Très facile

Roberto Beccantini26 June 2026

A differenza del già qualificato Bearzot, che nel ‘78, contro l’Argentina, non aveva risparmiato i titolari, salvo ritrovarseli un po’ spremuti con l’Olanda, il già qualificato Solbakken ha demolito la tipo, Haaland incluso, e sbandierato le riserve. Stéphan no: con Deschamps volato al funerale della mamma, le consegne erano chiare. I migliori.

In attesa che la storia si esprima, si è espressa la cronaca: Norvegia uno, Francia quattro. Mbappé, una traversa e due assist; Dembélé, mai raddoppiato, tre gol: destro, sinistro, sinistro. Nel dettaglio tattico: palla al piede, caviale e champagne. Senza i riflessi di Selvik, chissà quanti sarebbero stati. Palla agli altri: i soliti ruttini al momento del caffè corretto, certificati dalla libertà concessa ad Aasgaard – quando ancora metà squadra stava onorando il cooling break – dal rigore di Theo su Bobb e murato da Maignan a Strand Larsen, dalla gran parata di Maignan su Bobb, classe 2003, il motorino dei fiordi.

E’ stata divertente, come tutte le amichevoli giocate da scapoli nobili e ammogliati acerbi. C’era, in palio, il primo posto del girone. Obiettivo sacrificato, dal «viking row», in funzione della sostenibilità energetica. Per un tempo, stelle filanti e la folla di Boston in brodo di giuggiole. Poi, alla distanza, gente che va gente che viene, ritmi non più elettrici e, giusto al 94′, la ciliegina di Doué, di testa, su cross al bacio di Barcola, emerso dalla panca.

Lo spazio offerto a «Dembappé» mi ha fatto venire in mente un aneddoto risalente a un’edizione vintage di Sampdoria-Milan. L’allenatore dei doriani era Fulvio Bernardini. Rivera cantò e incantò. Un cronista, negli spogliatoi, lo rinfacciò bruscamente al dottor Pedata. Fuffo lo fissò. Sorrise: «E bravo, lo vedo due volte all’anno e lo faccio pure marcare».

La fede oltre la fedina

Roberto Beccantini26 June 2026

La fede dell’Ecuador, la fedina della Germania. Sull’orlo del precipizio, gli uni; a capo tavola e a pancia piena, gli altri. E’ finita 2-1. Scagli il primo biscotto chi: ammesso che lo sia stato. Certo, quando ci si mettono, i tedeschi non scherzano: a Gijon, nel Mundial del 1982, pur di far fuori l’Algeria fraternizzarono con l’Austria e le inflissero l’1-0 armistiziale e fatale (agli africani).

Nel New Jersey, di fronte 80.000 testimoni (parole e musica di Sandro Ciotti), i lanzichenecchi di Nagelsmann timbrano subito (2’): ma se il sinistro di Sané è chic, la gambona stile Empire di Pavlovic avrebbe dovuto indurre l’arbitressa, Mrs. Penso (ergo sum), ad annullarlo.

I gialli di Beccacece, ct inviso e divisivo, sanno che per cambiare la storia, nulla deve cambiare: e allora sotto con foga, in pressing selvaggio, con tecnica (Hincapié, Angulo, quell’anima attraversata di Moisés Caicedo), con cuore. Già al 9’, Angulo pareggia dal limite. I crucchi aprono l’ombrello, convinti che basti. Trascurano l’energia che, a volte, la disperazione trasmette. Wirtz, Musiala, Havertz trovano zolle intasate, spiragli opachi. Non mordono: graffiano.

Il popolo tifa per i Volonterosi. «Sì se puede, sì se puede». Le staffette dei Mister agitano le onde. E’ tutto un ribollir di tini. Al minuto 77, da un angolo e spizzata, Gonzalo Plata brucia Thiaw e Neuer sul rogo del «mia-tua» e rovescia il destino. L’ingresso di Undav, killer della Costa d’Avorio, appartiene al bagaglio dei rimpianti o dei rimorsi, boh. L’Ecuador vola ai sedicesimi per la gioia della signora Berta. La Germania, che c’era già – e da leader, addirittura – guarda e passa. Ci sono emozioni che tracimano dalle analisi e sommergono i pronostici.

Per fortuna, nessuno è perfetto.

Giubbe rotte, omaggi a Carletto

Roberto Beccantini24 June 2026

In un’orgia di rosso, a Vancouver, la Svizzera si mette in tasca il Canada. L’hanno risolta, in avvio di ripresa, Vargas e Manzambi, un ragazzone del 2005 metà angolano e metà congolese, di corsa e di tocco, con Embolo «armadio» prezioso nell’arredare le fasi d’attacco. Valeva, la sfida, la testa del girone. La Nazionale di Yakin pratica un calcio di una normalità che disturba esclusivamente coloro che già dallo scambio dei gagliardetti presumono di discernere il passato dal futuro (è di Nicola Roggero). Lucchetti di antica ferramenta – Akanji, Eldevi – una coppia di mezzo da quartieri alti, Xhaka-Freuler; e, davanti, gente di dribbling sapido. Più i muscoli montagnosi di Embolo.

Persa l’elettricità di Ismael Koné, le «giubbe» di Marsch vivacchiano, per un’ora abbondante, su idee rare e confuse. Jonathan David «pirla» attorno a Larin: un tiro murato e stop, il suo contributo. Più vicino, decisamente, ai languori juventini che non al Luna park qatariota. Il 2-1 è farina dell’altro David, Promise, al culmine di un ficcante ricamo in velocità. Promise, dalla panchina con onore. Troppo tardi.

** Miami: Scozia-Brasile 0-3 (Vinicius, Vinicius, Cunha). Non sarà più il Brasile di Didì-Vavà-Pelé, ma a furia di spalancargli la porta qua e là ha «rischiato» di sembrarlo. Nel dettaglio: pronti-via e McKenna regala a Rayan la palla che Rayan regala a Vinicius. E uno. Vinicius borseggia Hendry e segna facile, ma il Var trasforma una pedatina in ghigliottina. Cross di Bruno Guimaraes, portiere a farfalle, Vinicius di testa. Addirittura. E due. Nella ripresa, finalmente, un cammeo: da Bruno Guimaraes a Cunha, e tre. Ovazione per Neymar, i cui spiccioli non sono mai «resti». Carletto gongola. Cunha (al posto di Igor Thiago), Rayan (un bel cavallone, per l’infortunato Raphinha), Danilo: fior di cerotti, rispetto alla prima. Povera Scozia: McTominay e né corna né (soprattutto) muse.