Alla lotteria Tudor

Roberto Beccantini20 September 2025

Nel sabato dei mani-comi riaperti (Carboni al Dall’Ara, rigore pro Bologna; Joao Mario al Bentegodi, penalty pro Hellas), e dopo il 4-3 zemaniano all’Inter e il 4-4 surreale con il Borussia, dalla lotteria Tudor esce un trafficato e tribolatissimo 1-1.

I cinque cambi, a beneficio della tenuta, e il fioretto di Conceiçao non sono bastati. Merito di Zanetti e del Verona, flottiglia già capace di mettere in riga la Cremonese del «due su due». L’ordalia è stata ispida, e quell’Orban, nigeriano di 23 anni, implacabile dal dischetto e gran rompiballe (da rischio-rosso su Gatti).

La Juventus ha traccheggiato per un tempo, senza mordere, e rischiato tanto, tantissimo, nel secondo, quando le staffette di Igor hanno spolpato il centrocampo e moltiplicato punte e puntine. I pugni del reattivo Di Gregorio, il 2-1 di Serdar annullato per fuorigioco, i contropiedi di gruppo, con Orban e Giovane calabroni fastidiosi, hanno marchiato una sfida che, d’improvviso, sfuggiva alla logica: ma non alle gambe (di chi le aveva).

Vlahovic subito non vale Vlahovic in corsa; e se pure Yildiz (sgoccioli di capitano) viene ingabbiato e disarmato, addio coppia di fatti. E Koopmeiners? Subentra e si sperde, anche perché abbandonato al suo destino. Per tacere di Openda e David, Adzic e Zhegrova, o fuori ruolo o dagli alluci fuori posto.

Del Verona ho apprezzato la birra delle punte e la corazza di Unai Núñez, oltre alla volontà basica di non mollare mai. A maggior ragione, contro una squadra che, per tutta la ripresa, sembrava una Signora scarmigliata e struccata, in balia dei cicisbei di turno. Per carità, un ceffone lo avrebbe potuto mollare. Ma in quel piccolo Bronx,
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Rosso di sera

Roberto Beccantini18 September 2025

Partita inesistente, come il cavaliere di Calvino. Siamo appena al 19’, quando una pallottola vagante di Foden squarcia la metà campo del Napoli e Di Lorenzo, trafelato e disorientato, atterra Haaland sulla lunetta. Il Var capovolge la clemenza di Zwayer: chiara occasione da gol, fuori. Giusto. E allora, per il City, cominciava una lenta, ossessiva, processione verso il West di John Wayne. L’episodio inghiotte persino il pathos del ritorno di De Bruyne, che Conte richiama al 25’, a beneficio di un terzino, Olivera. Non un moccolo, da parte del belga, non un lamento: panchina e forza ragazzi. Giù il cappello.

Sin lì, per paradosso, la smanacciata più impegnativa era stata di Donnarumma, su Beukema. E, con Politano e Spinazzola, il Napoli si sporgeva. Si sporgeva, naturalmente, come si può fare all’Ethiad: buttandosi sulle briciole. Per un tempo, Milinkovic-Savic ha tenuto in piedi la baracca; e quando non il serbo, addirittura Politano, uno dei migliori. Tanto che, al posto di «Andonio», non lo avrei sostituito, al netto del fresco giallo. Sarà un caso ma, appena tolto, sono crepitati i gol. Forse erano nell’aria, se non nell’area, oh yes; forse il catenaccio era allo stremo: di sicuro, le ante di Juan Jesus non hanno aiutato.

In dieci minuti, dal 56’ al 66’: lo scavetto di Foden per la chioma di Haaland; il dribbling di Doku senza raddoppi. Sul 2-0, venivano richiamati proprio loro, i giustizieri, e il torello assumeva contorni quasi salvifici, vista le penuria di tiri.

Avventurarsi nella giungla tattica sarebbe da maniaci. Togliere De Bruyne (34 anni, mai dimenticarlo) è stata scelta fortissima. Come forti sono stati il cuore e la pazienza della squadra. Ci si aspettava un film d’essai, in un ribollire di idee: dopo il rosso, viceversa, hanno proiettato Fort Alamo, con i messicani del generale Santa Anna ancora lì, sempre lì.

Quei due

Roberto Beccantini17 September 2025

Confetti di Champions. I Torquemada del web ripongono, mesti, i polpastrelli vindici. Ajax-Inter 0-2 ruota attorno ai «colpevoli» dello Stadium. Sfarfallerà un’uscita nel finale, Sommer, ma al 40’ salva il risultato su Godts, in fuga dalla sua metà campo. Un paio di minuti e, da un angolo di Calhanoglu, ecco Thuram: di testa, come sabato. Ma senza fratelli nei paraggi. Poi, in avvio di ripresa, ancora il turco da corner e ancora Marcus di crapa. In teoria, avrebbe dovuto tenerlo d’occhio Klaassen. In teoria.

Mi sembrava impossibile che Chivu, uomo di mondo, non confermasse il portiere: lo tenga presente Tudor. In generale: tre cambi rispetto allo smacco juventino (De Vrij, eccellente, per Acerbi; Dimarco per Carlos Augusto; Pio Esposito, generoso e «spondista», per Lautaro). Primo tempo di sostanziale e grigiastro equilibrio, spaccato da Sommer e Thuram, le cui esultanze si sono confermate caste assai. Alla distanza, non appena domata la velocità degli avversari, Inter in scioltezza: per mestiere, ordine e fisico. L’Ajax è ormai una scuola dell’obbligo: i testi riecheggiano l’epopea del passato, le teste – e i piedi, soprattutto – non proprio, non sempre. Due sconfitte dopo, serviva una reazione: c’è stata.

** Paris Saint-Germain-Atalanta 4-0 (Marquinhos, Kvaratskhelia, Nuno Mendes, Gonçalo Ramos). D’accordo, Juric e non più il Gasp. Ma pure senza Retegui e Lookman, Ederson e Scamacca. I blu di Luis Enrique partono a palla, Marquinhos subito, poi super Kvara e via sull’onda, da Nuno Mendes a Ramos. Musica, maestri. E se Carnesecchi non avesse bloccato il rigore di Barcola, sarebbe stata «manita». Il risultato dice tutto, la prestazione va oltre. Al netto delle scelte del mister croato e dell’atteggiamento complessivo della Dea. C’est la vie, dicono da quelle parti. Beati loro. Aperta parentesi: appena possibile, si sigli un armistizio e dentro Lookman. Chiusa parentesi.