Sangue blu

Roberto Beccantini15 luglio 2018

E’ stata una finale all’altezza del Mondiale, divertente e feroce. Ha vinto la Francia come nel 1998, quando batté la Croazia in semifinale. Il calcio è questo: confronto di scuole, di stili, di talenti. E di episodi.

Sangue blu. E generali fortunati, tipo Deschamps. Alla Croazia è mancato un Suker; alla Francia, per un’ora, il coraggio. Eppure era lei che conduceva. Dal calcio totale degli anni Settanta ai calci piazzati del Duemila. Autogol di Mandzukic su punizione di Griezmann. Braccio di Perisic e rigore di Griezmann (via Var, protagonista complicato ma vittorioso). In mezzo, il gioiello di Perisic.

Modric, un Modric normale, ordinava e calibrava il pressing. Da una parte, un centrocampo creativo o comunque paesaggistico; dall’altra, gli spigoli di Pogba, Kanté (non il miglior Kanté) e Matuidi. Togliere spazio a Mbappé significa togliere le bombole di ossigeno a un sommozzatore.

I cultori del possesso-palla si coccolavano il diritto morale alla vittoria, i patiti della cucina «à l’italienne» sguainavano il risultato come se fosse una baionetta. Dopo un’ora, l’ansia da rimonta e il peso dei supplementari pregressi hanno chiesto il conto alla squadra di Dalic, il cui torello non produceva ormai che mischie. Mi tengo, di Mosca, il lancio di Pogba a Mbappé. La palla è poi tornata a «casa» ma il bisturi mancino di Paul, fortunoso nell’anestesia del rimpallo, è niente rispetto alla bellezza di quella traiettoria così tagliata, così pettinata. E dire che, fin lì, Pogba era stato più trincea che baionetta.

Il gol di Mbappé e l’omaggio di Lloris al pressing solitario ma cocciuto di Mandzukic hanno suggellato un 4-2 che onora i vincitori e non umilia i vinti. E ribadisce come il calcio rimanga, per fortuna o per sfortuna, un ibrido tra scienza e riffa che lascia tutti Allegri o non allegri.

Il felice paradosso

Roberto Beccantini14 luglio 2018

Non ho capito perché l’Uefa abbia tolto la finale per il terzo posto ai suoi Europei. D’accordo, l’obiettivo è vincere ma se vogliamo mandare un messaggio ai giovani, lo vogliamo mandare?, la medaglia di bronzo non deve essere presa come un contentino. Proprio per questo, evviva la Fifa ed evviva il Belgio di De Bruyne e Hazard (in ordine alfabetico). Il Belgio che in passato rimase senza governo per 541 giorni ed è riuscito comunque a produrre «ministri» del genere.

E così, ancora una volta, i «leoncini» restano ai piedi del podio. Quarti. Come a Bari nel 1990, il Mondiale delle notti magiche. Southgate torna a essere un panciotto e non più un piccolo Harry Potter col panciotto. Già nella fase a gironi aveva vinto il Belgio, 1-0, gol di Januzaj. L’England è scomparsa con la scomparsa del suo uragano, Kane: cinque gol tra Tunisia e Panama, poi il rigore alla Colombia, poi solo polvere. C’erano una volta Alli, Sterling, Rushford, Lingard. Tutti palloncini sgonfiati sul più bello, tra croati e belgi.

n alto i calici, dunque, per il Belgio di Martinez, spagnolo sì ma tutt’altro che devoto al tiki taka. Calcio verticale, il suo, sul filo di contropiede che mi hanno ricordato, per velocità e passaggio del «testimone», le staffette dell’atletica. L’hanno governato i dribbling di Hazard e l’eclettismo tecnico-rambico di De Bruyne, emerso contro il Brasile, disperso contro la Francia, riemerso contro i «maestri».

Nella storia, il Belgio (11 milioni di abitanti, tre lingue) era fermo al quarto posto di Messico ‘86. Lo allenava un raffinato stratega: Guy Thys. Serviva un altro Belgio. Il Belgio che manda i suoi a scuola in Premier e poi ne batte gli inquilini in Nazionale. Un felice paradosso.

E adesso la finale. Il mio pronostico: Francia 51% Croazia 49%.

Un pezzo di storia

Roberto Beccantini11 luglio 2018

Sarebbe stata una finale comunque storica perché inedita, se mai gli inglesi fossero riusciti a passare, ma Francia-Croazia lo sarà ancora di più. La Francia vinse il Mondiale nel 1998, quando lo ospitò, e proprio in quella edizione i croati, freschi di indipendenza, si arrampicarono fino al terzo posto. Era la generazione dei Boban e dei Suker, tanto per fissare dei confini (o dei paragoni, se volete).

Avevo detto Francia, ma avevo detto anche England. Casco sempre sul più convenzionale. A naso, mister Dalic non mi sembra un genio: e forse proprio per questo piace allo spogliatoio. In un mondo così meticcio e così vasto, la Croazia tocca al pelo i 4 milioni di abitanti, non ha sangue africano, non pesca nella Premier. E tra i migliori della rimonta, ebbene sì, due arrivano dalla tanto bistratta serie A: Perisic e Mandzukic. Uno spadaccino e un guerriero. L’interista ha pareggiato la punizione di Trippier, lo juventino ha siglato il sorpasso.

Non c’è stato bisogno del miglior Modric, anche perché, probabilmente, si è visto il peggior Kane. I «leoncini» di Southgate hanno cominciato a perdere perché troppo presto hanno pensato di aver vinto. Sono rimasti a metà del guado, e così il cuore croato li ha ribaltati. Supplementari e rigori con la Danimarca, supplementari e rigori con la Russia, supplementari con l’Inghilterra: se questo non è saper soffrire, saper reagire, ditemi voi cos’è.

Lingard, Alli, Sterling, Rashford, tutti i bebé di Southgate per un motivo o per l’altro si sono via via sgonfiati. E’ un classico dei «maestri» scendere dalla cattedra quando dovrebbero salirci. La Croazia è un francobollo di quella Jugoslavia che battezzammo il Brasile d’Europa. Nella sera in cui è stata soprattutto tedesca, eccola in finale.