Dembappé e Cholo Cholo

Roberto Beccantini14 April 2026

Se il Paris avesse segnato nel primo tempo – dominato, tranne una «paratona» di Marquinhos su Van Dijk – nulla da dire. Avendo segnato al 72’, quando stava dominando il Liverpool, niente da fare. Sempre Dembélé, trasformato da Luis Enrique in «Dembappé», ha firmato il raddoppio al 91’. Dunque: 0-2, 0-2. «Qatarioti» in semifinale, Reds a casa, Ekitike in ospedale: auguri. E’ la Champions, ladies and gentlemen. Sangue e arena.

I detentori, ai quali la Lega francese aveva risparmiato l’impegno di campionato (honni soit qui «bien» y pense), giocano a memoria. Via di slancio, tanto per fissare i confini; a blocco basso, se serve (e per una mezz’oretta è servito); in contropiede, se conviene. L’intera gamma. Il Liverpool? Non è più la ruspa che spianò la Premier. Isak? Wirtz? Milioni buttati. Meglio con Salah, nella ripresa: anche se non è più Salah.

** Atletico Madrid-Barcellona 1-2 (Yamal, Ferran Torres, Lookman). Alla faccia dello 0-2 del Camp Nou. Che incipit, gli azulgrana. Subito avanti, complice un disastroso Lenglet, e a un passo dallo 0-3, con Fermin Lopez, tra i tuffi e i guanti del Musso volante. I materassai del Cholo sono tutti lì, aggrappati ai finestrini del pullman. Ostaggi, più che assediati. Poi, per una volta che il bus si apre a una pipì improvvisa, ripartenza e pera di Lookman. A proposito di Musso, Ruggeri e dell’eroe di Dublino: piccola Dea non molla.

Il dna del Barcellona è «dovere». L’Atletico è massa, è cuore. Più passa il tempo, più Musso s’inerpica, più le energie e le magie di Yamal calano. Il rosso esagerato a Eric Garcia su Sorloth, al 79’, non mescola la trama. Flick, che si era giocato Lewandowski e Rashford, sfiora i supplementari con una craniata di Araujo. Di rimessa, avrebbe potuto timbrare Molina. Morale: l’assenza di Raphinha avrà pure pesato, ma sciacquarsi i panni difensivi nella Senna di Luis Enrique, no?

Scudetto su lago: what else?

Roberto Beccantini12 April 2026

Quaranta minuti o su di lì con le fatine di Cesc a scrivere la fiaba di uno splendido 2-0. Pressing di gruppo, recuperi feroci, fraseggi alla panna, gol di manovra (Sergi Roberto, tacco di Diao, sinistro di Nico, respinta di Sommer, tap-in di Alex Valle) e di arcobaleno (drop di Butez, volata e fiondata mancina di Nico). Il Sinigaglia in brodo di giuggiole, l’Inter confusa e un po’ fusa, Thierry Henry plaudente in tribuna .

Poi, improvvisamente, gli orchi di Chivu. Thuram di zampa, su cross di Barella e in anticipo su Van der Brempt, agli sgoccioli del primo tempo. Ancora Thuram, in avvio di ripresa, su frittata Kempf-Butez. Quindi, con il Como a caccia della malìe perdute, due punizioni del Calha, due sponde di Akanji, due morsi di Dumfries, non meno fondamentale – negli schemi – dell’assente Lautaro. Ah, le palle inattive: noi spesso ci scherziamo su, ma a Coverciano non transigono.

Un rigore regalato dal Var, e trasformato da Da Cunha, accende il finale, solcato persino da una traversa di Ramon, ma 3-4 era e 3-4 sarà. Se il Napoli di Conte si era fatto imprigionare dal lampo di Strefezza e dal catenaccio del Parma (1-1), l’Inter trasforma l’incubo in estasi. E’ stata un’ordalia in puro stile Premier: i duellanti se le sono date sino al 95’, trasformando le onde in burrasca. Per un tempo, meglio le idee «straniere» del Como. Poi, sul podio la fisicità e la malizia dei pesi massimi del Reverendo. Cambi di qua, cambi di là (fuori Dimarco, Bastoni, Zielinski, Pio: un pieno di benzina) e ritmi sempre a fior di wrestling.

Cinque pere alla Roma, quattro al Como: l’Inter-nazionale è di un’altra categoria. Come documenta la classifica (a meno sei): Chivu 75, Conte 66. Scudetto sul lago, dunque. What else? avrebbe sorriso, fingendo stupore, George Clooney, comasco ad honorem. La cosa buffa è il favore che l’Inter, vincendo, ha fatto alla Juventus. Come unire «l’inutile» al dilettevole (Ennio Flaiano).

Corsi e ricorsi

Roberto Beccantini11 April 2026

Prendete Atalanta-Juventus 3-0 di coppa e rovesciatela. Avrete, grosso modo, Atalanta-Juventus 0-1 di campionato. Il 5 febbraio, per una settantina di minuti, meglio Madama: che poi si perse nel labirinto dei cambi e si inchinò a uno scarto oggettivamente esagerato. Stavolta, mezz’ora di Dea a tutto gas – diagonale di Zalewski fuori per un pelo, palo di Scalvini – Goeba rattrappita, area bollente.

Il «tridentino» Conceiçao-Yildiz-Boga non funzionava, anche perché servito con lo strumento peggiore: il lancio, e non il fraseggio. Sì, qua e là falò diversivi: ma poca roba. Un gran fumo. E il turco, in uscita, non proprio un cielito lindo.

Pian piano, gli opliti di Palladino hanno mollato la presa, e la Vecchia ha cominciato a respirare, ad aprirsi. A giocare. E, in avvio di ripresa, ecco il gollonzo di Boga, agevolato da una frittata di gruppo (Carnesecchi incluso), figlio di un’azione corale e un cross di Holm, se non ho visto male.

Palladino si è giocato Scamacca e Raspadori, Spalletti ha sdoganato David (siamo sempre lì: se non c’è, rimpiangi la «profondità» del ruolo, non lui), Di Gregorio ha salvato su Djimsiti, Thuram (in versione Galatasaray) si è mangiato lo 0-2. In settimana, l’Abatone aveva firmato e in tribuna c’era Elkann. Il successo, va da sé, pesa tonnellate di fiducia. L’Atalanta ci ha provato sino alla fine, e sino alla fine la Juventus, priva del casino di McKennie, e con Holm in fascia, ha opposto il ferro del carattere (toh), il cemento del muro. Un mani-comio di Gatti è stato correttamente non sanzionato. E Kostic su De Ketelaere agli sgoccioli, uhm, un rischio (forse) calcolato.

Era uno spareggio Champions, e in questi casi l’estetica corre a nascondersi dietro l’agonismo della ragion di stato. Corto muso, sì: e spesso «bloque bajo». Signori: mica stiamo parlando della Tiranna d’antan. E l’Atalanta è l’Atalanta: spuma, non piuma. Se devo sceglierne uno, dico Locatelli. La sua garra.