Cime tempestose. E il «tridentino»

Roberto Beccantini14 March 2026

Se David è un nueve falso, avrà pensato «Luscianone», tanto vale rischiare un falso nueve: Yildiz. A Napoli gli andò male, a Udine no. La formula del «tridentino» (Conceiçao, Yildiz, Boga) ha vinto e convinto al di là dello scarto, 0-1, lontano dalle occasioni espresse e dai valori affiorati.

Può essere che la difesa «alticcia» di Runjaic abbia agevolato i convogli della Juventus. Resta il fatto, insindacabile, che di Perin non si rammentano parate «vere», mentre Okoye è stato protagonista più volte: su Boga, su Cambiaso e persino su Miretti.

Il gol spacca-equilibrio, al 37’, ha suggellato il governo di Madama e premiato una mossa – Yildiz all’ala, Boga al centro – cruciale nel cuore dell’azione. Lancio «scavalcante» di Kelly, spalla-a-spalla tra Yildiz e Zarraga stravinto dal turco, assist in mezzo, tocco di Jérémie.

Non che il livello della notte abbia lambito vette himalayane, ma Zaniolo è un cavallo pazzo e Davis, un centravanti dalle ante generose che ha trovato in Bremer un arcigno secondino. Fra i suoi scalpi, l’Udinese vanta l’Inter (a San Siro, addirittura), il Napoli e la Roma. Il rendimento costeggia le montagne russe. La Vecchia l’ha presa molto sul serio, e il raddoppio di Conceiçao, imbeccato da Yildiz, migliore per distacco, ne avrebbe premiato l’approccio e la gestione, in pericolo solo per episodi (Atta, Ekkelenlkamp, qualche bolgia agli sgoccioli), se un fuorigioco di Koop non avesse «partorito», al Var, una interferenza oggettivamente capziosa. Vuolsi così colà eccetera.

Già al terzo squillo, dopo Roma e Pisa, Boga sembrava un due di coppe: sta diventando un jolly dal dribbling facile come il whisky cantato da Fred Buscaglione. Si scorge, dall’alto, un panorama meno anchilosato, meno aggrappato al «particulare». Qui dove la pelata luccica, il vento tira sempre forte, ma l’Abatone ci ha preso gusto.
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Zanna bianca

Roberto Beccantini12 March 2026

La notte di Federico Valverde. Tre gol, uno più bello dell’altro, al Manchester City di Pep Guardiola nell’andata degli ottavi di Champions. La notte. Ieri notte. E quei gol. Non sono andati oltre la storia del calcio (perché la storia resta l’Idea). Ma ne hanno invaso e bombardato un capitolo. Come se, costretto in bagno per una pipì randagia, l’autore fosse stato sostituito da un vice improvviso ma non improvvisato; e lo «scambio» avesse prodotto – tra i palchi laccati e i palati golosi del Bernabeu – tre brani da standing ovation. Al netto della complicità dei testimoni reclutati dal destino (Nico O’Reilly, Gigio Donnarumma): capita, sì, ma di rado.

Ho pensato alle prime volte dell’Italia del rugby contro gli inglesi; dell’Italia del baseball con gli americani (Houston, abbiamo una soluzione); e, temporibus illis, dell’Italia del basket ancora con gli Usa (gancio di Renzo Bariviera detto «Barabba», ai Mondiali di Lubiana, nel 1970). Naturalmente, ho pensato anche a Jannik Sinner e al suo Wimbledon first.

Valverde è un uruguagio di 27 anni che unisce alla garra, tipica della sua terra, una certa qual raffinatezza da uomo di mondo, culla al Penarol, squadra fondata da migranti piemontesi, e poi, tranne brevi fuitine, sempre e comunque Real di Madrid. Che significa troppe cose, da Franco in su e in giù. Non però la sera dell’11 marzo 2026. Non è un mattatore, «Fede», ma sa calarsi in molti ruoli, quasi tutti, dalla difesa all’attacco. E se l’emergenza impone sacrifici – sacrifici veri – eccolo, in qualità di capitano, andare alla carica e non semplicemente darla o suonarla.

Real tre, City zero. Tripletta di Valverde. E’ la sentenza che frantuma il mio ennesimo pronostico; è Jack Draper che rimonta Novak Djokovic; è Ornella Vanoni che canta che la musica è finita. E se gli amici se ne vanno, peggio per loro.

Voglio una resa spericolata

Roberto Beccantini10 March 2026

A un certo punto, in piena dittatura, mi è tornata in mente una massima di Samuel Beckett: «Avete tentato, avete fallito. Non importa. Tentate ancora, fallite ancora. Fallite meglio». Ci ha provato, l’Atalanta, ma è finita 6-1 per il Bayern. Palladino – nell’orgia delle ole preventive: avanti popolo alla riscossa – se l’era giocata con un coraggio inaudito: due punte (Scamacca, Krstovic), due ali (Sulemana, Zelewski). Auf Wiedersehen.

Era l’andata degli ottavi di Champions, con Inter, Juventus e Napoli già a casa (i «contigiani, addirittura da gennaio). I carri armatissimi di Baviera – e non solo – hanno asfaltato la principessa del nostro ceto medio. Un paio di minuti di salamelecchi dalle parti di Urbig e, quindi, il calcio che tutti vorremmo giocasse la nostra squadra del cuore: pressing calibrato, triangolazioni, sovrapposizioni, tocchi di squisita raffinatezza. Se il primo, di Stanisic, nasce da una pennica di gruppo su corner, il secondo di Olise e il terzo di Gnabry sgorgano da azioni, personali o collettive, in grado di sublimare le idee di Kompany e i piedi dei suoi opliti. Uomo contro uomo e tre pere nel giro di 25′ senza Kane e Musiala: però.

Alla ripresa, «Pallade» licenzia Scamacca (il peggiore: proprio lui, il migliore con l’Udinese) e s’infila il pastrano di Djimsiti, ma ormai è tardi. Jackson, il vice Kane, Olise (l’Mvp) e Musiala, riesumato, non porgono né guance né meline. Droit au but, sempre. Il gol-bandiera di Pasalic viene celebrato dallo stadio con un tributo che va oltre gli sfottò e lo scarto: il pubblico aveva capito che, pur demolita, la Dea aveva dato tutto. Il «suo» tutto, certo. Altra categoria, il Bayern. Il mio pronostico lo premiava, sì, ma non in termini così maramaldi. Resta il tabellino (più una traversa, più un palo), rimangono gli applausi: ai vinti, ai vincitori. Un’eccezione, per i nostri Colossei.