Confusion League

Roberto Beccantini17 May 2026

Giusto così. Giù dal podio, fuori dalla Champions. Al netto del casino legaiolo e dell’ingorgo di mezzogiorno, non si può giocare la partita della stagione come (non) ha fatto la Juventus. Si sapeva che la Viola ha storicamente un conto aperto, e proprio per questo la si doveva prendere subito alla gola. Non attendere l’elemosina di un errore, la mancia di un episodio.

Zero a due. Ndour al 34’ (al primo tiro, sul suo palo: Di Gregorio, uhm) su assist di Solomon; Mandragora all’82’, di sinistro. In mezzo, tra i berci del popolo, un paio di parate di De Gea, un paio di gol annullati (a McKennie, per spintarella; a Vlahovic, per offside) e una disarmante processione da porta a porta.

La squadra di Vanoli ha fatto il suo. Attenta, leggera, pronta ad azzannare i cosciotti di zebre mai così mansuete. Ammonito, Bremer salterà il derby: e vai! Immagino che Spallettone non avesse invitato i suoi a un picnic. Immagino che li avesse avvertiti: occhio. Non uno che si sia salvato. Non uno. Nemmeno Yildiz. Per tacere del serbo, zero in stoppologia. E la coppia Cambiaso-Koop a sinistra! Avanti pure: c’era una volta McKennie. E Locatelli. E il Portoghesino.

Era la Fiorentina che sembrava in lizza per qualcosa, incredula di fronte alla brezza che ne accompagnava le azioni: una brezza, altro che lo tsunami millantato dalle edicole. «Lunga», svogliata, piatta, la Vecchia. Un punto tra Verona e Viola in casa. La tensione, d’accordo: ma sparpagliata su cinque campi, mica esclusiva dei suoi batticuori.

E’ tornata, la Juventus, al nulla delle due sfide con il Como. A conferma di una rosa di scarsa personalità e dai piedi lunatici. Dopo il nono e ultimo scudetto di Sarri, si sono alternati Pirlo, l’Allegri-bis, Montero (due gare), Thiago Motta, Tudor, Brambilla (un gettone), Spalletti. Speriamo che sia colpa loro. Temo di no.

Wembley con i tacchi

Roberto Beccantini16 May 2026

Tacco di Semenyo su tocco di Haaland. Un attaccante esterno al centro, il centravanti all’ala. Non una novità clamorosa, ma un movimento che, provato in partita, ad alcune squadre, come sorrideva Liedholm, riesce solo in allenamento. Non al Manchester City, che così ha vinto, e proprio lì, al 71’, la Coppa d’Inghilterra (Fa Cup). Uno a zero al Chelsea. Un Chelsea mai domo ma, al di là delle differenze che l’atto unico può avvicinare, di un pianeta più basso.

Non è stata un’ordalia da caviale e champagne. No. Primo tempo da cinque, noiosetto; secondo, viceversa, da otto. Più ritmo, più pathos, più occasioni. E comunque: non è la quantità di punte che rende qualsiasi sbarco degno della Normandia che fu, ma il Pep ha piegato il risultato quando, in campo, aveva Haaland, Doku, Semenyo, Cherki e Bernardo. Cinque «offensivisti», al netto dei ruoli, delle posizioni e delle funzioni, su dieci giocatori di campo. Con Kovacic, inoltre, al posto di Rodri: una tanica di benzina a sostituire un serbatoio mezzo vuoto. A imperitura conferma che, per vincere, rischiare bisogna. Voce dalla piccionaia: e se avesse perso? Non ha perso: alla prossima…

Il Chelsea ci ha provato, e con Enzo Fernandez è andato pure vicino al pari. Ma l’ossatura è giovane e il tecnico, McFarlane, un traghettatore: sempre meglio di Rosenior (occhio ai geni «compresi», diffidava Flaiano), ma ancora lontano da Maresca.

L’arbitro, mister Inghilterra (England), ha diretto con un piglio decisionista che, chez nous, avrebbe comportato come minimo quattro o cinque assemblee di condominio al Var. Per lui, evidentemente, il rigore rimane la «massima punizione» del Novecento, non l’autopsia di scapole dell’Italietta del passato di futuro (Malagò versus Abete).

Non lo biasimo. Anzi.

Inter vos

Roberto Beccantini13 May 2026

Una passeggiata. Senza offesa per i vincitori (che non vorrei si sentissero mutilati dei meriti) o per i vinti (che non vorrei si sentissero bollati di lassismo). Lazio zero Inter due: dopo il 21° scudetto, ecco la decima Coppa Italia. Doppietta: come Mou nel 2010 (fu triplete, addirittura); come la Juventus «senza allenatore» nel 2015, 2016, 2017 e 2018. Atteso al varco dai tribunali del web, perplessi dalle poche schegge di «parmigiano» che ne avevano accompagnato la gavetta sulla via di Appiano, Chivu suggella trionfalmente la sua prima stagione da aspirante stregone.

Di solito, le finali sono equilibrate: e se non equilibrate, almeno battagliate. Non questa. Troppo forti, gli uni. Troppo pavidi, gli altri. Obiezione dalla piccionaia: Sarri era in tribuna, squalificato. Vero. Ma sabato era al suo posto, in panca. E fu 0-3. Inutile nascondersi tra i cespugli del Covercianese: i campioni prendono possesso del ring sin dall’inzio e, seppure lentamente, cominciano a muovere torri e alfieri. Che poi i gol arrivino da pacchi-regalo, è un dettaglio che non commuove il tabellino. Se sul corner di Dimarco, al 14’, la zuccata di Thuram trova nella sponda di Marusic una elemosina decisiva, il bis di Lautaro, al 35’, appartiene alla ninna-nanna di Nuno Tavares e al pressing di Dumfries, autore dell’assist. Il Reverendo glielo aveva suggerito: attaccalo, attaccalo.

Il resto della notte è un falò da boy scout attorno al quale vegliano laziali un po’ meno imbranati (ma occasioni, una: di Dia, murato da Martinez), e interisti un po’ meno bulimici. Naturalmente, non cambia nulla. A Chivu bastava un’esibizione «normale», a Sarri serviva una partita «mai vista».

Linea, adesso, alla Lega, al Prefetto, al Tar per fissare ‘sti benedetti orari delle sfide Champions, ostaggi di un tennis le cui date erano note da una vita. Li mortacci loro.