Uber alles (quasi)

Roberto Beccantini7 April 2026

Quando salgono sul ring i pesi massimi, la Champions brilla come un albero di Natale. Era l’andata dei quarti: Real di Madrid 1, Bayern di Monaco 2. Un frullato di emozioni e di occasioni che, a noi trombati di Zenica, è parso un bar nel deserto.

Due scuole a confronto, tanto per cominciare: e questo, già strumento di beltà. Il Real, difesa bassa e palla lunga per Mbappé e Vinicius. Il Bayern, processione-aggressione a pieno organico (spesso). Così per una settantina di minuti.

Cosa non si sono mangiati Upamecano e Gnabry (su sgorbio di Thiago Pitarch) nel primo tempo, Vinicius e Musiala nel secondo. Cosa non ha parato Neuer a 40 anni (su Vinicius, su Mbappé). Migliore in campo con Olise, l’evoluzione dell’ala. Burlone, il destino aveva affidato i timbri a piè di cronaca a due «ombre»: Luis Diaz, su tocco verticale di Gnabry, e Kane, su servizio orizzontale di Olise.

Kompany, locomotiva; Arbeloa, vagone. Sino, almeno, ai cambi: l’ingresso di Bellingham, Brahim Diaz e Militao ha ricucito lo strappo, ha avvicinato le differenze, ha svegliato il fischiante Bernabeu. Al gollonzo di Mbappé non dico che i tedeschi abbiano avuto paura, questo no, ma sfrattati dal cuore del ring si sono guardati attorno sbuffando.

Il Real (di Carreras, anche) ha provato a pescare nella storia. Più Moby Dick ruggiva, più la penna di Melville lo trasformava in un Achab furente. Ma il Bayern ha tenuto. Se sul piano dei tiri il pari non sarebbe stato un insulto (anzi), a livello di gioco – per un’ora abbondante – la supremazia è stata così schiacciante da legittimare la riffa degli episodi (e al netto delle opportunità sciupate agli sgoccioli, in contropiede), con i Blancos arrembanti, per forza, «sin juicio».

Non muore mai, il Madrid, ma in Baviera la vedo dura, molto dura.

Il 38° parallelo. E il sorpassino

Roberto Beccantini6 April 2026

Casuale è il gol di Bremer, con Colombo che perde una scarpa (sic), non il resto. Almeno per 48 minuti, la Juventus asfalta un Genoa in versione «Vacanze romane» (quante gliene scrissero, i miei lettori, la sera del ritorno di De Rossi all’Olimpico). Neppure David, titolare a sorpresa, riesce a sporcare la trama. Il raddoppio è un inno al contropiede: Cambiaso-McKennie-Conceiçao-McKennie. Non lo avrei soprannominato «Casinò Texas» se non sapessi cosa può uscire dalla sua roulette: nel dettaglio, un’entrataccia su Vásquez (diffidato, ciao Bergamo) e il tris divorato al 43’, da un’idea di Yildiz, e al 47’, da una sponda di Thuram.

Ecco: il palo di David ha fissato una sorta di 38° parallelo. «Quandoque bonus dormitat Pep»: figuriamoci, dunque, la squadra dello Spallettone. E’ persino umano. Ma può diventare un problema, se a un avversario fin lì prono e moscio lasci un filo di gas. L’ingresso di Baldanzi funge da miccia. Il rigore varista che Di Gregorio para due volte a Martin, il fiammifero che avrebbe potuto dar fuoco alla riffa degli episodi. Of Gregory, sì: sostituto di Perin (polpaccio), suo sostituto dopo le magre con Inter e Como. Il destino mescola le carte: poi tocca a noi giocarci. Già.

Al netto dei cambi, la flessione di Madama (penso a Yildiz e al Portoghesino, champagne per un tempo) è stata verticale. Un 4-0 in canna, rimasto 2-0, che poteva diventare addirittura un 2 pari. Occhio, hombre de Certaldo.
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Lautarone

Roberto Beccantini5 April 2026

Dalle ceneri di Zenica ai fuochi di San Siro. Rientra Lautaro e, casualmente, il braccino corto diventa lungo come il naso di Pinocchio. Riecco i muscolacci. E il gioco: 5-2. Arrivederci Roma: dura un tempo, la storia. Dal gol-lampo del capitano, su assist di Thuram, al pari di Mancini, di testa, su cross di Rensch. Attraverso i contropiedi dell’Inter e il pressing alto della Lupa, fra bolge nei vicoli di Svilar e gran parata di Sommer su Malen.

La svolta, al 45’+2. Cioè, agli sgoccioli del primo tempo. Palla a Çalhanoglu. Distanza, una trentina di metri. Nessuno lo disturba. Lavagne alla mano, dovrebbe darla. Invece no: carica il destro, la traiettoria balla in aria, a un certo punto sterza di brutto e confonde il portiere. Ho pensato alle «maledette» di Pirlo, ai «tiri col volante» cari a Nuccio Parola, all’orbita di Haan nel cielo di Zoff, nel ‘78. Ho pensato a tante cose.

Fin lì, Chivu e Gasp (nonostante le assenze) si erano equivalsi. Il Reverendo, a folate, un po’ indietro e un po’ avanti; con Dimarco «tuttocampista» e Bastoni molto sulle sue; l’Ego di Trigoria, cercando da Soulé e Pellegrini munizioni per il Batavo, con Hermoso in appoggio. Dopo, non più. Se l’uscita di Mancini (dentro Ghilardi) devasta la contraerea, l’impatto dell’Inter è travolgente: ancora Lautaro, sempre su tocco di Thuram; poi Thuram e Barella, che non segnavano da una vita.

La rete di Pellegrini modella il tabellino, mentre l’ordalia si consegna a una ridda di occasioni a quasi ogni spiovente. Chivu richiama Lautaro (missione compiuta, a naso) e Bastoni. Tocca a Bonny e c. ricucire il paziente e attenderne il risveglio.

Prima della sosta, la capolista sembrava sulle gambe. E si sentiva assediata, secondo protocollo di Appiano. Un classico. Come un classico, ormai, sono il bilancio del Gasp con le grandi (un disastro) e le sconfitte in generale (già 11). A proposito: Inter 72, Milan 63, Napoli 62. E domani sera, Napoli-Milan. Sorbole.