Manicomio (senza trattino)

Roberto Beccantini8 agosto 2020

Ma come, Agnelli definisce il nono scudetto «un’impresa» e poi licenzia Maurizio Sarri? Champions ci cova, naturalmente. Perché l’ossessione era e resta quella lì: il «sogno» diventato «obiettivo». Non sono d’accordo, lo sapete. Avrei tenuto «C’era Guevara» e gli avrei disegnato attorno guerriglieri più giovani, più adatti alla sua «Poderosa». Le rivoluzioni costano: non si può pensare di rovesciare la tradizione sporcandosi solo il bavero. Soprattutto in Europa, là dove non sempre ti baciano.

Invece no. Nell’arco di due stagioni, John Elkann e Andrea hanno preso le classifiche e le hanno buttate nel cesso: via Massimiliano Allegri, che di campionati ne aveva vinti addirittura cinque, e via pure il Comandante, al primo, storico hurrà dopo la scapigliatura napoletana e l’Europa League con il Chelsea.

Una mossa banalotta, da padrone delle ferriere. Paga, Sarri, l’importanza smodata e morbosa che diamo agli allenatori. Strapagati, spacciati per maestri e poi, se le cose non vanno come la propaganda millanta, gettati nel cestino. La fa franca, per ora, Fabio Paratici, il cui mercato, molto confuso, non ha certo aiutato il Predicatore.

All’alba dei Novanta, Gigi Maifredi e il suo calcio champagne fecero la fine del Titanic contro l’iceberg di un settimo posto. Oggi, in tutt’altre circostanze e con ben altri esiti, è il turno di Sarri, così elastico e scafato da scendere a patti con Cristiano e gli altri califfi, non così energico e coerente – evidentemente – da sapervi rinunziare. Perché la sponda del fiume è sempre piena di turisti in attesa del cadavere. Perché la Champions è tutto, e le svolte estetiche sono le favole che i giornali raccontano agli adulti per farli addormentare.

L’operazione Marziano è costata un occhio della testa.
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Dov’è la notizia?

Roberto Beccantini7 agosto 2020

Dov’è la notizia? Nelle partite «dirette», fra l’ultima Champions e l’attuale, ha segnato solo Cristiano: sette gol. Tracce di grande giocatore, non di squadra grande. E così la Juventus è fuori, e anche questa non è una notizia. Negli ottavi, non succedeva dai supplementari bavaresi del 2016. Per spiegare «questa» notte, non si può non riandare a «quella» del 26 febbraio, alla vittoria del Lione dopo che Madama gli aveva regalato un’ora. Lo smacco nasce tutto lì.

Gli episodi, certo. Il rigore su Aouar, poi trasformato da Depay, era molto, molto dubbio; e quello dello stesso Depay molto, molto da mani-comio, e nel baratto, di sicuro, ci hanno guadagnato i «violini» di Garcia. Settimo in Francia al momento dello stop, e con una sola gara ufficiale nelle gambe dall’8 marzo, il Lione si è difeso agli ordini di Aouar, un signor centrocampista di 22 anni.

Sarri non poteva inventarsi un’altra Juventus. Ha dato fiducia a Higuain: per carità. Ha rischiato Dybala, nel finale, e Dybala si è rifatto male. La difesa prendeva sempre gol, e un altro l’ha preso. Il centrocampo era lento, timido e non osava lanci ficcanti, smarcanti: perché mai Pjanic e Bentancur avrebbero dovuto trasfigurarsi? Non restava che la carta Cristiano. Ha fatto il possibile e l’impossibile: con l’Atletico bastò, con i francesi no. E in generale: troppi fuorigioco, troppi passaggi indietro e rare emozioni (il numero di Bernardeschi, sì, ma uno solo). In Europa è diverso, Paratici cita spesso i 3.000 giorni da campioni d’Italia, ma l’ultima Champions risale al 1996, e questa è una ferita, profonda, che i cerotti delle finali medicano ma non guariscono.

Perse Supercoppa e Coppa Italia, fuori già agli ottavi, il nono scudetto non può nascondere il fallimento, se vincere divertendo era il messaggio aziendale. Ma Sarri lo terrei comunque: rinfrescherei la rosa. E chiederei scusa ad Allegri.

Alta (e altra) velocità

Roberto Beccantini7 agosto 2020

Al di là della suggestiva coincidenza del trasloco americano, da James Pallotta a Dan Friedkin, tentazione alla quale è difficile resistere, non vorrei che nel vuoto di Duisburg la Roma di Paulo Fonseca avesse pagato, anche, l’allegria canaglia trasmessale, sabato sera, dallo spensierato 3-1 alla primavera-autunno della Juventus. Lo scrivo perché il Siviglia l’ha asfaltata, letteralmente: due gol (di Sergio Reguilon e di Youssef En-Nesyri), un altro annullato per centimetri, due traverse.

Il Siviglia allenato da Julen Lopetegui, il tecnico che, ct della Nazionale, saltò in Russia sulla mina del (passaggio al) Real. E costruito da quel Monchi che, nella capitale, dicono succhiasse plusvalenze come un vampiro il sangue. Non c’è stata partita se non, alla ripresa, per modici e sterili sprazzi. Reguilon si mangiava Bruno Peres; Ever Banega, ex Inter, sembrava Riccardo Muti; Lucas Ocampos puntava e dribblava, folletto imprendibile; Jesus Suso, ex Milan, si buttava, famelico, sugli avanzi.

E la Roma? Non pervenuta: da Pau Lopez, un mezzo disastro, a Nicolò Zaniolo, che troppo ha patito il salto dalla morbida Tiranna dello Stadium agli indiavolati Sioux d’Andalusia, passando attraverso il diversamente acerbo Roger Ibanez e un Gianluca Mancini troppo frustrato per evitare il sadico rosso dell’arbitro, l’olandese Bjorn Kuipers, al 98’. Brutto segno, quando si arrende persino Edin Dzeko.

Era la quarta di Spagna contro la quinta d’Italia. Da come ha giocato il Siviglia, altro che pandemia: non rammento un passaggio ai quarti di Europa League più autoritario, più autorevole. La Roma non ci ha capito niente: e la difesa a tre, che in patria ne aveva corretto ed esaltato gli ultimi chilometri, nulla ha potuto. Chiusa una storia, mister Friedkin si accinge ad aprirne un’altra. Aspettando lo stadio e (i tifosi) mercati meno dolorosi.