A differenza del già qualificato Bearzot, che nel ‘78, contro l’Argentina, non aveva risparmiato i titolari, salvo ritrovarseli un po’ spremuti con l’Olanda, il già qualificato Solbakken ha demolito la tipo, Haaland incluso, e sbandierato le riserve. Stéphan no: con Deschamps volato al funerale della mamma, le consegne erano chiare. I migliori.
In attesa che la storia si esprima, si è espressa la cronaca: Norvegia uno, Francia quattro. Mbappé, una traversa e due assist; Dembélé, mai raddoppiato, tre gol: destro, sinistro, sinistro. Nel dettaglio tattico: palla al piede, caviale e champagne. Senza i riflessi di Selvik, chissà quanti sarebbero stati. Palla agli altri: i soliti ruttini al momento del caffè corretto, certificati dalla libertà concessa ad Aasgaard – quando ancora metà squadra stava onorando il cooling break – dal rigore di Theo su Bobb e murato da Maignan a Strand Larsen, dalla gran parata di Maignan su Bobb, classe 2003, il motorino dei fiordi.
E’ stata divertente, come tutte le amichevoli giocate da scapoli nobili e ammogliati acerbi. C’era, in palio, il primo posto del girone. Obiettivo sacrificato, dal «viking row», in funzione della sostenibilità energetica. Per un tempo, stelle filanti e la folla di Boston in brodo di giuggiole. Poi, alla distanza, gente che va gente che viene, ritmi non più elettrici e, giusto al 94′, la ciliegina di Doué, di testa, su cross al bacio di Barcola, emerso dalla panca.
Lo spazio offerto a «Dembappé» mi ha fatto venire in mente un aneddoto risalente a un’edizione vintage di Sampdoria-Milan. L’allenatore dei doriani era Fulvio Bernardini. Rivera cantò e incantò. Un cronista, negli spogliatoi, lo rinfacciò bruscamente al dottor Pedata. Fuffo lo fissò. Sorrise: «E bravo, lo vedo due volte all’anno e lo faccio pure marcare».