Inter vos

Roberto Beccantini13 May 2026

Una passeggiata. Senza offesa per i vincitori (che non vorrei si sentissero mutilati dei meriti) o per i vinti (che non vorrei si sentissero bollati di lassismo). Lazio zero Inter due: dopo il 21° scudetto, ecco la decima Coppa Italia. Doppietta: come Mou nel 2010 (fu triplete, addirittura); come la Juventus «senza allenatore» nel 2015, 2016, 2017 e 2018. Atteso al varco dai tribunali del web, perplessi dalle poche schegge di «parmigiano» che ne avevano accompagnato la gavetta sulla via di Appiano, Chivu suggella trionfalmente la sua prima stagione da aspirante stregone.

Di solito, le finali sono equilibrate: e se non equilibrate, almeno battagliate. Non questa. Troppo forti, gli uni. Troppo pavidi, gli altri. Obiezione dalla piccionaia: Sarri era in tribuna, squalificato. Vero. Ma sabato era al suo posto, in panca. E fu 0-3. Inutile nascondersi tra i cespugli del Covercianese: i campioni prendono possesso del ring sin dall’inzio e, seppure lentamente, cominciano a muovere torri e alfieri. Che poi i gol arrivino da pacchi-regalo, è un dettaglio che non commuove il tabellino. Se sul corner di Dimarco, al 14’, la zuccata di Thuram trova nella sponda di Marusic una elemosina decisiva, il bis di Lautaro, al 35’, appartiene alla ninna-nanna di Nuno Tavares e al pressing di Dumfries, autore dell’assist. Il Reverendo glielo aveva suggerito: attaccalo, attaccalo.

Il resto della notte è un falò da boy scout attorno al quale vegliano laziali un po’ meno imbranati (ma occasioni, una: di Dia, murato da Martinez), e interisti un po’ meno bulimici. Naturalmente, non cambia nulla. A Chivu bastava un’esibizione «normale», a Sarri serviva una partita «mai vista».

Linea, adesso, alla Lega, al Prefetto, al Tar per fissare ‘sti benedetti orari delle sfide Champions, ostaggi di un tennis le cui date erano note da una vita. Li mortacci loro.

Troppe macerie, il cuore non basta

Roberto Beccantini10 May 2026

Se ti ingozzi di risultati, di «non» risultati (de)perisci. E’ il destino di Allegri, che al circo ha sempre preferito il «tirchio». Per paradosso, nonostante il 3-2 dell’Atalanta a San Siro, tra Genoa e Cagliari il «fu» Milan resta padrone della sua sorte, di quel posto in Champions che sin da agosto costituiva l’obiettivo massimo (e Massimiliano).

C’è modo e modo, però. Cinque sconfitte nelle ultime otto giornate: un crollo che più crollo non si può. Cartoline dal Meazza: il popolo che contesta e la curva che si svuota già al 55’; il centravanti che non c’è; Leao che c’è ma è come se non ci fosse (se a Reggio se n’era divorato uno, è Carnesecchi, stavolta, a offrirgli le attenuanti generiche); Modric, l’unica luce, in tribuna. Gimenez titolare, Ricci play e Loftus-Cheek sono le scommesse estreme. Per attaccare, qua e là il Diavolo attacca: ma lo fa al ritmo bolso di «mamma, butta la pasta». E allora: fischi, fischi, fischi.

La Dea è la versione mansueta della belva del Gasp. Ma di una belva, appunto. Subito in vantaggio con Ederson – in mischia, dalla pancia dell’area – poi, alla mezz’ora, il raddoppio. Lo firma Zappacosta, palleggiante (!), su sponda di Krstovic. Il tris lo cala Raspadori, in avvio di ripresa: di sinistro, complice – a monte – l’ennesimo sgorbio di tocco.

Il Feticista cambia per cambiare e, in barba alla morale del Gattopardo, qualcosa cambia. Con l’Atalanta sazia e il Milan all’arrembaggio, pena l’esecuzione di massa, i guanti di Carnesecchi, la traversa di Füllkrug, la cabeza di Pavlovic e il rigore di Nkunku indorano il tabellino, non certo la pillola. Brandelli di cuore, e l’amarcord dei due derby vinti, tra le macerie e la polvere di primavera.

Un cenno, per concludere, al Como indonesiano di Fabregas: prima Europa della storia. Finché c’è gioco c’è speranza.

Toh, un centravanti

Roberto Beccantini9 May 2026

Le tiene in vita tutte, la Juventus. Anche il Lecce. E’ questo uno dei suoi limiti. Non credo che sia colpa di Spalletti: magari lo fosse. Inimmaginabile che dica ai suoi di prendere un caffè o di finire in fuorigioco nei momenti topici.

In chiave Champions, il pari con il Verona rendeva cruciale la trasferta nel Salento. Quindici secondi e gran gol di Vlahovic, un centravanti che segna da centravanti: alla Continassa, quasi un Gronchi Rosa. A seguire: un miracolo di Di Gregorio su Cheddira, smarcato da Banda; il palo di Conceiçao; una «Falconata» sul serbo e, già al 20’, al rock subentra il liscio. Con Madama a cassetta e i rivali a ronzarle attorno. C’è Koop e non Thuram; c’è Vlahovic che spreca il bis, dal limite. C’è una partita. Finirà 0-1.

Manca la ferocia di liquidare la pratica. Manca, perché la squadra un certo calcio lo sa esprimere a certi ritmi, non oltre. Di Francesco, lui, deve attaccare, o almeno provarci, con il peggior attacco del campionato. Banda è il più frizzante. Sa, il Lecce, di avere una spada sul collo: ma il «boia» non la cala.

McKennie è molto dentro, Conceiçao e Yildiz molto esterni (il turco, fin troppo), in attesa che da un loro dribbling sgorghi un’azione all’altezza delle esigenze. Vlahovic si divora un’altra pera (ma è un nove, parbleu!), e saranno i suoi offside a cancellare, via Var, il bis e la rete di Kalulu. La superiorità territoriale della Vecchia assai di rado diventa tirannia, se non nei dispacci legaioli.

Poi ci sono gli errori tecnici: un sacco e una sporta. Poi ci sono i cambi: Holm per Vlahovic, uhm. Cambia pure Difra, e N’dri sfiora un aggancio che avrebbe sabotato la trama, non però le selvagge leggi del West. Boga e Zhegrova,
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