Sbadigli e artigli

Roberto Beccantini1 ottobre 2019

Dopo la Sbadigliopoli del primo tempo, scossa dallo sparo di Higuain, la Juventus si è vestita più in fretta del Bayer, portandosi via la partita. Già sconfitti in casa dal Lokomotiv, i leverkusiani hanno privilegiato il possesso palla, facendolo schizzare ai livelli dello spread merkeliano, ai tiri in porta: zero. Mi auguro che Sarri non ne sia invidioso…

Scherzi a parte. Partita strana, e facile. Facile, per le differenze di valori che, nella fase a gironi, la Champions ancora si concede. Strana, perché non capita spesso che, per segnare un gol, Cristiano ne sbagli tre. Strana, almeno in parte, perché il migliore in campo è stato Cuadrado, che fu ala, terzino e terzino, chez Madama, tornò con Allegri, un po’ per emergenza e un po’ per convenienza. E curiosa, alla fin fine, perché il raddoppio l’ha siglato Bernardeschi, sdoganato al posto di Ramsey e per metà partita non meno zingaro del cuore cantato da Nada. Trequartista di complemento, ma di fatto? Lo cercavo a svariati indirizzi, ma non lo trovavo mai. Colpa mia (spero).

A livello singolo, meritano una citazione il Pipita (gol e assist) e De Ligt, sempre più a suo agio nel ruolo di stopper (mi è scappato). Altra cosa: sull’1-0, la Juventus non ha tirato i remi in barca, al contrario. E questo può essere un segnale di discontinuità con il passato. Obiezione: comodo, con le aspirine (a proposito: notizie di Havertz, il predestinato?). Sarà. Rimane un atteggiamento che l’ultimo Allegri lasciava alla clemenza della corte, in campo e fuori. Dall’Inter, domenica, ne sapremo di più. E se decidessero i portieri?

Chiudo con l’Atalanta. E’ crollata sul traguardo come Dorando Pietri. Ha perso per aver cercato di vincere: fino all’ultimo. Con i suoi limiti, con le sue risorse. Adesso è dura, per Gasp. Plasmato da Lucescu, lo Shakhtar rappresenta da anni uno dei punti più alti del ceto medio europeo. Si è visto anche stavolta.

Da Henderson a Berisha

Roberto Beccantini28 settembre 2019

Calcio, metà antro di Polifemo e metà laboratorio del destino. Il ricordo fresco fresco di Napoli-Cagliari suggeriva prudenza. E dopo aver visto la papera con la quale Henderson aveva offerto il successo al Liverpool, sono ancora qui che penso a come sarebbe finita, a Sheffield, con Berisha fra i pali (voto 8). Berisha è il portiere della Spal, numero uno in tutti i sensi: almeno oggi. Le sue parate (sei? sette?) hanno tenuto il tabellino entro proporzioni umane.

E’ la prima vittoria della Juventus con due reti di scarto. Niente di che. La Spal, decimata, si è presa i primi tiri, innocenti, e poi ha giocato come sa: aspettando Godot. La Juventus, viceversa, gioca studiando Sarri, e viceversa. Mancavano i terzini, surrogati da Cuadrado (6) e da Matuidi (5,5), addirittura. Che tendeva ad accentrarsi, scoprendo la fascia.

C’era Rabiot (4), più tormento che talento. C’era Ramsey trequartista (6,5). C’era di nuovo Cristiano (6,5), con Dybala (7). C’è stata partita fino al 40’, poi più. E questo, naturalmente, leviga i giudizi, smussa i superlativi, spegne i neon delle metafore.

In attesa del Bayer e dell’Inter, una cosa si può dire, senza sbattere i pugni sul tavolo o alzare la voce: alla ripresa, invece di amministrare il gruzzolo, Madama ha continuato a pressare, a recuperar palla, a invadere l’area ferrarese, con o senza centravanti, rischiando niente (salvo una «bonucciatina» agli sgoccioli).

Il piccolo Omar continua a non segnare, ma ha fatto segnare. E’ Pjanic (7) che non smette: dopo Brescia, un destro di così raffinata coordinazione da meritarsi la coccola di Valdifiori. Mi è piaciuto Khedira (6,5), e persino De Ligt (6,5). Dimenticavo: sono contrario alle staffette tra i portieri, ma i record eccitano Buffon e allora mi ritiro in buon ordine.

Mani in alto

Roberto Beccantini26 settembre 2019

Alla Juventus Conte aveva Buffon, all’Inter ha trovato Handanovic: l’importanza del portiere. Se ritenete l’assunto banale, suonate a casa Klopp, lui che è passato da Karius adl Alisson. Ecco: contro la Lazio – la solita Lazio in bilico tra diminutivi e vezzeggiativi: bravina, raffinatina, completina, fragilina – la mano del capitano è stata più preziosa della mano dell’allenatore. Almeno per un tempo. Dalla zuccata di D’Ambrosio (una volta avremmo scritto: cross del terzino sinistro, Biraghi, gol del terzino destro) allo sgorbio aereo di Correa. Poi è uscita l’Inter, più fisica e organizzata. L’Inter di Barella, un coltellino a serramanico, di Brozovic, dello sherpa Lukaku e di una base difensiva che rimanda agli otto scudetti della Juventus, tutti vinti con la maginot più blindata (e solo due volte, gli anni di Tevez, anche con il miglior attacco).

Inzaghino aveva ricavato più dai sostituiti (Caicedo, soprattutto, e Luis Aberto; tranne Milinkovic-Savic, in versione tacco e suola) che non dai sostituti (il ribelle Immobile in testa, ma pure Lucas Leiva). E allora Inter a punteggio pieno, la Juventus sarriana sempre a due e il Napoli ancelottiano già a sei.

Non posso non parlare della Dea. Ha sbancato l’Olimpico romanista in capo a un braccio di ferro così forsennato che persino la Premier avrebbe applaudito. Con Ilicic e il Papu al fronte, Gasperini si era permesso Zapata in panca. E’ stata la «riserva», con una sassata, a frantumare la vetrina di Fonseca. la cui Roma mica aveva giocato male, soprattutto nel primo tempo: semplicemente, l’Atalanta aveva giocato meglio. Bava alla bocca, marcature in avanti, un eretismo podistico che avrebbe scosso addirittura Brera. E’ non è la prima volta. E non è il primo anno. La risposta, ancora più fiammeggiante della rimonta «fiorentina», al crollo di Zagabria. Bergamo di sopra, e non ci si annoia mai.