In bellezza

Roberto Beccantini23 ottobre 2018

Era una tappa cruciale, come sempre quando si gioca a Old Trafford, e la Juventus non l’ha superata di forza: l’ha superata in bellezza. Un primo tempo di dominio estetico che avrà mandato in brodo di giuggiole persino Sacchi, poi un quarto d’ora di controllo, un po’ di calo e Barzagli al posto di Cuadrado, quasi a voler saldare due territori, due filosofie.

La squadra di Allegri (e Allegri stesso) avrebbero meritato di più, tutti hanno giocato a un buon livello: da Cristiano, che non ha segnato ma fatto segnare, a Bentancur, crollato alla distanza. Non c’erano i pesi massimi, soprattutto Mandzukic e Khedira, cosa che farà dire a molti: visto? In assenza di controprova, ci sta tutto.

E’ stata una Juventus molto tecnica, ad assetto variabile, come affiora dal gol di Dybala, propiziato da Cristiano ala destra e Cuadrado centravanti. Mourinho, lui, ha lasciato la prima mossa – e molte altre e molto campo – ai rivali. Sabato, a Stamford Bridge, aveva bloccato Sarri ma stasera non aveva riserve, non ha fatto cambi, affidandosi alla lotteria degli episodi, riffa che, con il palo di Pogba, stava per per premiarlo.

Il ritorno di Chiellini ha riportato indietro, alla solita ora, le lancette della difesa. Dominante, la Juventus è stata soprattutto a metà campo, là dove José non se l’è sentita di aggiungere «almeno» la ciccia di Herrera. Ho cercato Pogba, che sempre rimpiango, e devo essere sincero: l’ho visto poco, «legno» a parte, sempre con le vie di passaggio ostruite.

Allegri temeva il rambismo del Manchester, ha reagito con il palleggio, con la velocità dell’azione (occhio, però, alle rifiniture). Tre partite, nove punti: e quattro gol del piccolo Sivori. Siamo ancora nella fase a gironi, ma solo chi è stato a Old Trafford sa cosa significa giocarci e lasciarlo così, tra gli applausi.

Bentornati tra noi

Roberto Beccantini20 ottobre 2018

La Juventus è la più forte, in Italia: è giusto dirglielo ed è giusto che, ogni tanto, se lo dica anche lei. Non però, possibilmente, quando i biglietti, prenotati, non sono stati ancora ritirati. Come con il Genoa. Che, tirando non più di due volte, l’ha costretta al primo stop dopo dieci vittorie.

Era il Genoa che Preziosi aveva sottratto a Ballardini e affidato a Juric. Il risultato farà, della mossa, una svolta. Aveva segnato Cristiano, complice un ingorgo Piatek-Radu, Cristiano che aveva colpito anche un palo. Cristiano, l’unico con licenza di caccia: e questo è un limite, non una forza.

Vero, Mandzukic non era lui (no, no: era proprio lui, dirà il partito degli anti), e la dormita di Bonucci e c. sul gol della ditta Kouamé-Bessa è stata omerica. Non c’era Chiellini e Bonucci, ci sia o non ci sia il capitano, patisce terribilmente gli stacchi altrui, da Stepinski a Babacar. Sarebbe il caso di prenderne nota.

Neppure la panchina (Douglas Costa dopo un mese, Dybala, Bernardeschi) ha fornito la scintilla che, di solito, cambiava il panorama. Allegri non è riuscito a impedire che la squadra si dimettesse: avrebbe potuto forse anticipare qualche staffetta, anche se Douglas Costa, un disastro, era entrato sull’uno a zero.

La testa a Old Trafford, là dove Cancelo dovrà misurarsi verosimilmente con il Martial della doppietta a Sarri, non è un’ attenuante. E nemmeno la sosta. Il Genoa ha avuto il merito di restare comunque in partita, persino nel primo tempo, quando rivali meno vanesi l’avrebbero demolito. E dal momento che il destino era in vena, per il pareggio ha scelto Bessa, un centrocampista, e non Piatek, fin qui sempre a segno.

Si chiamano bagni d’umiltà. A meno che lo United di Mourinho, martedì, non decida o ci costringa a chiamarli in un altro modo.

C’è vita

Roberto Beccantini14 ottobre 2018

La Nazionale di confine ha fatto un passo avanti oltre la dogana della diffidenza, dei mondiali visti in tv, dei problemi la cui soluzione, in campionato, affidiamo spesso agli stranieri. L’1-0 di Chorzow vale molto più della salvezza in Nations League. Ha prolungato, sul piano del gioco, il primo tempo di Marassi, contro gli ucraini, e incerotta le statistiche: non si vinceva una partita ufficiale dall’ottobre 2017 (1-0 in Albania), Mancini aveva preso sempre gol.

Non penso che lo zero a zero avrebbe confuso il partito dei prestazionisti, ma di sicuro ai tavoli dei risultatisti qualche tappo sarebbe saltato. Tanto tuonò che non piovve: più o meno. E invece, agli sgoccioli degli sgoccioli, il Biraghi fin lì senza infamia e senza lode ha preso la metà riffa che è il calcio e l’ha calpestata con l’altra metà che è scienza, o arte o giustizia.

Splendido il «passaggio» di Biraghi a capitan Astori. Che poi la spizzata aerea, sull’angolo di Insigne, l’abbia prodotta Lasagna – e non l’Immobile che molti invocavano – bé, questi sono i piccoli episodi che fanno grandi e fortunati i generali. Generali che, come il Mancio, la iella aveva scortato per 93’ meno un corner.

Nel mio piccolo avevo suggerito di giocare come il Portogallo: di tecnica, di palleggio. La Polonia, di una fisicità legnosa persino in Lewandowski, solo a metà ripresa, dopo i cambi, ha azzeccato un paio di contropiede, sventati da Donnarumma o sprecati da Milik. I nostri l’hanno occupata e disarmata fin dall’inizio, come documentano le traverse di Jorginho e Insigne, le parate di Szczesny su Jorginho, Chiellini e Florenzi, i tiri di un Bernardeschi che, sotto porta, deve essere più freddo. Da Verratti al tridentino, la conferma della formazione è stata la chiave. In altri tempi, e con altri centravanti, avremmo vinto tre o quattro a zero. Ma è un limite, questo, che non intacca i meriti.