Fumo di cantieri

Roberto Beccantini6 September 2026

Nella domenica di Kimi Antonelli, schizzato dalla periferia della griglia al trono di Monza, Juventus e Milan si sono scrollati di dosso l’eccesso di zero delle ultime sfide, pareggiando per 1-1. Hanno deciso i cambi: al 68’ Cisse, di anni 19, stop al bacio e destro tra le gambe di Kalulu, su sventaglio di Chukwueze; al 92’ Gatti di testa, da centravanti d’emergenza, su cross di Koop. Quattro panchinari. Olè.

Brutta partita fra cantieri fumanti e fumosi, Amorim alla terza tappa, Spalletti con molti «muratori» fuori. Ritmi lessi, palle perse al minimo graffio, Kolo Muani e Gonçalo Ramos nove falsi e non falsi nuove: il francese fantasma e il portoghese scheletro. Il verdetto cancella in extremis una sentenza che sarebbe stata sportivamente iniqua.

Un tiro un gol, il Diavolo. Molta polvere ma anche un palo di Conceiçao, tre parate di Maignan e una lecca alta di Woltemade, Madama. Il livello medio conferma la distanza da Inter, Roma e Como nel ritmo e nella qualità. C’era Alajbegovic, all’inizio: dal suo loculo mancino, piccoli fuochi. C’era Moreira, al debutto: fascia destra, nebbia in Val Padana. Poi Nico e Rabiot ondeggianti tra le linee. Frotte di gregari allo sbaraglio. Il 9 settembre Modric compie 41 anni: a ‘ste andature arriverà, comodo, ai 50.

Amorim pretende aggressività, personalità, coraggio. Per ora, può sorridere di Gila, De Winter e del giovanotto trevigiano. «Luscianone», lui, non riesce a ridurre le turbolenze e le paure che, spesso, condizionano l’uscita in palleggio. Il battesimo di Woltemade, in quella tonnara che era diventata la notte, ha portato un po’ di caos non del tutto dispersivo.

Questi sono, Juventus e Milan, e questo sanno dare. Lo Stadium, in compenso, ha onorato Franco Baresi come non sempre i duellanti hanno saputo divertirlo. Non si vive di sola moviola.

Il marchio e i dubbi

Roberto Beccantini24 March 2015

La prescrizione puzza. Al posto di Antonio Giraudo e Luciano Moggi vi avrei rinunciato. Troppo facile dire che debbono rinunciarvi gli altri. Troppo comodo. Ciò premesso, e in attesa di leggere le motivazioni, la sentenza della Cassazione chiude nove anni di Calciopoli all’italiana: senza chiuderlo.

L’associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva, tatuata sulle carriere dell’ex amministratore delegato e dell’ex direttore generale della Juventus, coinvolge materialmente un campionato (2004-2005) ma moralmente condiziona i dodici anni della «Triade».

Non può non sorprendere la cura dimagrante dell’impianto accusatorio: obeso alla partenza (Narducci: cupola assimilabile alla mafia e alla P2; piaccia o non piaccia non esistono telefonate dell’Inter), anoressico al traguardo. Leggo dalla «Gazzetta» del 22 marzo: «Anche la forbice fra la sentenza (colpevolista) e le motivazioni (quasi innocentiste) prese in contropiede molti. Dividendo i destini della Juventus e del suo ex direttore generale, la Casoria, in dieci scarne righe, assolse il club dagli oneri risarcitori, perché, in sostanza, “il potere personale di Moggi era così esorbitante da oltrepassare la sua appartenenza alla società”».

Nessun dubbio che la distribuzione delle famigerate schede svizzere ai designatori e a qualche arbitro (quale?) abbia fornito fior di munizioni agli inquirenti, ma gli arbitri inizialmente coinvolti erano otto, e soltanto due (De Santis, Racalbuto) sono rimasti nella rete. Non più Bertini e neppure Dattilo, assolti: con grande coraggio – come De Santis – avevano rinunciato alla prescrizione. Ripeto: con grande coraggio.

Uno strano giallo, Calciopoli: l’assassino noto fin dalle prime pagine, ma sulla vittima (campionato alterato, arbitri corrotti) indizi molto vaghi.

1,005 Commenti » Leggi i commenti o scrivi il tuo Pubblicato in Calciopoli

Come la celebre borraccia

Roberto Beccantini2 February 2015

Chi può risolvere il dubbio atroce che mi porto dentro da quando ho visto la foto: è stato Massimo Moratti a passare la mano a Luciano Moggi o Moggi a Moratti? Ognuno ha il passaggio che si merita. I nostri padri, beati loro, si interrogavano su chi, tra Fausto Coppi e Gino Bartali, avesse passato la borraccia (Tour de France, 1952): se il campionissimo al Ginettaccio o viceversa. Noi, invece, puntini di sospensione.

Non so se qualche Paziente può illuminarmi. E’ difficile districarsi. Massimo e Luciano si sorridono, ma chi porge la mano? In base agli albi d’oro, il primo dovrebbe essere stato Moggi, e il secondo Moratti. Ma in questo caso gli ordini d’arrivo non contano. Siamo al terzo piano del tribunale di Milano, dove l’ex presidente dell’Inter ha testimoniato nel processo che vede l’ex direttore generale della Juventus imputato per diffamazione nei confronti di Giacinto Facchetti.

Chi, allora? Testimoni oculari, ma non auricolari, informano che i due si sarebbero appartati e avrebbero parlato fitto fitto, addirittura, per due-tre minuti al riparo da brogliacci indiscreti. Moggi ha sempre sostenuto di conservare nel cassetto un pre-contratto – da dirigente dell’Inter – firmato niente meno che da Moratti in persona. Moratti ha sempre negato. Carta canta, o almeno dovrebbe. A patto che ci sia un cantante.

Avanti pure: chi, tra i due, ha spinto la mano nella mano dell’altro? E perché, se in privato si detestano? Questa non è una «presa in giro», come le risposte di Moratti all’avvocato difensore sulle telefonate di Paolo Bergamo, questa è «la» domanda che nessuno osa fare ma che tutti si fanno. Non meno piccante del ritorno di Alessandro Matri alla Juventus o di Davide Santon all’Inter.

Se qualcuno sa qualcosa, mi scriva. Garantisco l’anonimato.