Scherzare col fango

Roberto Beccantini9 dicembre 2012

Il ritorno di Antonio Conte ha coinciso con il gol di colui che ne aveva segnato il battesimo in campionato, l’11 settembre 2011: Stephan Lichtsteiner. Il Palermo aveva imprigionato l’Inter, la broccaggine di Matri l’ha tenuto in partita al di là di ogni ragionevole occasione, fino alla rete della guardia svizzera e al doppio giallo (corretto) di Morganella. Da moviola, se mai, un tocco di Pirlo al limite dell’area, spalla o braccio, dentro o fuori?

Conte, dunque. Ha scolpito lo scudetto, non andava in panchina dal 20 maggio (finale di Coppa Italia a Roma, Napoli-Juventus 2-0). Sono felice per il suo rientro, un po’ meno per tutti i «clacson» suonati da radio e televisioni. Come se, nel frattempo, fosse finito in Siberia.

Anche Mourinho non pratica il turnover. Conte gli assomiglia molto, gioco a parte. Tutti diventano prevedibili, se camminano. La Juventus lo è stata a lungo, tra la grandine e il fango di una improbabile domenica palermitana. La squalifica di Giovinco ha privato il loggione di un comodo bersaglio (ma pure la cucina dei rari dribbling in padella). I due pali scheggiati da Vucinic sono stati il tributo che, ogni tanto, il destino impone persino ai suoi cocchi.

Credo che Conte tirerà le orecchie a Bonucci: non ci si tuffa così, davanti al portiere. E pure a Vucinic: o do di petto e assist di tacco o sciali biblici sotto porta. Una via di mezzo, no? Veniva, la Juventus, dalla notte di Donetsk. Il senza voto di Buffon è la fotografia del pomeriggio. I bianconeri, promossi agli ottavi di Champions League, hanno quattro punti in più di un anno fa. Serve altro?

Postilla. Viviano in Roma-Fiorentina, Gillet in Toro-Milan. Non discuto le girandole di Zeman e i progressi di Allegri, ma con portieri così il tiro a segno riesce meglio.

Oplà

Roberto Beccantini5 dicembre 2012

Sembrava uno dei tanti biscotti che sgranocchiamo a fine girone, tra un rigore negato, un palo lambito (da Giovinco) e una svirgolata gialappica (di Alex Teixeira). Lo Shakhtar era già qualificato, alla Juventus serviva un punto. Sembrava. Piano piano, la partita si è consegnata alla squadra più matura. Certo, gli episodi. Dal montante scheggiato da Pirlo alla carambola Kucher-Giovinco, con Lichtsteiner in fuorigioco «a monte», all’auto-palo di Asamoah. Non solo quelli, però: anche una gestione oculata, rispettosa della forze e, sopratutto, dei limiti.

Non c’è stato paragone, rispetto al pareggio dell’andata: a Torino il gioco l’avevano dettato i sambisti di Lucescu che, come tutti i brasiliani, rendono facili le cose difficili e difficili le cose facili. Avete presente Willian? Imbottigliato tra i rivali, si è perso nel traffico.

Mancavano Luiz Adriano e Marchisio, squalificati. La Juventus ha dovuto stanare un serpente: un confronto, cioè, che i cinguettii di armistizio avevano reso viscido, malizioso, sfuggente. L’ha aspettato, l’ha pinzato. Promossa come prima, la Juventus è, oggi, una delle sedici migliori d’Europa. Da Londra a Donetsk è cresciuta molto. D’ora in poi potrà giocarsela con tutti, alla pari, eccezion fatta per Barcellona e Real Madrid.

Ho apprezzato la spinta di Lichtsteiner, gli artigli di Chiellini, la lucida ferocia di Vidal, nonostante il giallo-lampo, le sponde di Vucinic, i tocchi «pane e salame» di Giovinco. Pogba non è Marchisio, si sapeva: sa cosa fare e dove andare, ma non sempre sceglie il sentiero più semplice, più diretto.

Domenica a Palermo, Conte ritroverà una Juventus capolista e negli ottavi di Champions. Vedremo se, per questo, continuerà lo stesso film o ne comincerà un altro: e quale, eventualmente.

Uno per tutti

Roberto Beccantini5 dicembre 2012

Piaccia o non piaccia, tutti assolti tranne Antonio Giraudo. Gli hanno ridotto la pena (dai tre anni inflitti in primo grado, e dai quattri richiesti, a un anno e otto mesi), ma è rimasta l’infamia dell’associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva (Juventus-Udinese, solo quella). Come partecipante, non più in qualità di promotore: di qui lo sconto (!). Il carro accusatorio ha retto (Giraudo più Moggi più Bergamo più Pairetto più Mazzini più De Santis, più eccetera). Dall’appello abbreviato, però, sono scesi tutti i passeggeri meno uno.

Ho sempre pensato a una guerra per bande, a maggior ragione dopo il disvelamento di Calciopoli 2 (le telefonate dell’Inter, gli altri nastri del Milan). Tre sentenze penali (due abbreviate, una ordinaria) e i verdetti sportivi nella loro interezza hanno scardinato la mia tesi. Ne prendo atto.

In attesa delle motivazioni, fatico a orientarmi. Gli arbitri e il loro presidente d’allora, Tullio Lanese, sono usciti indenni uno dopo l’altro. Tiziano Pieri, prosciolto nell’appello odierno, resta aggrappato comunque a Bologna-Juventus, una delle frodi contestate a Moggi sull’altro fronte. Il quale Moggi, a leggere le cinquecento e passa cartelle di Teresa Casoria, ha «cupolato» per sé, e non per la Juventus. Insomma: l’associazione cammina, ma è sempre più magra.

Ripeto: non che tutti i filistei dovessero morire con Sansone-Giraudo, per dare un senso compiuto alla condanna, ma il liberi tutti tranne uno qualche dubbio lo fa venire. Scrivo Calciopoli e non Farsopoli, non credo ai complotti e rispetto i tribunali: la sentenza, però, mi sembra tirata per i capelli, come i quattro mesi di Antonio Conte. Non perché non ne meritasse di più, ma perché non li meritava in base alle spiegazioni offerte dal Tnas. Di appello in appello, quello di Moggi comincerà il 24 maggio 2013. Campa cavillo.