Qui si parla di libri. Il titolo l’ho rubacchiato a Umberto Eco e al suo “Costruire il nemico”. Libri di avventura, di amore, di sport, di calcio, di calci. Cronache di storie e storie di cronache. Nessun genere è pre-cluso o post-cluso. I libri sono mondi che ci rendono grandi o piccoli in base a come li navighiamo.
Chi comincia?
Questa è la storia di «uno» di noi. Cemento armato, cemento amato. Questo è lo strepitoso libro sullo stadio di Milano, Europa, venduto ma non vendutosi, che il 19 settembre celebrerà i 100 anni. Si intitola «Il secolo di San Siro in 100 date (più una) da ricordare» (Meravigli edizioni). L’hanno scritto Claudio Colombo e Fabio Monti, giornalisti esploratori e non antiquari, anche se il gusto del passato è orma e non onta. Aiuta ad allenare la memoria.
La prefazione di Aldo Serena, che ne fu inquilino e ospite, introduce il viaggio. Si parte, naturalmente, dalla prima pietra e da colui che fortissimamente lo volle: l’industriale Piero Pirelli, presidente del Milan. Sognava un’arena senza anelli o braccialetti (traduzione: senza pista d’atletica). Nuda e cruda. Per il football e basta. L’Inter giocava all’Arena: un inno a Napoleone, ma troppo «parva» e non più «apta» alle esigenze. Così traslocò.
E’ un impianto che ha due nomi: San Siro, dal domicilio; Giuseppe Meazza, da colui al quale, nel 1980, venne dedicato. Gli autori ne raccontano le stagioni attraverso gli eventi che ne hanno scandito la gioventù, la maturità e la vecchiaia: le partite; i concerti, da Bob Marley a Vasco; i pugni di Duilio Loi, Sandro Mazzinghi e Nino Benvenuti; le «armate» cardinalizie e i blitz papali.
Tanta Inter e tanto Milan. Le finali di Champions. Di pomeriggio, il tacco di Roberto Bettega; di notte, la rimonta del Mago contro il Liverpool e la «manita» del Diavolo agli orchi del Real. Le pagine sono petardi di cifre, coriandoli di rovesciate, stelle filanti di protagonisti che hanno cercato di strappargli la scena: fossero i guerrieri più nobili (Sandro Mazzola, Gianni Rivera) o le comparse più inattese (Giuseppe Minaudo). Sino alla cerimonia inaugurale dei Giochi di Milano e Cortina. L’ultimo atto? Rispondo alla Nereo Rocco: «Speremo de no».
Scoprire l’America fece la storia. Riscoprirla in un libro può aiutarci a non dimenticarla. Soprattutto, se Cristoforo Colombo è Gianni Brera. Nel 1955, il Grande Padano si recò colà per tre mesi, la girò in lungo e in largo e ne scavò le radici. Si era appena dimesso da direttore della «Gazzetta dello Sport» (presidente Gabriele Gravina, potrebbe essere un’idea: coraggio), aveva bisogno di soldi, i polpastrelli friggevano.
«Viaggio in America» (Aragno editore) è il tomo che riassume, attraverso le sue articolesse, l’epopea breve (ma intensa) di quell’odissea, di quell’on the road che, a suo modo, riecheggiava il girovagare scollacciato di Jack Kerouac. L’ha curato Claudio Rinaldi, direttore della «Gazzetta di Parma», brerologo fra i più fecondi ed esaustivi. Non perdetevi l’introduzione, un filo lunga «sed apta nobis». Rende fin da subito lo spirito del tempo: e dei tempi del più speciale degli inviati che potessimo immaginare.
Brera si immerge nella vastità di un Paese che gli agita sentimenti sparsi e opposti: ne celebra il culto dello sport basico, legato ai college, e, parimenti, ne esecra gli sbocchi, gli sfoghi, le scelte (il gioco del business anteposto ai Giochi olimpici).
Troverete interviste con i paisà di Little Italy e oltre; noterete, nel capitolo «La giungla delle Lavagne», come e quanto la delinquenza giovanile di oggi poco si scosti dai coltelli di uno scorcio così lontano, così invidiato. E Indianapolis, con le sue 500 miglia di latrati motoristici, petti in fuori, sangue e arena, non potrà non accendervi al pathos di un segno, di un sogno.
Brera, negli Stati Uniti, non ci tornò più. Si dice, per una questione di para-mafia, di donne e di minacce. Ecco qua un motivo per salire sulle pagine del suo genio.
Carlo Pallavicino, nobile e mobile, molto mobile, ha solcato un sacco di vite e di mondi, di vicoli e di suite. E’ stato, fra le altre cose, giornalista (a «Tuttosport, anche), agente di giocatori e creatore di calciomercato.com, sito tra i più autorevoli e cliccati, poi venduto a un fondo americano (e a chi se no?). Viene, per usare una frase fatta ma che comprende parecchie cose da fare, dalla gavetta. Che, a un ragazzo sveglio, sarà sempre utile; e non necessariamente futile.
Fiorentino di culla e di passione, ha scritto un libro metà romanzo e metà diario: «Ci chiamavano sciacalli, la vita di un giovane procuratore nella giungla del calciomercato», editore Baldini+Castoldi. Non si guarda allo specchio, Carlo. Al contrario: si guarda dentro, tenendo il più lontano possibile dalla retorica il ritratto di Oscar Wilde che, inesorabile, attende al varco ognuno di noi. Dal «Brivido sportivo» alla scuderia di Giovanni Branchini, l’affare Ronaldo (il fenomeno, patti chiari), il no di Claudio Marchisio, la vicinanza commossa a Stefano Borgnovo nella lotta contro la «Stronza», il miliardo che Cristiano Lucarelli – da Shangai, Livorno – rifiutò pur di diventare, povero illuso, profeta in patria.
Lo stile è libero e accattivante, le pagine rimbalzano tra sveglie e veglie, aragoste e mozzarelle. Una scorza di Bosman (la celeberrima sentenza che il 15 dicembre 1995 liberò gli «sciacalli»), un goccio di Lucianone Moggi («Ce benzo io») e la sfibrante trattativa per liberare Goran Pandev dal catenaccio di Claudio Lotito, fino al catartico «annuntio vobis: habemus mobbing».
Il mercato è il viagra dei tifosi. Sfogliando i capitoli, vengono incontro Lazaroni e (tanti, troppi) lazzaroni. Il lettore non si annoia: e questo, per l’autore, sarà sempre una medaglia.
Della scrittura di Marco Pastonesi mi hanno sempre impressionato il rigore e il nitore. Il rigore nella ricerca, il nitore dell’esposizione. Ecco perché vi suggerisco il suo ultimo libro: «Strade nere», Edicicloeditore. L’autore ha il pregio, raro, dell’eclettismo: dal ciclismo al rugby, i confini dei suoi safari, passando per altri, e molto altro. Senza mai scadere nel generico.
«Strade nere», dunque. E’ la storia di cento storie, è la sua Africa, sua di Pastonesi, attraversata, vissuta e raccontata in punta di penna e di cerchioni, tra molta polvere da sparo e poca polvere di stelle, ma questo è il meno. Il più coinvolge la volontà di offrire a noi lettori l’eroismo, o comunque l’attivismo, di coloro che, frustati dal destino, sono riusciti, o hanno cercato, di ribellarsi.
C’è molto Ruanda post genocidio, sede dell’ultimo Mondiale su strada dominato da Tadej Pogacar, non poteva mancare un cenno alla malaria fatale a Fausto Coppi, perché il Continente nero, alle falde del – o lontano dal – Kilimangiaro, rimane ineguagliabile serbatoio di saghe e streghe, di leoni metaforici e (spesso) non: dalla catapecchia di Songezo Jim alla scintilla di Nelson Mandela, il capitolo che chiude l’Odissea: «Un vincitore – sosteneva Madiba – è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso.
A scorrere le pagine ci si imbatte nelle nozioni, più che nelle pozioni, del keniano David Kinjah, «etichettato come lo scopritore di Chris Froome, quattro volte vincitore del Tour de France (oltre che di un Giro e due Vuelta). Un angelo nero». La bici al di là del calcio. Italiani migranti per soldi e per curiosità, on the road in un turbinìo di copertoni randagi e manubri cadenti come le stelle la notte di San Lorenzo.
L’Africa di Ahmed Remadni che, dato per morto, ringraziò per la pubblicità gratuita. L’Africa di Marco, il nostro dottor Livingstone (we suppose).
Enzo Palladini è un giornalista-scrittore che va dove lo porta il cuore. E il cuore lo porta spesso in Brasile. Come in questo caso. «Dirceu per sempre» è la storia di un sentimento, prima ancora che la cronaca di una carriera scossa come un cavallo senza fantino, e di un epilogo tragico.
La vita appesa a un sinistro, con e senza virgolette, il piede che disegnava parabole incendiarie (Dino Zoff, do you remember?) e l’autista pazzo che lo travolse a Rio, quando aveva 43 anni, 4 figli e ancora un sacco di sogni. Dirceu José Guimarães: non già un fuoriclasse, ma uno di quei «dieci» che spesso risolvono il problema e qualche volta lo creano. Ha girato il mondo, mangiandosi una bella fetta d’Italia (Verona, Napoli, Ascoli, Como, Avellino, Ebolitana, Sporting Benevento); ha costretto Osvaldo Bagnoli a privarsi dell’amato Guidolin Francesco; ha fallito per un pelo l’aggancio con Diego Armando Maradona.
E’ stato molto, Dirceu, senza diventare tutto. Generoso, pignolo, fionda e sasso. Nel narrarne la saga, l’autore non nasconde la frenesia che, Ulisse compulsivo, lo spingeva a barattare di continuo la sua Itaca. Tre Mondiali, quasi quattro, lo hanno consegnato alla memoria dei topi d’archivio più zelanti e degli appassionati meno pigri. Enzo non si limita a illustrarne le folate e le stangate, ma esplora le radici di Curitiba, indaga l’indotto, smaschera colleghi o soci non proprio cristallini, esaltandone l’anarchia di culla brasiliana e biberon europeo che ce lo hanno reso così vicino perché così imperfetto.
Se Cristo si è fermato a Eboli, Dirceu, grazie alla penna di Enzo, no: non sarà mai «uno di quei sorrisi da avvocato imbroglione, sincero come il sesso di una sola notte» (preso pari pari da «Zucchero sulle ossa» di Joe R. Lansdale). Ogni zolla, una giostra per bambini. E quella zazzera al vento, bandiera corsara.
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Enzo Palladini, «Dirceu per sempre», Edizioni inContropiede, 2025.
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Ho visto l ultimo film di Özpetek “Diamanti”. Sorprendentemente ne’ gay ne’ lesbiche e va a suo merito in epoca nella quale in ogni film, romanzo, ma pure nella pubblicità per forza deve entrare il tema dell omosessualità anche quando ci azzecca come il cavolo a merenda. Ozpetek che per primo con “le fate ignoranti” portò il tema come centrale in un film. E ci azzeccava, nel contesto del film. Film comunque al femminile, mi ha lasciato un po’ interdetto, un senso di incompiuto all interno comunque di un prodotto notevole. E comunque sempre meritevoli i film nei quali gli attori, la recitazione degli stessi e’ posta in primo piano.
P.S. E poi mi diverte ogni tanto tirarmela da acculturato di sinistra che guarda i film di Ozpetek…