L’abatino di Certaldo

Roberto Beccantini7 December 2025

Senza centrocampo, il Napoli. Senza centravanti, la Juventus. E questi sono indizi. La prova è ciò che ne deriva. Conte ha trovato un 3-4-2-1 che non sarà l’Apriti Sesamo ma è un’idea. Spalletti è ancora lì che la cerca e si cerca. «Il mio centravanti è lo spazio», diceva il Pep. Salvo sterzare bruscamente sulla ciccia di Haaland. Aggressivi fin dall’avvio, i campioni accarezzano il gol con McTominay, di testa, e passano già al 7’. Garrincha-Neres si mangia Koop, così come si era mangiato Cabal, e crossa per la zampata di Hojlund, in anticipo su Kelly. Fascia sinistra: uhm.

Gli opliti di «Luscianone» dovrebbero governare almeno in mezzo. E invece no. La broccaggine e la paura costituiscono una brutta bestia e Yildiz falso nueve, un falso e basta. Sì, qualche tiro dal limite, ma roba più da rugby che da calcio. ‘O Napule pressa e stressa. Una sgrullata di Di Lorenzo, servito da Lang, impegna strenuamente Di Gregorio, poi «McDomini», sempre di cabeza, sfiora il montante.

Insomma: molto Napoli. Nella ripresa, Spallettone richiama Cabal e sguinzaglia David. L’ordalia s’increspa: David è David – un palo, non un totem – ma Buongiorno e Beukema ci cascano e mollano il turco. Che imbecca McKennie e, da lui imbeccato, pareggia. Improvvisamente. Sembra una Madama meno pavida, o forse sono i dirimpettai calati o calanti.

Altrettanto improvvisamente l’abate di Certaldo toglie chi? Il turco. Per Openda. La Nemesi s’arrabbia di brutto. Ma come? Un tiro un gol e mi piazzate «Stanlio e Ollio»? Parabola di Neres, un po’ meno Garrincha, sponda involontaria di McKennie e zuccata di Hojlund: 2-1. Un classico, da queste parti; e, per la Vecchia, settimo k.o. di fila. Sia chiaro: successo forte, Conte, al di là dello scarto. E quegli spiccioli di Zhegrova, ennesima miccia: perché così tardi?

Quattro a zero: what else?

Roberto Beccantini6 December 2025

Per venti minuti, solo Inter. E che Inter. Un carro armato alla velocità di Max (Verstappen, ocio). Quattro angoli in 120 secondi, Carlos al pelo su Lautaro, Butez provvidenziale su Barella e il Toro a segno, su azionissima del vice Dumfries, quel Luis Henrique oggetto un po’ meno misterioso.

E il Como di Cesc? In balia della mareggiata, con Nico Paz applaudito più per un rammendo (su Thuram) che non per i ricami. Nel governare il centrocampo, Barella, Calhanoglu e Zielinski si prendono qua e là soste mirate. La qual cosa aiuta gli avversari a scuotersi. Ed è in avvio di ripresa che il palleggio di Perrone, Nico e Jesus Rodriguez conquista zolle, semina mine. Douvikas, che aveva sostituito Morata, ormai monumento a sé stesso, si mangia il gol della staffa, imitato da Balde, di crapa, complice un’uscita «farfallosa» di Sommer.

Il ritmo resta croccante, con Chivu e Fabregas impegnati a calibrare nozioni, emozioni e sostituzioni. Più di una rete, nell’attuale campionato, il Como non l’aveva mai presa. C’è sempre una prima volta. Il Rubicone lo varca Thuram, in mischia, da un corner di Dimarco (e non del turco, toh). A rigor di cronaca, proprio nel periodo in cui i rivali stavano dando il massimo.

Pressing contro pressing. Cozzi omerici. Falò di spirito british. Lo scarto impone al Como di sporgersi dal davanzale (e Acerbi sporcherà in extremis una sgrullata di Nico). Non aspetta altro, l’Inter. Va via di slancio e rilancio, e se il capitano spreca, Calha no: fulmina dal limite, dopo tacco di Barella e percussione radente. E neppure Carlos Augusto, panchinaro ennesimo ed emerito, su cross di Dimarco, al secondo assist: 4-0.

Il miglior attacco ha demolito la miglior difesa. Una prova di forza, si scrive in questi casi. Di forza e di gioco, a essere pignoli. E così sia.

Neres (non) per caso

Roberto Beccantini30 November 2025

E’ un campionato alla Buckingham Palace, con tanti di quei cambi della guardia da eccitare persino i «turisti» più golosi. L’ultimo lo determina, con il Milan di Max, il Napoli di «Andonio», vittorioso sulla Roma del Gasp. E all’Olimpico, addirittura. Lo ha deciso un contropiede ficcante, con Hojlund fionda e Neres sasso. Non viceversa.

Due giorni di riposo in più, ‘o Napule. D’accordo. Ma occhio alla mossa di Conte, dopo lo scempio di Bologna e la settimana auto-punitiva: 3-4-2-1 ibrido, con il danesone arretrante, Neres e Lang schizzanti. Caso o no, tre partite tre successi: 3-1 alla Dea, 2-0 al Qarabag e il blitz nella capitale.

Lo chiamavamo «derby del sole». E’ stato brutto, sporco e cattivo. Lo ha vinto chi più ha ringhiato (a uomo, a tutto campo) e chi più ha tirato. Era squalificato, Gasp, ma non ricordo una sua squadra così «lontana» dalla porta come questa Lupa. Dall’impiego a rate di Ferguson, Soulé, Pellegrini, Baldanzi e Dybala non è uscita che una palla-gol al 90’: su genialata dell’Omarino e destro di Baldanzi, sventato brillantemente da Milinkovic-Savic.

Per il resto, solo processioni, solo cortei. Più feroci McTominay e Lobotka, più impacciati i dirimpettai, inclini a palleggiare dalle parti di Rrhamani, Beukema e c. Sino all’episodio-chiave, al triangolo verticale Neres-Hojlund-Neres. All’attimo che vale una notte. Alla ripartenza che spesso frusta la Maggica.

Senza fior di titolari, si temeva che i campioni potessero barcollare. Invece no. Ci ha pensato il Martello. Per l’Ego di Trigoria, quattro sconfitte: e tre con le grandi (0-1 Inter, 0-1 Milan, 0-1 Napoli). Se si spegne Soulé e la Joya c’è e non c’è, visto che quasi mai il centravanti risolve o aiuta a risolverli, i problemi si dilatano. A maggior ragione, se al vampiro che ti morde offri il collo.