Il rumore dei vigliacchi

Roberto Beccantini15 luglio 2011

Decidere di non decidere. L’incompetenza del Consiglio federale è la sintesi di una classe di dirigenti senza classe (e non solo). A proposito: parlo di una casta che, in occasione del commissariamento della Federsci, ha tirato fuori dal sarcofago una mummia. La solita: Franco Carraro.

Personalmente, non avrei mai assegnato lo scudetto del 2006, così come non fu mai «distribuito» il titolo del 1927. Ciò doverosamente premesso, avrei rispettato qualsiasi decisione, purché tale fosse: Inter, lo scudetto rimane tuo; Inter, restituisci lo scudetto.

Niente, invece. Se non gli immancabili «petardi» di una Juventus che lo avrebbe voluto indietro: una boiata pazzesca. Un conto sono gli aggettivi, e un conto gli attributi. Giancarlo Abete sfoggia quelli e rinuncia a questi. Il presidente si era solennamente impegnato: 1) l’etica non va in prescrizione; 2) niente stampelle (con allusione ai tre saggi, o tre paggi?, che incorniciarono la scelta del professor Guido Rossi). Una persona con una dignità appena appena normale, al suo posto, si sarebbe già dimessa. Non tanto, ripeto, per non aver preso la via che avrei voluto prendesse, ma per non aver preso nessuna via.

L’Italia è il Paese del «campa cavillo». Esperti del ramo hanno detto sì alla revoca, altri luminari hanno detto no. Penso a San Dulli: un gigante, nell’estate del 2006, con la sua corte federale e i suoi fendenti (un solo bersaglio mancato, Carraro: quando si dice il destino); un nano, oggi, che considerava il consiglio «competente».

Un taglio netto, di qua o di là, avrebbe giustificato la saliva dell’invettiva da parte degli sconfitti. E comunque: più rispetto che disprezzo. Parafrasando il rumore dei nemici caro a José Mourinho, la fuga dal verdetto privilegia, viceversa, la saliva dello sputo, che sempre accompagna il rumore dei vigliacchi.

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Responsabilità oggettiva, per forza

Roberto Beccantini6 giugno 2011

Da Calciopoli 1 e 2 all’ultima puntata del Calcio-scommesse, passando per Bilanciopoli e Passaportopoli, la domanda è sempre la stessa: ha ancora senso la responsabilità oggettiva, in base alla quale tutti pagano per pochi? La risposta è sì, ha ancora senso, e sempre ne avrà.

Sarà pure uno strumento truce, dal momento che una società può essere penalizzata anche per gli atti criminali di un dipendente, uno solo, ma provate a trasferire il calcio, «questo» calcio, il nostro calcio, in un mondo privo di una simile prigione. Io compro un arbitro o un avversario, tarocco una partita e, visto che ci sono, ci scommetto pure sopra; la giustizia sportiva mi pizzica, io pago, la mia società no. Voce del popolo: ma così ci rimettono i tifosi. Vero. Ogni tanto, però, occupiamoci anche degli «altri» tifosi: di quelli, cioè, la cui squadra ha subìto l’oltraggio della combine. I soldi e le tecnologie hanno allargato le tentazioni e accentuato i metodi per barare. Ove non esistesse la stampella della responsabilità oggettiva, il calcio finirebbe in balìa di veri e propri professionisti del dolo, pronti a tutto, e per quel tutto clandestinamente pagati. Fuor di metafora: tu, faccendiere, mi compri la partita e confessi che è stata un’iniziativa personale; io, dirigente, ti offro gli avvocati più agguerriti e l’esilio più dorato. Occhiali scuri, e qua la mano.Sto con Winston Churchill e il suo paradosso: «La democrazia è il peggiore sistema, esclusi tutti gli altri». Calza a pennello: in teoria, la responsabilità oggettiva dovrebbe scoraggiare i lestofanti. In pratica, non esiste alternativa a quel minimo di etica che ogni sport, per gonfio di quattrini che sia, deve garantire ai propri parrocchiani. Va maneggiata con cautela, ma guai a disarmarne la carne e lo spirito, il prezzo e il valore. Sarebbe la fine dell’inizio (degli ennesimi fioretti), e l’inizio della fine.

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Palazzi, il troppologo

Roberto Beccantini5 giugno 2011

Per capirlo, bisogna cominciare dal plurale del cognome. Palazzi. Il singolare, Palazzo, avrebbe avuto tutto un altro senso, tutto un altro impatto. Meglio così, meglio il plurale. Molti, troppi sono i dossier ai quali deve fare fronte, lui, superprocuratore di una Federazione che per presidente ha un albero (Abete) e per poliziotto di riferimento, appunto degli edifici (Palazzi).

Ricapitolo a beneficio del lettore: i miasmi postumi di Calciopoli 2, non lievi e non marginali visto il livello delle telefonate trascurate; l’esposto della Juventus per la revoca dello scudetto revocato e consegnato, a tavolino, all’Inter; la radiazione pendente sul capo di Luciano Moggi & Antonio Giraudo (non solo loro, ma soprattutto loro) da qualcosa come cinque anni, diconsi cinque; l’inchiesta di Premiopoli, tesa a stabilire, come ha ricordato Fulvio Bianchi sul sito di «la Repubblica», se vi siano state certificazioni o autocertificazioni false a coprire i rimborsi per i «premi di carriera e preparazione» dovuti ai club dilettantistici; buon ultimo, il marcio dell’ennesima Scommessopoli (alla quarta puntata, se non sbaglio, dopo l’edizione del 1980, la replica del 1986 e la coda del 2004).

Ecco: tutto questo «mal» di Dio è nelle mani di un uomo solo al comando: Stefano Palazzi. Non sarebbe il caso di dargli una mano e/o affiancargli qualche spalla, posto che le scadenze della giustizia sportiva devono essere – o almeno dovrebbero – frenetiche, efficaci, immediate? Giro la domanda ad Abete e, per la proprietà transitiva del tentennamento, a Petrucci. Già il dottor Palazzi non risulta un modello di velocità (quando non «sente» l’argomento, peggio per l’argomento); se poi aggiungiamo il castello di decisioni che lo attende, poveri noi.

Il tempo stringe Palazzi, Palazzi stringe il tempo: anche questo, se vogliamo, è un referendum.

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