Per essere Franco

Roberto Beccantini31 July 2026

Dove sono Evaristo, Igor, Osvaldo, Kevin, il dribblatore, il goleador, l’artigiano, il fantasista? Tutti, tutti, dormono sulla collina. Raggiunti, oggi, da Franco. Franco Baresi. Il simbolo del grande Milan. Il Milan di sua Emittenza e sua Intensità. La squadra che, al crepuscolo degli Ottanta, evoluzionò il nostro calcio.

Bresciano di Travagliato, il fratello Beppe mediano dell’Inter, orfano sin da adolescente, aveva 66 anni. Combatteva contro un tumore ai polmoni. Nonostante l’aria del chierichetto, almeno da ragazzo, sempre e per sempre fedele al Diavolo. Anche in serie B.

Battezzato da Liedholm a Verona, cresimato da Sacchi, consacrato da Capello: la sua bacheca, dallo scudetto della stella alle Champions, non ha eguali. Battitore libero, centrale: un ruolo che, storicamente e tatticamente, ha scollinato due ere, l’italianismo e l’avanguardismo, al netto del Covercianese e delle sbronze da bar. E quel braccio alzato a segnalare, manifesto del dolce stil novo, il fuorigioco tra piazza Duomo e piazza Navona.

Un leader. Di poche parole, di tanti fatti. Trave, non pagliuzza, al centro di un quartetto diventato iconico: Tassotti-Costacurta-Baresi-Maldini. Gli manca il Pallone d’oro, ostaggio degli olandesi che ne decorarono le chiusure e ne addobbarono i tackle. In Nazionale, è stato riserva al Mundial del 1982 e vice campione nel 1994, in Usa, fra un menisco saltato, un recupero lampo, i crampi e le lacrime per un rigore fallito.

Baresi, Scirea. Se Gai era un arcobaleno e un pennello – come scuola, dico – il «Piscinin» era un tuono e un martello. Registi a modo loro. Bearzot li avrebbe voluti insieme. Per questo, provò Baresi mediano all’Olimpiade di Los Angeles 1984. Non funzionò. O l’uno o l’altro. Finché l’altro non sostituì l’uno. Capitano Franco Baresi. Sull’attenti. Non sarai mai solo.

Il resto, Mancio

Roberto Beccantini28 July 2026

Giovanni Malagò dixit. Per sommi capi (e per sommo duce, soprattutto): Andrea Pirlo no, per le sue relazioni con le scommesse russe; Roberto Mancini invece sì, nonostante la fuga via Pec del 2023, quando regnava ancora Gabriele «Slavina», e i 25 milioni di dollari arabi nascosti fra i tagli pretestuosi dello staff. Il confine tra morale della favola e favola della morale è una giacca che ognuno tira dalla sua parte. Con, ciliegiona sulla torta, il saggio Claudio Ranieri direttore tecnico al posto di Paolo Maldini e del suo vice Leonardo, il cui mandato è durato sedici giorni, assai meno dei fatidici 44 di Brian Clough al Leeds United (da non perdere «Il maledetto United» di David Peace).

Per carità. Pure Fabio Capello, da allenatore della Roma, disse «Alla Juventus, mai» e poi ci andò. Ho letto, però, che il ruolo del commissario tecnico è diverso: «Credo che un ct (a differenza di un allenatore di club, mestiere diverso) rappresenti una istituzione e parli a un mondo che va dai pulcini alla serie A, oltre che a milioni di tifosi», parole e musica di Mauro Berruto.

Giuro, lo scrivo per l’ultima volta: avrei promosso Silvio Baldini. Pep Guardiola è stato un sogno, forse. E comunque: meglio che non sia venuto, perché, se mai avesse accettato, nelle assemblee della Lega avrebbero potuto proporre un tetto agli italiani, e non agli stranieri: tanto, come dicono a Roma, «c’abbiamo er Pep».

Non Antonio Conte, troppo caro. Il Mancio, dunque. Trentasette partite d’imbattibilità, il titolo europeo del 2021, con il portiere – Gigio Donnarumma – Mvp del torneo – e la fregatura macedone. Più quell’epilogo lì, non esattamente un pasillo de honor. Per andare avanti si torna indietro. Un classico. La scelta del selezionatore rimanda al celeberrimo slogan «se non hanno pane, che mangino le brioches». Il pane delle riforme? Verrà: intanto, la brioche del ct. Buon appetito.

Premiata Cialtroneria Italia

Roberto Beccantini27 July 2026

Il mio candidato a ct della Nazionale era Silvio Baldini. Oggi, però, difendo Andrea Pirlo, titoli esente, dalla Premiata Cialtroneria Italia. Scoprire in differita la sua «insalata russa» (e se fossero stati siti di scommesse riconducibili a Netanyahu?) conferma il Paese che siamo. Da Carlo Calenda, venticello de Roma, a Mauro Berruto, lui sì una grossa delusione, don Giovanni Aniene raccoglie quello che ha seminato, metà burattino e metà burattinaio.

Al posto di Paolo Maldini e Leonardo mi sarei già dimesso: lo faranno in serata. Sorrido pensando a uno dei motivi che avrebbero portato alla bocciatura di Baldini: l’aver dato dei «lestofanti» a molti degli attuali dirigenti dell’italica pedata. Se è per questo, in tempi non sospetti Malagò, pizzicato in un’elezione legaiola non proprio cristallina, li chiamò «delinquenti veri».

Quando uscì il nome di Pep Guardiola, Luciano Goodson (Buonfiglio) da presidente del Coni dichiarò di preferire un ct italiano. Julio Velasco è ancora lì che sghignazza. Ripeto: il presidente del Coni. E così l’ultimo dei problemi è diventato il primo dei teatrini.

«Nel grande mercato libero e carnevalesco del mondo di oggi, niente sembra più udibile se non è scandaloso, ma niente è abbastanza scandaloso da diventare memorabile» (da «Dura un attimo il giorno» di Claudio Magris, a cura di Maddalena Longo).

Segue alle prossime puntate.

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