Indietro un altro

Roberto Beccantini27 October 2025

Che noia, ladies & gentlemen: indietro un altro. Via Igor Tudor, che aveva sostituito il trombato Thiago Motta ed era stato confermato – esclusivamente – per i rifiuti di Antonio Conte e Gian Piero Gasperini. Un traghettatore (el sciur Massimo Brambilla, from Next Gen) al posto di un altro traghettatore che otto partite senza vittorie le aveva raccolte «solo» nel gennaio-febbraio 2016 al Paok Salonicco.

Era il 2020, l’anno del nono e ultimo scudetto consecutivo. C’era Maurizio Sarri: sarebbe bastato confermarlo. C’era Andrea (fino al novembre 2022): sarebbe bastato non dare di fuori. Invece: Andrea Pirlo, il bis di Massimiliano Allegri (con coda di Paolo Montero), Motta, Tudor. E la squadra sempre lì, a galleggiare fra terzo e quarto posto. Una Dama in grigio, nello sport il colore più crudele.

Dall’Agnellino imploso tra supercazzola della Superlega e bilanci «hard» alla metafora dei Volonterosi, John Elkann, è stato tutto un continuo attorcigliarsi su ambizioni, valzer di direttore sportivi, amministratori, mercati (non Dusan Vlahovic, ma i suoi 12 milioni di stipendio). Il pesce puzza dalla «capa». La Juventus è la bilancia sulla quale, in Italia, si sale per pesare vittorie, insuccessi, ragioni, frustrazioni e torti. Ha sempre avuto fretta («vincere non è importante, è l’unica cosa che conta»), e la fretta è pericolosa, spericolata. Adesca, tradisce.

Nella mia griglia d’agosto figurava al quarto posto. Dietro Napoli, Inter, Milan. Per principio, sono contrario ai cambi in corsa. Ricordo voti mirabolanti alla campagna acquisti. I giocatori non pagano mai, beati loro. Tudor era un cerotto: si è staccato per impuntature assortite (Yildiz prigioniero della sinistra; lotteria delle formazioni; «falta» di personalità) e, molto, per il livello della rosa. Il ritorno di Bremer sembrava l’ennesimo inizio. Si parla di Luciano Spalletti: il genio di Napoli o la pippa dell’Europeo? A saperlo.

La Dama in grigio

Roberto Beccantini26 October 2025

Non facendo più paura, la Juventus la toglie a chi ne ha. La Lazio era decimata e, per questo, Sarri l’aveva «messa lì», sulla sponda del fiume. Aspettando un cadavere, uno qualsiasi. Tempo 9 minuti ed eccolo: sgorbio aereo di David, lecca di Basic, stinco di Gatti. Uno a zero. Da lì in poi, un polpettone indigesto che è diventato l’unico piatto nel menu del «rivoluzionario» Tudor. «Rivoluzionario» fin troppo: Perin al posto di Di Gregorio, il migliore del Bernabeu; Cambiaso esterno e McKennie interno, poi viceversa; Yildiz fuori e quindi dentro, ma sempre lassù, nella Siberia di sinistra. Koop all’inizio, Thuram alla fine. E in attacco: David-Vlahovic, Vlahovic-Openda. Con lo «stato minore» di Madama al algoritmare in tribuna.

Errori letali in uscita (di Locatelli, persino), alluci randagi, tiri rari come Gronchi rosa, uno scavetto di David, in capo all’unica azione decente della notte (Koop-Cambiaso), e una sgrullata di Thuram, prede laboriose di Provedel. Non credo che Igorone abbia perso lo spogliatoio. Peggio: ha perso quella bava di gioco che aveva trasmesso fino al 4-3 all’Inter. E qua e là recuperato addirittura con il Real.

Rimane la pena della striscia: 8 partite senza vittorie, 4 gare senza gol, 3 sconfitte di fila (Como, Real, Lazio). Della Lazio ho ammirato i dribbling di Isasken e l’anima di ferro, cruciale nel reggere il nevrotico e sterile possesso degli avversari. Sulla sfida – brutta, sporca e cattiva – ballano e mancano il secondo giallo a McKennie e un rigore da step on foot di Gila su Conceiçao, citofonare Bernardeschi al Franchi.

Guai, però, a trasformare gli episodi in benzina. La Juventus si è ficcata in un labirinto nel quale entrò proprio quando, nell’estate del 2020, licenziò «C’era Guevara». Mercoledì, l’Udinese: le ultime spiagge si stanno esaurendo.

Proto, ferma tutto: si ribatte

Roberto Beccantini25 October 2025

Selvaggia come un puledro imbizzarrito, Napoli-Inter 3-1 ci ha riportato alla febbre del sabato sera. Veniva, «Andonio», dal 2-6 di Eindhoven e lamentava troppi giocatori nuovi e troppi infortunati «vecchi». Chivu, lui, aveva preso a pallate l’Union St. Gilloise per 4-0, dopo – però – cinque minuti d’inferno.

Il risultato ha scosso classifica e moviole, dal Vesuvio a Lissone. Vero, molto fantasma il rigore di Mkhitaryan su Di Lorenzo, fischiato da Mariani a 8 secondi di distanza (su dritta dell’assistente?) e ratificato dal Var 4’20″ più tardi. Dal dischetto, De Bruyne folgora Sommer ma si tocca la coscia. Corre, la memoria, a un penalty di Vialli in un Roma-Juventus d’antan: caviglia k.o. per stress e mira randagia. Fuori, dunque: e dentro Olivera. Esce pure l’armeno, acciaccato ai flessori, sostituito da un pavido Zielinski.

Stava dominando, l’Inter. Paratona di Milinkovic-Savic su Lautaro, traversa di Bastoni, palo di Dumfries, occasioni assortite. Conte aveva battezzato Neres falso nueve. Confesso: lì per lì, un’idea un po’ stramba. Ma piano piano, sempre meno stramba. Anche perché, scritto con tutto il tatto possibile, l’uscita di De Bruyne ha riconsegnato ‘o Napule allo spirito e all’anima della Old guard e McTominay alla libertà smarrita: o comunque contesa. Insomma: dal 4-1-4-1 pro belga al 4-3-3 dello scudetto.

Non a caso, ecco il raddoppio di «Mcdomini», con una sassata delle sue, da centravanti d’una volta, in capo a un contropiede lanciato da Spinazzola. Pur non sembrando la belva schiumante del primo tempo, l’Inter rientrava in partita con un mani-comio di Goodmorning che Calhanoglu trasformava da par suo. Il Martello e il Toro si scambiavano berci assortiti, a conferma che il cielo non sempre è più blu; i corpo a corpo dei campioni tenevano
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