Ma per fortuna che c’era l’Osvaldo

Roberto Beccantini17 July 2026

«Il terzino faccia il terzino» è il titolo del libro che Giulio Giusti ha dedicato a Osvaldo Bagnoli (con prefazione di Gianni Mura), morto oggi all’età di 91 anni. Un grande. E non solo per lo scudetto, storico, che vinse nel 1985 con il Verona dei «riciclati» (Pierino Fanna, Nanu Galderisi) e degli stranieri mirati (Hans-Peter Briegel, Preben Elkjaer Larsen).

Famiglia operaia della Bovisa, milanese e milanista, mediano di spola al servizio di Juan Alberto Schiaffino e Nils Liedholm, «Zaso» per gli amici e «Schopenhauer» per Gianni Brera, conquistato dal fondo di saggezza e pessimismo che affiorava dal carattere.

«Il terzino faccia il terzino»: può sembrare uno slogan sgualcito. No, era l’invito ai tuttologi a tornare sulla terra. Se a Como non capì al volo Paolino Rossi, portò il Fano in C1 e il Cesena in A. Ma è soprattutto al Verona (nove anni, 1981-1990 dalla B alla Coppa Uefa al titolo e di nuovo in B) e al Genoa (semifinali di Coppa Uefa, prima squadra italiana a espugnare Anfield) che ha legato la sua opera omnia. Per Vuajadin Boskov, è il centrocampo la chiave; per Osvaldo, l’attacco.

La gavetta e la carriera molto lo hanno aiutato a non considerare il calcio la scienza infusa che troppi millantano. Fautore della «terza via» (Lodovico Maradei) tra prestazionisti e risultatisti, termini che avrebbe detestato, è sempre stato al passo con i tempi. Lo slang dialettale lo avvicinava a Paron Nereo, pane al pane e (Rocco) vino al vino.

Di una schiettezza «feroce». «Se cercate i ladri, sono di là», disse al termine di un’edizione di Juventus-Verona di Coppa dei Campioni dopo un rigore non concesso dall’arbitro, il francese Robert Wurtz. Aldo Serena, il reo, invocò
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A mani basse, stavolta

Roberto Beccantini15 July 2026

Per un tempo, guerra: 7 falli in 10’, Paredes ed Enzo Fernandez a caccia di caviglie randagie, botte e botti, provocanti e bollenti. E l’arbitro americano più bandito che sceriffo. Poi, calcio: finalmente. Un po’ di Inghilterra e, sull’1-0 di Gordon, tanta Argentina, troppa Argentina, solo Argentina. Il 2-1 di Atlanta va persin stretto a Scaloni e alle sue «scalonete», se penso alle parate di Pickford (su Nico, su Enzo), ai due pali di MacAllister.

L’ha orientata Leo Messi, e chi se no?, liberando il destro di Enzo, all’86’, e nutrendo lo stacco di Lautaro Martinez, al 92’. Il Toro interista è nato a Bahia Blanca, culla di Manu Ginobili. Il basket molto lo aiutò a migliorare il «timing» nei salti, nel darci di testa metafora dell’andare a rimbalzo. Martinez era appena entrato. E’ il suo status di precario, ma i gol sono già tre. E questo pesa più della retorica malviviana.

Era il 55’, quando Rogers (da destra) imbeccava Gordon (a sinistra): zampatina e bye bye Molina. Sembrava segnata, la polveriera della storia. Mani de Diòs e barrilete cosmici lacrimavano. Ci ha pensato Tuchel. Un tedesco, mica un labronico. Il domatore dei Leoni. Improvvisamente, incredibilmente. I cambi, i cambi: ha chiuso con un esercito di stopper. Chi c’era: Stones, Guehi. Chi sarebbe entrato: Konsa, Burn. Via Gordon (così impara), via Rice. Con Kane in versione Gatti e Bellingham a pascolare sfinito. In parole povere: Der Catenaccio.

L’ingresso di De Paul al posto di Giuliano Simeone è stato una rampa, piccola ma significativa, a conferma di quanto abbiano inciso le staffette, sublimate dal via-vai tra Tagliafico e Lautaro. Per carità, Scaloni non aveva scelta. Le aveva invece Tuchel: e le ha sbagliate tutte.

Nel ricordo di Diego, 40 anni dopo. Domenica sera nel New Jersey, gran finale: Spagna-Argentina. I campioni d’Europa contro i campioni del Mondo. Yamal, classe 2007. Messi, classe 1987. Ve la do io l’età.

Le sartine, non i modelli

Roberto Beccantini14 July 2026

Se il rigore di Oyarzabal era stato un episodio, vista la sciocchezza di Digne su Yamal, il triangolo con Dani Olmo e la stoccata di Pedro Porro, un terzino, sono stati di una bellezza rapsodica. E così, a Dallas: Francia zero Spagna due. I miei favoriti a Miami, i miei vice a New York.

La Bastiglia cadde il 14 luglio. Ah, la Nemesi. Il calcio delle sartine è un periodo fra nuvole di virgole: a volte troppe, ma solo a volte. Quello dei moschettieri, una frase di poche parole, alla ricerca proustiana degli esclamativi perduti. Il 4-3-3 di de la Fuente contro il 4-2-3-1 di Deschamps: non c’è partita, al netto di equilibri subdoli. Rodri si mangia Olise, tanto da spingerlo all’ala (il suo ruolo, per me). La difesa alta e il fuorigioco disarmano Mbappé, mentre Dembélé, più ancora di Barcola, il meno bollito, vaga mestamente: ostaggio e non rapitore.

Le occasioni e le emozioni sono merce rara. La mossa di Tchouaméni al posto di Manu Koné non paga; e nemmeno l’ingresso di Koné per un nervoso (e ammonito) Rabiot. Il pensiero forte della Spagna è palleggio forbito, Dani Olmo ondeggiante fra le linee, Cucurella leonino, Cubarsì e Laporte a spolverare le ragnatele della trequarti. E mago Merino? Mica ce n’è stato bisogno.

Non uno dei candidati all’Oscar che strappi l’ovazione. Neppure Yamal, nonostante la tremarella di un Digne «rimasto» al penalty. Di Unai Simon è un’uscita da «libero» su Mbappé che ricordo, non un tuffo. Dominano, gli spagnoli, anche quando sembra che non lo facciano, o siano minacciati. Il centrocampo batte bandiera «roja»: è la chiave che apre (e chiuderà) le stanze dell’ordalia.

L’ultima (e sino a oggi unica) finale della Spagna risaliva al 2010: all’edizione di Johannesburg, 1-0 all’Olanda dopo 120’ di risse da Bronx. La decise Iniesta, la più sartina delle sartine. E adesso, Inghilterra o Argentina. La polveriera della storia.