Il signore della curva

Roberto Beccantini9 August 2026

Quel volo di colombe; quella curva che, d’improvviso, cambiò padrone. Non un nero americano. No. Un bianco in occhiali scuri, nato a Torino, studente di chimica: Livio Berruti. E’ morto a 87 anni, indimenticabile.
L’Olimpiade di Roma, il 3 settembre 1960, il doppio record del mondo (20″5), la medaglia d’oro sui 200. Primo bipede europeo a strapparla ai marziani. «A volte basta un attimo per scordare una vita, ma a volte non basta una vita per scordare un attimo»: parole e musica di Jim Morrison.

Livio. Figlio unico, di famiglia benestante originaria di Stroppiana, nel vercellese, leggero e sottile. Adorava il tennis, all’atletica arrivò quasi per caso, spintovi dal professore di ginnastica Melchiorre Bracco. I 100 metri, però. Non i 200, sconsigliati da un medico che spinse il padre a scrivere in federazione: «E’ troppo gracile per quello sforzo».

Fortunatamente, non gli diedero retta. E così nacque una storia, un’impresa, una corsa che continuerà sempre. I Giochi di Roma furono splendidi, incastonati nell’Italia del boom e dei sogni. La sua curva resta ancora oggi materia di venerazione, facile da raccontare, difficile da spiegare nella sua bellezza, nella sua «esperienza erotica» (ipse dixit).

Il flirt ad usum paparazzi con Wilma Rudolph; il ritorno a Torino sulla 600 di Gian Paolo Ormezzano, con tanto di multa a Genova per eccesso di velocità (il colmo). La rivalità con Pietro Mennea, oro sui 200 a Mosca. «Platone contro Aristotele – ha raccontato Livio alla Gazzetta – Io pensavo solo a divertirmi e non ho mai monetizzato il mio impegno. Lui era ossessionato dall’etica del lavoro, ma anche dagli aspetti economici dello sport».

Abatino, per Gianni Brera, in volata su Gianni Rivera. Toccato dalla grazia, ce la fece toccare. Grazie, Livio.

Per essere Franco

Roberto Beccantini31 July 2026

Dove sono Evaristo, Igor, Osvaldo, Kevin, il dribblatore, il goleador, l’artigiano, il fantasista? Tutti, tutti, dormono sulla collina. Raggiunti, oggi, da Franco. Franco Baresi. Il simbolo del grande Milan. Il Milan di sua Emittenza e sua Intensità. La squadra che, al crepuscolo degli Ottanta, evoluzionò il nostro calcio.

Bresciano di Travagliato, il fratello Beppe mediano dell’Inter, orfano sin da adolescente, aveva 66 anni. Combatteva contro un tumore ai polmoni. Nonostante l’aria del chierichetto, almeno da ragazzo, sempre e per sempre fedele al Diavolo. Anche in serie B.

Battezzato da Liedholm a Verona, cresimato da Sacchi, consacrato da Capello: la sua bacheca, dallo scudetto della stella alle Champions, non ha eguali. Battitore libero, centrale: un ruolo che, storicamente e tatticamente, ha scollinato due ere, l’italianismo e l’avanguardismo, al netto del Covercianese e delle sbronze da bar. E quel braccio alzato a segnalare, manifesto del dolce stil novo, il fuorigioco tra piazza Duomo e piazza Navona.

Un leader. Di poche parole, di tanti fatti. Trave, non pagliuzza, al centro di un quartetto diventato iconico: Tassotti-Costacurta-Baresi-Maldini. Gli manca il Pallone d’oro, ostaggio degli olandesi che ne decorarono le chiusure e ne addobbarono i tackle. In Nazionale, è stato riserva al Mundial del 1982 e vice campione nel 1994, in Usa, fra un menisco saltato, un recupero lampo, i crampi e le lacrime per un rigore fallito.

Baresi, Scirea. Se Gai era un arcobaleno e un pennello – come scuola, dico – il «Piscinin» era un tuono e un martello. Registi a modo loro. Bearzot li avrebbe voluti insieme. Per questo, provò Baresi mediano all’Olimpiade di Los Angeles 1984. Non funzionò. O l’uno o l’altro. Finché l’altro non sostituì l’uno. Capitano Franco Baresi. Sull’attenti. Non sarai mai solo.

Il resto, Mancio

Roberto Beccantini28 July 2026

Giovanni Malagò dixit. Per sommi capi (e per sommo duce, soprattutto): Andrea Pirlo no, per le sue relazioni con le scommesse russe; Roberto Mancini invece sì, nonostante la fuga via Pec del 2023, quando regnava ancora Gabriele «Slavina», e i 25 milioni di dollari arabi nascosti fra i tagli pretestuosi dello staff. Il confine tra morale della favola e favola della morale è una giacca che ognuno tira dalla sua parte. Con, ciliegiona sulla torta, il saggio Claudio Ranieri direttore tecnico al posto di Paolo Maldini e del suo vice Leonardo, il cui mandato è durato sedici giorni, assai meno dei fatidici 44 di Brian Clough al Leeds United (da non perdere «Il maledetto United» di David Peace).

Per carità. Pure Fabio Capello, da allenatore della Roma, disse «Alla Juventus, mai» e poi ci andò. Ho letto, però, che il ruolo del commissario tecnico è diverso: «Credo che un ct (a differenza di un allenatore di club, mestiere diverso) rappresenti una istituzione e parli a un mondo che va dai pulcini alla serie A, oltre che a milioni di tifosi», parole e musica di Mauro Berruto.

Giuro, lo scrivo per l’ultima volta: avrei promosso Silvio Baldini. Pep Guardiola è stato un sogno, forse. E comunque: meglio che non sia venuto, perché, se mai avesse accettato, nelle assemblee della Lega avrebbero potuto proporre un tetto agli italiani, e non agli stranieri: tanto, come dicono a Roma, «c’abbiamo er Pep».

Non Antonio Conte, troppo caro. Il Mancio, dunque. Trentasette partite d’imbattibilità, il titolo europeo del 2021, con il portiere – Gigio Donnarumma – Mvp del torneo – e la fregatura macedone. Più quell’epilogo lì, non esattamente un pasillo de honor. Per andare avanti si torna indietro. Un classico. La scelta del selezionatore rimanda al celeberrimo slogan «se non hanno pane, che mangino le brioches». Il pane delle riforme? Verrà: intanto, la brioche del ct. Buon appetito.