Qui si parla di libri. Il titolo l’ho rubacchiato a Umberto Eco e al suo “Costruire il nemico”. Libri di avventura, di amore, di sport, di calcio, di calci. Cronache di storie e storie di cronache. Nessun genere è pre-cluso o post-cluso. I libri sono mondi che ci rendono grandi o piccoli in base a come li navighiamo.
Chi comincia?
Per la cronaca, ero a Roma per Roma-Real Madrid di Champions League. Per la storia, «erano» a New York City. Loro, cioè Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi. Sposi felici e curiosi, entrambi giornalisti, entrambi testimoni dell’Apocalisse. E autori del libro di cui vi parlo, «2001: da Giuliani a Mamdani, New York 25 anni dopo l’11 settembre», Mind Edizioni.
E’ un viaggio dentro torri che non ci sono più e dentro una città che ci sarà sempre, e sempre ci costringerà a pensarla, a immaginarla, visto i mondi che contiene e gli eccessi che agita. Maria Teresa e Glauco – con Francesca, la figlia – vi arrivarono nel 2000. Indecisi, decisero subito: restiamo.
Le pagine raccontano le trasformazioni, le deformazioni e le invenzioni della Grande Mela, le sue ricchezze e le sue miserie, il suo cinismo e la sua libidine per la meritocrazia fra scandali a luci rosse ed elezioni a luci rossicce, attraverso i suoi sindaci, dal Rudy delle macerie allo Zohran musulmano, il primo della storia. Lo stile è da reporter, quali gli autori sono: asciutto, profondo, ligio al dettaglio.
Lo si può leggere come analisi sociopolitica o sfogliare come guida, di mostra in museo, di parco in sbarco (dell’high tech più sofisticato), Manhattan Itaca e Wall street maga Circe tentatrice, con i cittadini-Ulisse a subirne la nostalgia, le lusinghe e il fascino. Depressioni e tentazioni, ma anche prezzi al metro quadro e classifica delle scuole; con una goccia di soccer e una scorza di pickleball.
New York, New York e «la sua magica capacità di non piegarsi mai». E’ la legge del più forte? Forse. In bilico perenne tra la borsa o la vita è rinata e crollata, crollata e rinata. MT & G (all’americana…) la spogliano perché la si possa vestire delle nostre stroncature e, soprattutto, dei nostri sogni.
Salve, mi presento, Riccardo
. Scrivo dopo aver letto il tuo saggio, come lo definisci, ma io direi una “autobiografia”, con annesse riflessioni, incentrata su Lorenzo Musetti.
Lorenzo Musetti, quel tennista che da alcuni anni riempie i nostri pensieri legati al tennis e non solo. Man a mano che procedevo nella lettura mi sono sempre più appassionato anche perché i nostri percorsi, relativamente a Lorenzo, sono stati simili. Anche per me il primo incrocio è avvenuto in quella partita contro Djokovic, al Roland Garros. E fu una folgorazione, una meraviglia, una estasi. E ricordo che mi salì alla memoria chi?, se non lui? “Adriano…..”. Ricordo pronunciai sussurrando il nome di Panatta, un salto nel tempo, nello spazio, nella memoria, di quando ero bambino e seguivo con costanza e passione gli incontri di Coppa Davis.
E poi quando fece rotolare Fritz per terra, la partita contro De Minaur alle Finals oltre alle altre partite raccontate nel tuo saggio, ma io direi “autobiografia”; solo per Musetti faccio “after”, come dicono i giovani, per seguirlo negli orari più improbabili fino alle prime ore del mattino.
Ti racconto un aneddoto, un episodio avvenuto questa estate, quindi prima di aver letto il tuo saggio, ma io direi autobiografia. Nello stabilimento balneare che frequento c’è un gruppetto di appassionati di tennis, tutti tifosi di Sinner. Io l’unico “musettiano”. Un giorno si alza una voce dal gruppetto…”ma come fai a preferire Musetti a Sinner?”. E mi parti spontanea una filippica. “perché Musetti rappresenta la bellezza, la poesia, l’arte. Musetti è Michelangelo che disegna la Cappella Sistina, Leonardo che disegna il Cenacolo, Brunelleschi che progetta e realizza la cupola del Duomo di Firenze. Perché Musetti rende IL MONDO UN POSTO PIU’ BELLO”. (il maiuscolo è per far capire che tono e volume della voce andarono aumentando, e non di poco…). Silenzio assoluto, sguardi esterrefatti, immagino abbiano pensato, i presenti, che fossi fuori di testa.
Puoi ben capire quindi quanto abbia apprezzato il tuo saggio, ma io direi autobiografia, succhiellando ogni pagina, riconoscendomi e divertendomi nella lettura.
Però, però, ho ben presente anche tutte le volte che mi sono incavolato (non siamo così in confidenza da poter usare altro termine, il verbo sarebbe altro, contenente una doppia zeta) nero seguendo le partite di Lorenzo, ad ogni sconfitta contro avversari ampiamente alla sua portata ed al senso di spreco provato. La sensazione è che quel ragazzo necessiti di un salto di qualità mentale. Scrivi “Lorenzo è un tennista di professione e il suo obiettivo principale resta uno soltanto, la vittoria”. Ecco, tutte le emozioni, tutto il senso di appartenenza, tutta la vicinanza, tutta la speranza (sì speranza, di qualcosa di bello, di entusiasmante) che Musetti suscita in noi, al punto da spingere te a scriverne ed a me a scriverti, svaniscono se non vince le partite, certe partite.
Perché Musetti è un tennista, non un pittore od uno scultore o un poeta e nemmeno un pattinatore sul ghiaccio, sport nel quale il lato estetico assume rilevanza ai fini del risultato.
Se “Sinner per diventare più competitivo deve iniettare nel suo tennis delle dosi di Musetti” (e lo ha fatto) anche Musetti da par suo dovrebbe iniettarsi delle dosi di Sinner. Lo ha fatto? Secondo me, no.
Anche io leggo pareri secondo i quali dovrebbe cambiare coach, non mi addentro in tale tematica, ma ricordo che all’ultimo AO, dove Lorenzo ha toccato il numero 5 del ranking (e potenzialmente il 3, senza quel maledetto infortunio contro Djokovic), Tartarini non c’era.
Sicuro che non si sia sentito più responsabilizzato, fuori dalla propria “bambagia” protettiva rappresentata dal coach/allenatore storico e che quindi sia stato obbligato, giocoforza, a tirare fuori i così detti? ( e senza infortunio avrebbe vinto contro Djokovic e poi presumibilmente contro “quel Sinner” e poi in finale contro Alcaraz…chissà come sarebbe andata….). Non è che manca a lui un po’ di coraggio? per uscire dalla propria comfort zone ed addentrarsi in territori mentali, non certo tecnici, a lui sconosciuti e dei quali magari ha timore?
Insomma a livello di testa qualcosa quel ragazzo, assieme al suo staff, dovrebbe fare per far si che i tasti bianchi sopravanzino ed annullino i tasti neri, perché se Brunelleschi progetta la cupola più bella del pianeta, ma poi non sta in piedi e crolla, non produce bellezza, bensì macerie.
Ti saluto, ti ringrazio, già so che continueremo entrambi a seguire Lorenzo il Magnifico nell’attesa della “settimana giusta” (sperando non sia come attendere Godot…).
Un sorriso ed una stretta di mano
23/09/2026
Riccardo
L’istante che diventa emozione; e l’emozione che si trasforma nella miccia di un libro. Il gol di Dennis Bergkamp al St. James’s Parl di Newcastle, il 2 marzo 2002. Cosimo Giordano, siciliano fiero e curioso, ne rimase folgorato: letteralmente e intellettualmente. Da qui l’idea di farne qualcosa che andasse oltre la pigrizia e lo stato d’animo che i sudamericani chiamano «olvido» (buio, oblio).
«La magia di Bergkamp, romanzo di un attimo irripetibile», Garrincha Edizioni, dura 94 pagine, più o meno come una partita di calcio con la mancia, ma vale la pena di essere sfogliato. Lo giustifica la superbia del gesto, l’enormità dell’azione, la leggerezza della stoccata. Non è da tutti ricavare una rete del genere – così immortale, così strepitosa – dal più banale dei passaggi (di Robert Pirès); e non è da tutti rimarne folgorati al punto di estrarne una trama. Un’avventura.
L’amore di Arthur per Vivian, e di Vivian per Arthur, la passione per il teatro, la «prima volta» di lei con lui in uno stadio, a Newcastle, perché al cuore non si comanda, e perché l’Arsenal, dopo aver letto «Febbre a 90’» di Nick Hornby, dal cuore non uscirà più. Sino al coronamento del sogno di Vivian, un viaggio ad Atene, per toccare il Partenone, trasferta che culmina nella tragedia che sconvolgerà la vita e la carriera di Arthur, prigioniero improvviso della depressione più cupa.
Un monologo all’Old Vic di Londra, un gol sul fiume Tyne. E nel momento topico, quando la memoria canaglia gli si rivolta contro e il pubblico comincia a brontolare, ecco la genialità soccorrere l’attore e spingerlo fuori dal copione, ai piedi di Bergkamp e alla sua folgorazione pasoliniana. Fondatore di «Sottoporta – Il Calcio internazionale», Cosimo non si vergogna di lasciarsi cavalcare dal sentimento. Che non si sa bene dove vada, ma va.
Roberto Condio è stato mio collega a «La Stampa», nonché consulente volante oggi che la memoria comincia (o continua?) a vacillare: dunque, il conflitto di interessi è palese. Eppure, o proprio questo, vi raccomando il suo ultimo libro: «Italia d’oro / Tutte le vittorie azzurre in Europei, Mondiali e Olimpiadi degli sport di squadra dal 1934 a oggi», editore «Ultra Sport».
Ci sono tutti, ma proprio tutti, non solo il calcio, il basket e il volley, le discipline cheerleaders. Anche il baseball, il polo, il flag football (chi era costui?), il curling e via praticando. E’ il classico testo da raccomandare nelle scuole, e non solo nelle redazioni, per la fluidità della scrittura e la ricchezza dei dati che ne scortano le onde statistiche e le maree emotive.
La lettura diventa, così, un viaggio; e il viaggio, una scoperta; e la scoperta, il «Terra, terra» di noi Colombi abituati alle battigie dell’immancabile sbobba para-pedatoria. Fra Settebelli e Setterosa di pallanuoto, in un’orgia di naturalizzati/e e oriundi/e di fronte alla quale persino l’adrenalina del Duce vi sembrerà una tazza di camomilla. L’oro non ha bisogno di cipria: ergo, il racconto di Roberto non fa sconti. Parole, sì, ma al servizio dei fatti; e le nozioni in sella alle opinioni.
Sono imprese e, quindi, non serve il bisturi del chirurgo: basta lo scalpello dello scultore. Ogni brano, una statua che raffigura la Nike (da Ratko Rudic a Julio Velasco), affinché non si resti in balia dei vuoti di memoria che investono i trionfi più singolari. E allora okay all’hockey su pista, alla «palla soffice» e al «batti e corri» di generazioni, femminili e maschili, che per guadagnare un trafiletto dovevano spingersi oltre i sogni.
Non è facile rendere appetibile un «elenco» e, dettaglio non banale, decorarlo come un albero di Natale senza ridurlo ad agiografia untuosa e sovranista. Roberto c’è riuscito.
Questa è la storia di «uno» di noi. Cemento armato, cemento amato. Questo è lo strepitoso libro sullo stadio di Milano, Europa, venduto ma non vendutosi, che il 19 settembre celebrerà i 100 anni. Si intitola «Il secolo di San Siro in 100 date (più una) da ricordare» (Meravigli edizioni). L’hanno scritto Claudio Colombo e Fabio Monti, giornalisti esploratori e non antiquari, anche se il gusto del passato è orma e non onta. Aiuta ad allenare la memoria.
La prefazione di Aldo Serena, che ne fu inquilino e ospite, introduce il viaggio. Si parte, naturalmente, dalla prima pietra e da colui che fortissimamente lo volle: l’industriale Piero Pirelli, presidente del Milan. Sognava un’arena senza anelli o braccialetti (traduzione: senza pista d’atletica). Nuda e cruda. Per il football e basta. L’Inter giocava all’Arena: un inno a Napoleone, ma troppo «parva» e non più «apta» alle esigenze. Così traslocò.
E’ un impianto che ha due nomi: San Siro, dal domicilio; Giuseppe Meazza, da colui al quale, nel 1980, venne dedicato. Gli autori ne raccontano le stagioni attraverso gli eventi che ne hanno scandito la gioventù, la maturità e la vecchiaia: le partite; i concerti, da Bob Marley a Vasco; i pugni di Duilio Loi, Sandro Mazzinghi e Nino Benvenuti; le «armate» cardinalizie e i blitz papali.
Tanta Inter e tanto Milan. Le finali di Champions. Di pomeriggio, il tacco di Roberto Bettega; di notte, la rimonta del Mago contro il Liverpool e la «manita» del Diavolo agli orchi del Real. Le pagine sono petardi di cifre, coriandoli di rovesciate, stelle filanti di protagonisti che hanno cercato di strappargli la scena: fossero i guerrieri più nobili (Sandro Mazzola, Gianni Rivera) o le comparse più inattese (Giuseppe Minaudo). Sino alla cerimonia inaugurale dei Giochi di Milano e Cortina. L’ultimo atto? Rispondo alla Nereo Rocco: «Speremo de no».
Scoprire l’America fece la storia. Riscoprirla in un libro può aiutarci a non dimenticarla. Soprattutto, se Cristoforo Colombo è Gianni Brera. Nel 1955, il Grande Padano si recò colà per tre mesi, la girò in lungo e in largo e ne scavò le radici. Si era appena dimesso da direttore della «Gazzetta dello Sport» (presidente Gabriele Gravina, potrebbe essere un’idea: coraggio), aveva bisogno di soldi, i polpastrelli friggevano.
«Viaggio in America» (Aragno editore) è il tomo che riassume, attraverso le sue articolesse, l’epopea breve (ma intensa) di quell’odissea, di quell’on the road che, a suo modo, riecheggiava il girovagare scollacciato di Jack Kerouac. L’ha curato Claudio Rinaldi, direttore della «Gazzetta di Parma», brerologo fra i più fecondi ed esaustivi. Non perdetevi l’introduzione, un filo lunga «sed apta nobis». Rende fin da subito lo spirito del tempo: e dei tempi del più speciale degli inviati che potessimo immaginare.
Brera si immerge nella vastità di un Paese che gli agita sentimenti sparsi e opposti: ne celebra il culto dello sport basico, legato ai college, e, parimenti, ne esecra gli sbocchi, gli sfoghi, le scelte (il gioco del business anteposto ai Giochi olimpici).
Troverete interviste con i paisà di Little Italy e oltre; noterete, nel capitolo «La giungla delle Lavagne», come e quanto la delinquenza giovanile di oggi poco si scosti dai coltelli di uno scorcio così lontano, così invidiato. E Indianapolis, con le sue 500 miglia di latrati motoristici, petti in fuori, sangue e arena, non potrà non accendervi al pathos di un segno, di un sogno.
Brera, negli Stati Uniti, non ci tornò più. Si dice, per una questione di para-mafia, di donne e di minacce. Ecco qua un motivo per salire sulle pagine del suo genio.
Carlo Pallavicino, nobile e mobile, molto mobile, ha solcato un sacco di vite e di mondi, di vicoli e di suite. E’ stato, fra le altre cose, giornalista (a «Tuttosport, anche), agente di giocatori e creatore di calciomercato.com, sito tra i più autorevoli e cliccati, poi venduto a un fondo americano (e a chi se no?). Viene, per usare una frase fatta ma che comprende parecchie cose da fare, dalla gavetta. Che, a un ragazzo sveglio, sarà sempre utile; e non necessariamente futile.
Fiorentino di culla e di passione, ha scritto un libro metà romanzo e metà diario: «Ci chiamavano sciacalli, la vita di un giovane procuratore nella giungla del calciomercato», editore Baldini+Castoldi. Non si guarda allo specchio, Carlo. Al contrario: si guarda dentro, tenendo il più lontano possibile dalla retorica il ritratto di Oscar Wilde che, inesorabile, attende al varco ognuno di noi. Dal «Brivido sportivo» alla scuderia di Giovanni Branchini, l’affare Ronaldo (il fenomeno, patti chiari), il no di Claudio Marchisio, la vicinanza commossa a Stefano Borgnovo nella lotta contro la «Stronza», il miliardo che Cristiano Lucarelli – da Shangai, Livorno – rifiutò pur di diventare, povero illuso, profeta in patria.
Lo stile è libero e accattivante, le pagine rimbalzano tra sveglie e veglie, aragoste e mozzarelle. Una scorza di Bosman (la celeberrima sentenza che il 15 dicembre 1995 liberò gli «sciacalli»), un goccio di Lucianone Moggi («Ce benzo io») e la sfibrante trattativa per liberare Goran Pandev dal catenaccio di Claudio Lotito, fino al catartico «annuntio vobis: habemus mobbing».
Il mercato è il viagra dei tifosi. Sfogliando i capitoli, vengono incontro Lazaroni e (tanti, troppi) lazzaroni. Il lettore non si annoia: e questo, per l’autore, sarà sempre una medaglia.
Della scrittura di Marco Pastonesi mi hanno sempre impressionato il rigore e il nitore. Il rigore nella ricerca, il nitore dell’esposizione. Ecco perché vi suggerisco il suo ultimo libro: «Strade nere», Edicicloeditore. L’autore ha il pregio, raro, dell’eclettismo: dal ciclismo al rugby, i confini dei suoi safari, passando per altri, e molto altro. Senza mai scadere nel generico.
«Strade nere», dunque. E’ la storia di cento storie, è la sua Africa, sua di Pastonesi, attraversata, vissuta e raccontata in punta di penna e di cerchioni, tra molta polvere da sparo e poca polvere di stelle, ma questo è il meno. Il più coinvolge la volontà di offrire a noi lettori l’eroismo, o comunque l’attivismo, di coloro che, frustati dal destino, sono riusciti, o hanno cercato, di ribellarsi.
C’è molto Ruanda post genocidio, sede dell’ultimo Mondiale su strada dominato da Tadej Pogacar, non poteva mancare un cenno alla malaria fatale a Fausto Coppi, perché il Continente nero, alle falde del – o lontano dal – Kilimangiaro, rimane ineguagliabile serbatoio di saghe e streghe, di leoni metaforici e (spesso) non: dalla catapecchia di Songezo Jim alla scintilla di Nelson Mandela, il capitolo che chiude l’Odissea: «Un vincitore – sosteneva Madiba – è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso.
A scorrere le pagine ci si imbatte nelle nozioni, più che nelle pozioni, del keniano David Kinjah, «etichettato come lo scopritore di Chris Froome, quattro volte vincitore del Tour de France (oltre che di un Giro e due Vuelta). Un angelo nero». La bici al di là del calcio. Italiani migranti per soldi e per curiosità, on the road in un turbinìo di copertoni randagi e manubri cadenti come le stelle la notte di San Lorenzo.
L’Africa di Ahmed Remadni che, dato per morto, ringraziò per la pubblicità gratuita. L’Africa di Marco, il nostro dottor Livingstone (we suppose).
Enzo Palladini è un giornalista-scrittore che va dove lo porta il cuore. E il cuore lo porta spesso in Brasile. Come in questo caso. «Dirceu per sempre» è la storia di un sentimento, prima ancora che la cronaca di una carriera scossa come un cavallo senza fantino, e di un epilogo tragico.
La vita appesa a un sinistro, con e senza virgolette, il piede che disegnava parabole incendiarie (Dino Zoff, do you remember?) e l’autista pazzo che lo travolse a Rio, quando aveva 43 anni, 4 figli e ancora un sacco di sogni. Dirceu José Guimarães: non già un fuoriclasse, ma uno di quei «dieci» che spesso risolvono il problema e qualche volta lo creano. Ha girato il mondo, mangiandosi una bella fetta d’Italia (Verona, Napoli, Ascoli, Como, Avellino, Ebolitana, Sporting Benevento); ha costretto Osvaldo Bagnoli a privarsi dell’amato Guidolin Francesco; ha fallito per un pelo l’aggancio con Diego Armando Maradona.
E’ stato molto, Dirceu, senza diventare tutto. Generoso, pignolo, fionda e sasso. Nel narrarne la saga, l’autore non nasconde la frenesia che, Ulisse compulsivo, lo spingeva a barattare di continuo la sua Itaca. Tre Mondiali, quasi quattro, lo hanno consegnato alla memoria dei topi d’archivio più zelanti e degli appassionati meno pigri. Enzo non si limita a illustrarne le folate e le stangate, ma esplora le radici di Curitiba, indaga l’indotto, smaschera colleghi o soci non proprio cristallini, esaltandone l’anarchia di culla brasiliana e biberon europeo che ce lo hanno reso così vicino perché così imperfetto.
Se Cristo si è fermato a Eboli, Dirceu, grazie alla penna di Enzo, no: non sarà mai «uno di quei sorrisi da avvocato imbroglione, sincero come il sesso di una sola notte» (preso pari pari da «Zucchero sulle ossa» di Joe R. Lansdale). Ogni zolla, una giostra per bambini. E quella zazzera al vento, bandiera corsara.
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Enzo Palladini, «Dirceu per sempre», Edizioni inContropiede, 2025.
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Ho visto l ultimo film di Özpetek “Diamanti”. Sorprendentemente ne’ gay ne’ lesbiche e va a suo merito in epoca nella quale in ogni film, romanzo, ma pure nella pubblicità per forza deve entrare il tema dell omosessualità anche quando ci azzecca come il cavolo a merenda. Ozpetek che per primo con “le fate ignoranti” portò il tema come centrale in un film. E ci azzeccava, nel contesto del film. Film comunque al femminile, mi ha lasciato un po’ interdetto, un senso di incompiuto all interno comunque di un prodotto notevole. E comunque sempre meritevoli i film nei quali gli attori, la recitazione degli stessi e’ posta in primo piano.
P.S. E poi mi diverte ogni tanto tirarmela da acculturato di sinistra che guarda i film di Ozpetek…