Uomini di poca fede…

Roberto Beccantini21 October 2026

Dallo zero a quattro al quattro a zero nel giro di una settimana: la Champions scarica e ricarica. Tutti sul carro.

** Como-Manchester United 4-1 (Nico Paz, Douvikas, Nico Paz, Ramon, Zirkzee). Se affrontare la Dea era come andare dal dentista, misurarsi con il Como è come farsi tatuare. Povero United: le assenze, sì, ma Bruno Fernandes in versione tristezza e Baleba nei panni di Babbo Natale ne fotografano il buio ben al di qua dello scarto e ben al di là di Carrick. Le idee del capo – a patto che non faccia il fenomeno come a Rotterdam: fuori il greco, Nico falso nueve – i piedi dei dipendenti: il Como di Cesc trasforma ogni palla persa in una ingiuria e, per questo, si butta alla caccia di chi l’ha sputata. Movimenti sincroni, oh yes, e l’importanza di avere due numeri dieci: Nico Paz, Baturina. A volte in maschera, a volte a ruoli scoperti. Il mattatore è Nico: sinistro a giro dopo due minuti; assist filtrante per il raddoppio di Douvikas, implacabile su un De Ligt fresco di chirurgo; fuga e toccata sul fuoco amico di Baleba. Il popolo del Sinigaglia crede ai suoi occhi: e come.

* Inter-Shakhtar Donetsk 1-0 (Carlos Augusto). Vogliamo parlare della palla di Mkhitaryan al primo tocco? Un cioccolatino per il sinistro arrembante di Carlos Augusto, il più titolare delle riserve. Con l’Inter in dieci per il rosso a un Bastoni agitato (proteste più sbracciata a Ocheretko) e i rivali a palleggiarsi sulle chiappe. Successo cruciale: di carattere, di cambi del Reverendo (l’armeno, Zielinski, Bisseck) e di Martinez, ebbene sì, tre paratone (l’ultima agli sgoccioli): come e più di Riznyk. Inter pallida e tirchia per un tempo, prigioniera dei «bugs» con Real e Brugge. Scintille, poche. Ritmo, blandissimo. Poi, alla distanza, più grinta, più energia, più animo. E l’uomo in meno schiaffo e non alibi. O risultato! Mio risultato!

Max De Bruyne

Roberto Beccantini20 October 2026

Champions League, terzo round: la quiete dopo le tempeste.

** Napoli-Bodo/Glimt 4-3 (Politano, Hauge, McTominay, Helmersen, McTominay, Bjortuft autorete, Fet). Partita dai sussulti zemaniani, come un aereo dentro gli starnuti delle nuvole: i vassoi che volano, le maschere che scendono, i passeggeri che si raccomandano al loro Dio (o al loro Io, riferito agli uomini di troppa fede).

Patti chiari. Quando comanda De Bruyne: volée strepitosa di Politano (lui, il «suicida» di Vila-real); doppietta di McTominay (ma no? ma sì); autorete di Bjortuft su percussione di Giovane; palo dello scozzese, occasioni a grappoli (più o meno).

Quando, viceversa, comanda «lui»: tremarella, tutti indietro e ciò nonostante, o proprio per questo, tre-reti-tre a difesa schierata.

Ma che strani, i norvegesi: fanno segnare Openda e David, strapazzano l’Inter e cedono a una squadra reduce da due sconfitte, «allenata», a turno, da un Illusionista belga e da un Feticista labronico. E se poi KDB ha giocato davanti al fortino, là dove non voleva (così ho letto), sfogliando il suo libro di geometria, bé, questi sono i dettagli cantati dall’Ornella, «Errori di grammatica lei non ne fa. E senza errori non si ha mai felicità».

** Roma-Slovan Bratislava 4-0 (Hermoso, Pisilli, Malen su rigore, Molina). Lo Slovan è la squadra contro la quale Evaristo Beccalossi tirò e sbagliò due rigori, scatenando la vena ironica di un attor comico interistissimo: Paolo Rossi. Tornando al taccuino: una passeggiata in scioltezza, la gomma ideale per cancellare gli sfregi del Real. Quattro reti, quattro marcatori, due dei quali difensori (Hermoso, Molina). E Malen, per una volta, più suggeritore che finalizzatore. Per quanto ci abbia provato, Gasp non è riuscito ad arrabbiarsi: neppure in tv, davanti ai santi inquisitori.

Sabato, al Maradona, Napoli-Roma. Fuoco alla propaganda.

Fino alla fine

Roberto Beccantini18 October 2026

Zero a tre: e più non «dimandate». Lo impone il pudore. Scritturato da fine giugno, Gattuso ha trovato subito la Lazio. A cassetta da un anno, Spalletti non ha ancora trovato la Juventus. O meglio: se qua e là ha dato l’idea di averla intravista, subito l’ha persa. E ripersa. Sino allo sfacelo odierno.

Provstgaard di testa, tra Bremer e Lucumi; poi Isaksen, alla Garrincha, su cross di Nuno Tavares (pure una traversa, il migliore). E, agli sgoccioli degli sgoccioli, Dele-Bashiru: ciao ciao Bremer. L’Aquila continua a volare ad altezza Inter, prima in classifica. La Vecchia annaspa all’ottavo posto. Aggrapparsi alle ruggini di Vigo e agli infortuni non copre lo sbando della notte. La Lazio è squadra: con i suoi limiti, con le sue risorse (Taylor, per esempio). La Juventus è accozzaglia: sia nella versione ortodossa, con McKennie (scomparso, letteralmente) a destra e Alajbegovic a sinistra (una civetta sul comò), sia nella formula più spregiudicata, con il doppio pivot, Kolo Muani più Woltemade, e le doppie ali, Conceiçao più Zhegrova.

Se scrivo disastro, temo di rigare i meriti di Zaccagni e c. Occasioni? Una di Nico, un’altra del tedesco. Non poteva che fischiare, lo Stadium. «Luscianone» era squalificato, il rogo è toccato al suo vice, Domenichini. Eliminata in coppa dal Mantova, e per giunta all’Olimpico, l’arena sistematicamente mezza vuota per la guerra tifosi-Lotito: Ringhio sta compiendo un’impresa.

Ognuno, da Belayhane a Floriani, sa cosa fare: e se non ci riesce, ecco uno sherpa soccorrerlo. Al confronto, Madama sembra (è) una carovana lenta e piatta, in balia delle frecce degli Apache di turno. Sui livelli del 2-0 che la Viola le inflisse il 17 maggio. Il pesce puzza sempre dalla testa, ma vi raccomando pure certi piedi. «Osare a pensare è iniziare a lottare». Non è mia, ma ve la giro. Chissà, a qualcuno potrebbe far comodo.
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