Troppe macerie, il cuore non basta

Roberto Beccantini10 May 2026

Se ti ingozzi di risultati, di «non» risultati (de)perisci. E’ il destino di Allegri, che al circo ha sempre preferito il «tirchio». Per paradosso, nonostante il 3-2 dell’Atalanta a San Siro, tra Genoa e Cagliari il «fu» Milan resta padrone della sua sorte, di quel posto in Champions che sin da agosto costituiva l’obiettivo massimo (e Massimiliano).

C’è modo e modo, però. Cinque sconfitte nelle ultime otto giornate: un crollo che più crollo non si può. Cartoline dal Meazza: il popolo che contesta e la curva che si svuota già al 55’; il centravanti che non c’è; Leao che c’è ma è come se non ci fosse (se a Reggio se n’era divorato uno, è Carnesecchi, stavolta, a offrirgli le attenuanti generiche); Modric, l’unica luce, in tribuna. Gimenez titolare, Ricci play e Loftus-Cheek sono le scommesse estreme. Per attaccare, qua e là il Diavolo attacca: ma lo fa al ritmo bolso di «mamma, butta la pasta». E allora: fischi, fischi, fischi.

La Dea è la versione mansueta della belva del Gasp. Ma di una belva, appunto. Subito in vantaggio con Ederson – in mischia, dalla pancia dell’area – poi, alla mezz’ora, il raddoppio. Lo firma Zappacosta, palleggiante (!), su sponda di Krstovic. Il tris lo cala Raspadori, in avvio di ripresa: di sinistro, complice – a monte – l’ennesimo sgorbio di tocco.

Il Feticista cambia per cambiare e, in barba alla morale del Gattopardo, qualcosa cambia. Con l’Atalanta sazia e il Milan all’arrembaggio, pena l’esecuzione di massa, i guanti di Carnesecchi, la traversa di Füllkrug, la cabeza di Pavlovic e il rigore di Nkunku indorano il tabellino, non certo la pillola. Brandelli di cuore, e l’amarcord dei due derby vinti, tra le macerie e la polvere di primavera.

Un cenno, per concludere, al Como indonesiano di Fabregas: prima Europa della storia. Finché c’è gioco c’è speranza.

Toh, un centravanti

Roberto Beccantini9 May 2026

Le tiene in vita tutte, la Juventus. Anche il Lecce. E’ questo uno dei suoi limiti. Non credo che sia colpa di Spalletti: magari lo fosse. Inimmaginabile che dica ai suoi di prendere un caffè o di finire in fuorigioco nei momenti topici.

In chiave Champions, il pari con il Verona rendeva cruciale la trasferta nel Salento. Quindici secondi e gran gol di Vlahovic, un centravanti che segna da centravanti: alla Continassa, quasi un Gronchi Rosa. A seguire: un miracolo di Di Gregorio su Cheddira, smarcato da Banda; il palo di Conceiçao; una «Falconata» sul serbo e, già al 20’, al rock subentra il liscio. Con Madama a cassetta e i rivali a ronzarle attorno. C’è Koop e non Thuram; c’è Vlahovic che spreca il bis, dal limite. C’è una partita. Finirà 0-1.

Manca la ferocia di liquidare la pratica. Manca, perché la squadra un certo calcio lo sa esprimere a certi ritmi, non oltre. Di Francesco, lui, deve attaccare, o almeno provarci, con il peggior attacco del campionato. Banda è il più frizzante. Sa, il Lecce, di avere una spada sul collo: ma il «boia» non la cala.

McKennie è molto dentro, Conceiçao e Yildiz molto esterni (il turco, fin troppo), in attesa che da un loro dribbling sgorghi un’azione all’altezza delle esigenze. Vlahovic si divora un’altra pera (ma è un nove, parbleu!), e saranno i suoi offside a cancellare, via Var, il bis e la rete di Kalulu. La superiorità territoriale della Vecchia assai di rado diventa tirannia, se non nei dispacci legaioli.

Poi ci sono gli errori tecnici: un sacco e una sporta. Poi ci sono i cambi: Holm per Vlahovic, uhm. Cambia pure Difra, e N’dri sfiora un aggancio che avrebbe sabotato la trama, non però le selvagge leggi del West. Boga e Zhegrova,
Leggi tutto l’articolo…

L’altra faccia della luna

Roberto Beccantini6 May 2026

Dallo champagne, le tartine e le aragoste del 5-4 parigino all’1-1 del buffet rissaiolo dell’Allianz Arena. Due partite non più diverse e un verdetto al di sopra di ogni breviario: sarà il Paris, campione uscente, a contendere la Champions all’Arsenal, nella finale del 30 maggio a Budapest.

E’ stata una sfida che la ghigliottina del dentro o fuori ha consegnato a cozzi spasmodici, a pressing randagi. Non potevano cominciare meglio, i blu di Francia. Era il 3’: contropiede magistrale, Kvara-Fabian Ruiz-Kvara, assist per Dembappé. Allons enfants. Piccato, Kompany sguinzagliava le sue legioni, ignaro della «difesona» che Luis Enrique gli avrebbe inflitto. Eppure, in assenza di Hakimi, Zaire-Emery su Luis Diaz sembrava un rischio; e mantenere Nuno Mendes, ammonito già all’8’, su Olise, un azzardo.

Le uscite di Marquinhos a destra e i raddoppi di Fabian Ruiz a sinistra hanno contribuito a trasformare l’arrosto dei due dioscuri bavaresi nel fumo di una notte che ha regalato il possesso agli uni (68% a 32%) e il risultato agli altri. Piano piano, l’ordalia ha assunto connotati precisi: Bayern a masturbare calcio, Paris a cibarsi di barricate e ripartenze. A conferma di un repertorio così assortito da titillare il rispetto del destino (mani-comio di Nuno Mendes al 30’ in odore di giallo-bis).

Non solo. Dal taccuino emergono, più che le parate di Safonov (non più di un paio, su Musiala e Luis Diaz), i tuffi di Neuer: cruciale sul cabezazo di João Neves e, in ordine sparso, su Doué (almeno due volte), Kvara, vicino al raddoppio anche al 79’. Il pareggio di Kane, agli sgoccioli, è stato il giusto premio ai Volonterosi.

Il mio podio comprende Kvara, Marquinhos e Doué. Prezioso, il rientro di Fabian Ruiz. Dei crucchi, mi aspettavo di più da Musiala. Ripeto: gran pigia-pigia per accaparrarsi i piatti più gustosi, qualche rutto, il dolce, l’amaro. E il conto.