Asso di Bastoni

Roberto Beccantini14 February 2026

Questa, poi. E proprio la sera di San Valentino. E proprio nella pancia di Inter-Juventus, madre di tutte le polveriere. Era il 42’: La Penna s’inventa il secondo giallo di Kalulu (complice lo svenimento di Bastoni), Madama in dieci. Gioco, partita, incontro. Sin lì, Chivu si era mascherato da Allegri, aspettando Godot, mentre Spalletti da Spalletti: aggredendo, lavorando di palleggio, con Conceiçao e Kalulu a occupare la ringhiera di Dimarco, Kelly su Lautaro, Bremer su Marcus Thuram. Petto in fuori e baionette sguainate.

Il 3-2 dell’Inter alla Juventus è adrenalina pura. In parità numerica, i gol erano stati frutto di errori (penso ai piedi di Di Gregorio sul crossonzo di Luis Henrique e carambola di Cambiaso, ma no!) e di dormite (Bisseck e Luis Henrique sul cross di McKennie e la zampata di Cambiaso, ma sì!).

Al posto di Khéphren Thuram «Luscianone» aveva battezzato Miretti: non il massimo. Piano piano, il rodeo s’impennava. Sommer rintuzzava un tiro del turco, la Vecchia non derogava dal suo format, ma erano gli avversari, ogni volta che acceleravano, a rendersi pericolosi: con Zielinski (Bremer sulla linea), con Marcus Thuram (gran capocciata, gran risposta di Of Gregory), con Bastoni (doppio palo, nella stessa azione), con il Toro (fuori dal dischetto).

Il rosso a Kalulu sparigliava gli equilibri, le ambizioni, tutto. Sotto di un uomo, l’Abate richiamava il Portoghesino e si affidava a Holm; il Reverendo «bocciava» il simulatore Bastoni e sguinzagliava Carlos Augusto. Gli opliti dell’Abate non mollavano, ma senza centravanti… Un paio di parate di Sommer inauguravano la ripresa, poi Inter avanti tutta e avanti tutti, dentro Esposito, dentro Bonny e, dall’altra parte, dentro Boga e fuori Yildiz, addirittura. Dimarco, sin lì contenuto, apparecchiava il 2-1 aereo di Pio, McKennie armava il diagonale di Locatelli
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Omissioni ed emozioni

Roberto Beccantini8 February 2026

Le emozioni se ne fregano del censo, dei ricami, delle rime baciate. Sgorgano e annaffiano le pance, i cuori. Juventus-Lazio 2-2 da 0-2 ne è stata testimonianza devota. La partita, l’ha fatta Spalletti. Sarri, lui, dal mercato tirchio, i tifosi infuriati e i Guendouzi spariti, se l’è giocata come poteva. Di blocco basso, palleggio e contropiede. In vantaggio agli sgoccioli del primo tempo, su pressing di Maldini, pisolo di Locatelli (simbolo del rinascimento) e lecca di Pedro, complice Bremer. Poi al raddoppio in avvio di ripresa. Da Cataldi lungo a Isaksen, ciao ciao Cambiaso e bye bye Di Gregorio. La più classica delle ripartenze: contenti? Non solo. Di rimessa, i sarristi avrebbero potuto agevolmente triplicare con Dele-Bashiru, Taylor e Noslin.

Madama, adesso. Veniva dalle tre pere di Bergamo e dalla prolunga di Yildiz. Sul podio, McKennie e Kalulu. «Luscianone» l’ha cambiata: per giocare, gioca, ma appena i suoi perdono palla la nemesi fa la ola. D’accordo, il contattino Gila-Cabal; il gol di Koop, riesumato in difesa, correttamente annullato per fuorigioco di Thuram; le parate di Provedel su Bremer e Yildiz; quella di Nuno Tavares in extremis; le bolge e i rimpalli assortiti. Il pari, sia chiaro, ci sta tutto, ma attenti a fare di ogni brivido un fascio.

Di cozzo in cozzo, l’Aquila ha perso i due centrali, Gila e Provstgaard. Strada facendo, sono stati i cross da sinistra (di Cambiaso, toh, e di Boga) ad armare le capocce di McKennie (al 59’) e Kalulu (al 96’). Erano squadre senza centravanti «veri», allo stremo dei serbatoi. Chez Madama, i bomber continuano a essere tutti, tranne «Stanlio» e «Ollio». Thuram non è ancora Rabiot. E penso che siano stati gli acciacchi del Portoghesino a sguinzagliare amarcord-Zhegrova. In compenso, prezioso Boga. C’era una volta il totem Bremer. Questi sono. Mai dimenticarlo. E in campo vanno loro.
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Non aspetta più

Roberto Beccantini1 February 2026

Juventus padrona al Tardini, fra reti mangiate (Conceiçao, subito: bravo Corvi), traverse (del Portoghesino); gol segnati (di Bremer, zuccata su angolo di Conceiçao; di McKennie, su cross di Kalulu, imbeccato da David; ancora di Bremer, in mischia; di David (!) su gaffe del portiere); tre ammoniti in 26’ per eccesso di «zelo» (Conceiçao, Bremer e McKennie, costui a rischio rosso); e il «suicidio» di Cambiaso, non nuovo a gesti così estremi ed estremisti. Era il 51’, e al Parma sommerso per mezz’ora, e comunque capace di impegnare Di Gregorio con Valeri, Oristanio e, al 92’, con Pellegrino, non sembrava vero. La zampata di Bremer, tre minuti più tardi, ha ristabilito le distanze nel censo e nel tabellino.

Spallettone aveva intimato di seppellire la gita a Montecarlo. Quattro a uno: fatto. Cuesta, di non aver paura. Sulla carta, forse. A destra, Madama straripava. A sinistra, meno. Yildiz, sgonfio, chiedeva addirittura il cambio. Succede. Miretti ha contribuito al possesso e al controllo, spesso dominante. Al Milan del Feticista non erano bastati due gol di vantaggio. Succede anche questo.

Non è più la Juventus che aspetta l’avversario, non è ancora una Juventus onnipotente. E’ però una squadra che gioca di squadra, coinvolgendo il gruppo, come certificano i 16 marcatori. Voce di popolo: ah, se avesse un centravanti. Al netto delle sponde di David, e del suo tap-in facile facile, tre delle quattro pere sono state raccolte da uno stopper e da un apolide, il texano, che «Luscianone» si coccola in nome del calcio che aborre i ruoli fissi, al contrario di Checco Zalone.

Omerici, i cozzi tra Bremer e Pellegrino. Ombroso, Bernabé. E la fase difensiva, un mezzo disastro. Aspettando Godot (Icardi, Kolo Muani? nessuno?), la Vecchia procede nella sua marcia. Recuperi alti, pressing calibrato e segni che qua e là, a patto di non ubriacarsi di melassa, stanno risvegliando piccoli sogni.
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