A mani basse, stavolta

Roberto Beccantini15 July 2026Pubblicato in Per sport

Per un tempo, guerra: 7 falli in 10’, Paredes ed Enzo Fernandez a caccia di caviglie randagie, botte e botti, provocanti e bollenti. E l’arbitro americano più bandito che sceriffo. Poi, calcio: finalmente. Un po’ di Inghilterra e, sull’1-0 di Gordon, tanta Argentina, troppa Argentina, solo Argentina. Il 2-1 di Atlanta va persin stretto a Scaloni e alle sue «scalonete», se penso alle parate di Pickford (su Nico, su Enzo), ai due pali di MacAllister.

L’ha orientata Leo Messi, e chi se no?, liberando il destro di Enzo, all’86’, e nutrendo lo stacco di Lautaro Martinez, al 92’. Il Toro interista è nato a Bahia Blanca, culla di Manu Ginobili. Il basket molto lo aiutò a migliorare il «timing» nei salti, nel darci di testa metafora dell’andare a rimbalzo. Martinez era appena entrato. E’ il suo status di precario, ma i gol sono già tre. E questo pesa più della retorica malviviana.

Era il 55’, quando Rogers (da destra) imbeccava Gordon (a sinistra): zampatina e bye bye Molina. Sembrava segnata, la polveriera della storia. Mani de Diòs e barrilete cosmici lacrimavano. Ci ha pensato Tuchel. Un tedesco, mica un labronico. Il domatore dei Leoni. Improvvisamente, incredibilmente. I cambi, i cambi: ha chiuso con un esercito di stopper. Chi c’era: Stones, Guehi. Chi sarebbe entrato: Konsa, Burn. Via Gordon (così impara), via Rice. Con Kane in versione Gatti e Bellingham a pascolare sfinito. In parole povere: Der Catenaccio.

L’ingresso di De Paul al posto di Giuliano Simeone è stato una rampa, piccola ma significativa, a conferma di quanto abbiano inciso le staffette, sublimate dal via-vai tra Tagliafico e Lautaro. Per carità, Scaloni non aveva scelta. Le aveva invece Tuchel: e le ha sbagliate tutte.

Nel ricordo di Diego, 40 anni dopo. Domenica sera nel New Jersey, gran finale: Spagna-Argentina. I campioni d’Europa contro i campioni del Mondo. Yamal, classe 2007. Messi, classe 1987. Ve la do io l’età.

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