Riecco le sartine

Roberto Beccantini2 July 2026

Rieccola, la pregiata Sartoria España. Sin qui, era avanzata a fari spenti, con la calma noiosa di una Penelope moderna che, per sfuggire alla pressione dei Proci (?), non ha neppure bisogno di disfare di notte la tela che tesse di giorno. O viceversa, dato il fuso.

Zero a zero con Capo Verde, 4-0 all’Arabia Saudita, 1-0 agli uruguagi del Loco, un po’ traditore e molto tradito (da Muslera); e, nei sedicesimi, 3-0 all’Austria di uno dei tanti red bluff in circolazione, herr Rangnick. Adelante, con juicio.

Si gioca a Los Angeles e la partita viene subito sequestrata dai campioni d’Europa. Il recupero palla è talmente ossessivo che Sabitzer e il «fu» Alaba non la vedono mai. Poi, in scioltezza, si passa dalle forbici di Cucurella all’uncinetto di Pedri e Rodri, di Dani Olmo e Alex Baena. Con i dribbling di Lamine Yamal a decorare il «totalitarismo» dello smoking.

De la Fuente ha un centravanti, Oyarzabal, che nelle locandine di Hollywood ci finirebbe di rado, ma dai quaderni di chi sa non esce mai. E’ suo, al 36’, il sinistro che, su imbeccata di Cucurella, suggella una dittatura, un dominio, un sequestro: scegliete voi il termine. Fra le parate di A. Schlager, una serie infinita di tocchi e la traversa di Alex Baena.

Hai voglia di aggrapparti ad Arnautovic. Le cucitrici non mollano di un’asola, di un bottone. Il raddoppio giunge al 66’, lungo l’asse Baena-Pedro Porro. Le staffette accompagnano gli ultimi falò, illuminati dalla ciliegiona del «triplete»: ancora Cucurella, ancora Oyarzabal (e sono quattro). Per Unai Simon cento sbadigli, zero reti al passivo e, leggo, il record d’imbattibilità mondiale.

In casi del genere, il confine tra il nulla degli uni e il troppo degli altri porta spesso ad analisi frettolose. E allora, stop: Penelope non ha fretta.

Mondo Kane. E good Luk

Roberto Beccantini1 July 2026

La storia non è settaria (penso al Paraguay). E’ esigente. Il Congo «belva» era in vantaggio dal 7’, rete di Cipenga. Soffriva, ringhiava, mordeva: con un portiere, Mpasi, che l’aveva giurata a Bellingham e a molti altri. Poi, al minuto 42, Mbuku imbeccava Wissa davanti a Pickford. Gol fatto? no: palo scheggiato. E così, niente raddoppio. E così, lassù qualcuno se l’è legata al dito.

Tuchel, più fortunato di Bielsa e Nagelsmann, è un tedesco che allena l’England, mentre Harry Kane è un inglese che gioca tra tedeschi, al Bayern. Ed è stato proprio a Kane che la storia – bisbetica, inviperita – si è rivolta per riportare l’epilogo nella cronaca: non importa se al termine di un canovaccio che Mpasi, Wan-Bissaka, Sadiki avevano tirato per il collo sino al confine dell’impossibile. Certo, anche i cambi. Ma soprattutto «lui». Il capitano. Di testa, su un crossetto di Gordon e poi di destro, da dentro l’area, una sassata alla vetrina delle favole.

Dal calcio degli scienziati al calcio dei signori Differenza: Messi, Haaland (suo il 2-1 della Norvegia alla Costa d’Avorio), Mbappé (sua la doppietta in Francia-Svezia 3-0). Non so voi, ma da allenatore non ne sarei geloso.

Complimenti al Congo, ex Zaire. Ho sorriso pensando a Rino e a Gianni e alla loro filastrocca «Oh bongo, bongo, bongo stare bene solo al Congo non mi muovo no, no. Bingo, bango, bengo, molte scuse ma non vengo, io rimango qui». Oggi, scatenerebbe dibattiti da suburra. Allora, no: per fortuna nostra e per merito loro.

Cos’altro aggiungere, se non un plauso al ct Desabre che si è difeso a catenaccio, sì, ma senza mai buttare via la chiave. Giunto all’86’, il sorpasso ha fissato una sentenza, non una ingiustizia. «Leoncini» agli ottavi, congolesi a casa. Non però come nel 1974, quando le avevano perse tutte rischiando addirittura la pelle. Da 0-1 a 2-1. Mondo Kane.
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Kaputt mundi

Roberto Beccantini30 June 2026

Galeano, Soriano: se non ora, quando? Clamoroso al Cibali, si diceva in Italia. Clamorosissimo a Boston, si dirà d’ora in avanti. Prendete il mondo e rovesciatelo: il piccolo Paraguay fa fuori la magna Germania. Testa di Enciso nel primo tempo, testa di Havertz nel secondo e quindi una lunga processione verso la porta di Orlando Gill, il nuovo Chilavert. Sino ai rigori, vetta che i crucchi, in un Mondiale, avevano sempre scollinato in bellezza.

Stavolta no. Gill ne para due, a Havertz e Woltemade; uno lo sbaglia Tah. La Nazionale di Alfaro sciupa due match-point, con Sanabria (fuori) e Balbuena (bravo Neuer), ma non il terzo, trasformato da Canale. Per i posteri: 1-1 dts, 4-3 dal dischetto. Questa è contabilità bieca, non rende il pathos di una partita brutta, sporca e cattiva, tra chi difendeva un sogno e chi dava la caccia a uno scalpo. Differenza già di per sé sensibile.

Il gol di Tah, annullato al Var per blocco di Anton sul portiere, scatena l’ira funesta dell’isterico Nagelsmann: e per il minuto (105’) e per l’incidenza. Decisione corretta: o comunque non scandalosa. Il possesso palla (75,3% a 24,7%) è una serenata al piattume dei tedeschi. Undav titolare vale la metà della metà di Undav staffettaro. E il Musiala attuale, sguinzagliato alla buon’ora, non vale ancora il Musiala pre-infortunio.

I paraguagi graffiano, mordono, si arrampicano. Alle sortite di contrabbando provvedono Almiron ed Enciso, il resto della ciurma – Caceres e Gomez, Galarza e Alonso – si avventa su qualunque stinco in transito. E poi Gill, classe 2000, una pertica di 1,98. Caro agli dei delle mischie, freddo e reattivo al «tie-break».

Il calcio sa essere romanzo, non semplice diario. E un catenaccio può diventare letteratura. Osvaldo Soriano scrisse del rigore più lungo del mondo. Per una volta, la realtà ha battuto la fantasia: e allora si stampi la realtà.