Grandi. Cancellare le ceneri del Bodø/Glimt. Non è poco.

Riassume e incarna l’evoluzione del terzino cosiddetto «fluidificante», da Virgilio Maroso a Giacinto Facchetti, da Antonio Cabrini a Paolo Maldini, il più forte di tutti (i difensori) perché il più eclettico. Fede ha allargato il repertorio alle punizioni (Dortmund), distribuisce assist, sa governare la fascia e cogliere l’attimo: del tiro, del tocco, del cross.

Sbocciato nel vivaio interista, esule persino a Sion, mi piaceva già all’epoca di Parma e Verona. Per come caracollava in corsia, per come armava gli alluci. Deve migliorare in fase difensiva, deve – ripeto – adeguarsi alle asticelle che il calendario e le ambizioni protendono, sempre più alte. Le lavagne sono segni, non ancora sogni. I sogni dipendono da come interpreti il mestiere, da come lo porti dentro la modernità, se non addirittura oltre. Serve il contributo dell’allenatore e della squadra, per carità: ma poi in campo ci sei tu e ci sono loro, i compagni e gli avversari. La trama scappa alla penna del romanziere, sono i protagonisti a svilupparla. James Kerr, l’autore di «Legacy», ammoniva: «Punta alla nuvola più alta, così, se la manchi, raggiungerai una montagna maestosa».

Non mi sembra proprio una cattiva idea. Per Dimarco, per tutti.

Pensarci prima, no? E Dea gratias

Roberto Beccantini26 February 2026

Se all’Atalanta serviva un’impresa (complimenti), la Juventus avrebbe avuto bisogno di un miracolo. L’ha inseguito. L’ha sfiorato. Nonostante la cronica assenza di un «nove»; nonostante la cervellotica espulsione di Kelly al 49’ (pestone a Yilmaz: il rosso che cancella il giallo non esiste, ma era già ammonito); nonostante gli errori sotto porta dei migliori, Yildiz, Thuram (quanto ha pianto, povero), gli sgorbi di Zhegrova e il palo di Yildiz. Forte del 5-2 di Istanbul, il Galatasaray ha giochicchiato con supponenza, rifugiandosi in una vasta gamma di ammuine, Osimhen furibondo per il lassismo dei suoi sodali.

Erano arrivati sul 3-0, gli spallettiani, in virtù di un rigore di Locatelli, arpionato da Thuram, e grazie a un secondo tempo degno della storia aziendale. La cacciata di Kelly li aveva come trasfigurati. Tap-in di Gatti, zuccata di McKennie a correggere una sponda di Koop, Zhegrova che dribbla il possibile e si mangia l’impossibile: persino all’alba dei supplementari.

In dieci, non poteva non calare, Madama. E Buruk, che un genio – a naso – non deve essere, ha messo dentro un altro centravanti. Icardi, ex Inter. Morale: palla persa da Adzic, tocco di Icardi, Gatti – in debito di ossigeno – arranca, il leonino Osimhen trova un varco nella gabbia e infila tra le gambe di Perin, preferito temerariamente a Di Gregorio. Il 3-2 di Yilmaz ha guarnito il tabellino e moltiplicato i rimorsi.

Il popolo, che aveva fischiato le passeggiate per i vicoli del Como, applaude orgoglioso. Ha apprezzato lo spirito, il cuore, gli impulsi. Il problema è che «la» Juventus dovrebbe giocare sempre così. Inoltre: doppietta di un centrocampista sul Bosforo (Koop); penalty e squillo di due centrocampisti (Locatelli, McKennie) e di uno stopper (Gatti) allo Stadium. E gli attaccanti? Per tacere di un dato, questo: un espulso all’andata e uno al ritorno, ocio.
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Inter, non così

Roberto Beccantini24 February 2026

Padre calcio ne ha sempre una. La squadra alla quale avevano segnato, la stessa sera, Openda e David, elimina addirittura la squadra che, in Italia, ha 10 punti sulla seconda. E con pochi se e pochissimi ma: 3-1 al Polo, 2-1 a San Siro. Bodø/Glimt nella storia, il mio vaticinio (60%-40% pro Inter) nel cesso. Eppure mi avevano garantito che il letargo porta ruggini. Mecojoni!

La pattuglia di Chivu è stata lenta, piatta, facile da leggere. Non che non abbia creato occasioni (un paio di parate di Haikin su Dimarco e Frattesi, la mossa del Reverendo; un salvataggio di Hogh; il palo di Akanji; la rete «mischiosa» di Bastoni), ma «cattiva» e sveglia di pensiero, mai. E così: cinque sconfitte nelle ultime sei di Champions. Niente ottavi. L’Inter, finalista nel 2023 e nel 2025.

E’ il periodo dei norvegesi. Nazionale (3-0 a Spalletti e 4-1 a Gattuso), club (il Bodø, appunto), i singoli (tripletta di Sørloth nel 4-1 dell’Atletico al Bruges). Knutsen ha atteso, sornione. Blocco basso e ripartenze (una volta: catenaccio e contropiede, ma chi se ne frega). Poi, al primo sgorbio (di Akanji), zac: Hauge, ex Milan, dopo mezzo miracolo di Sommer.

L’Inter non ha mai cambiato ritmo. Corner, cross, zuccate: e loro, al guinzaglio di Berg, chiusi al centro e un po’ aperti sulle fasce. Pressanti, umili, pazienti. Invano Cagnotto-Barella, Dimarco e Zielinski hanno cercato di sabotare la trama. Non ci sono riusciti: e nemmeno le staffette. Mancava Lautaro (e vi raccomando Thuram: un fantasma). Un solo guerriero: Pio.

Il raddoppio di Evjen sgorgava da un ricamo degno della sartoria catalana, oltre che da un 4-4-2 ringalluzzito dagli episodi. Poi, è chiaro, nel dubbio palla in tribuna e costruzione dal basso vietata. Non ricordo, da parte dei tifosi Norway, sbuffi d’ira. Hanno vinto i più bravi, non i più forti.