L’altra faccia della luna

Roberto Beccantini6 May 2026

Dallo champagne, le tartine e le aragoste del 5-4 parigino all’1-1 del buffet rissaiolo dell’Allianz Arena. Due partite non più diverse e un verdetto al di sopra di ogni breviario: sarà il Paris, campione uscente, a contendere la Champions all’Arsenal, nella finale del 30 maggio a Budapest.

E’ stata una sfida che la ghigliottina del dentro o fuori ha consegnato a cozzi spasmodici, a pressing randagi. Non potevano cominciare meglio, i blu di Francia. Era il 3’: contropiede magistrale, Kvara-Fabian Ruiz-Kvara, assist per Dembappé. Allons enfants. Piccato, Kompany sguinzagliava le sue legioni, ignaro della «difesona» che Luis Enrique gli avrebbe inflitto. Eppure, in assenza di Hakimi, Zaire-Emery su Luis Diaz sembrava un rischio; e mantenere Nuno Mendes, ammonito già all’8’, su Olise, un azzardo.

Le uscite di Marquinhos a destra e i raddoppi di Fabian Ruiz a sinistra hanno contribuito a trasformare l’arrosto dei due dioscuri bavaresi nel fumo di una notte che ha regalato il possesso agli uni (68% a 32%) e il risultato agli altri. Piano piano, l’ordalia ha assunto connotati precisi: Bayern a masturbare calcio, Paris a cibarsi di barricate e ripartenze. A conferma di un repertorio così assortito da titillare il rispetto del destino (mani-comio di Nuno Mendes al 30’ in odore di giallo-bis).

Non solo. Dal taccuino emergono, più che le parate di Safonov (non più di un paio, su Musiala e Luis Diaz), i tuffi di Neuer: cruciale sul cabezazo di João Neves e, in ordine sparso, su Doué (almeno due volte), Kvara, vicino al raddoppio anche al 79’. Il pareggio di Kane, agli sgoccioli, è stato il giusto premio ai Volonterosi.

Il mio podio comprende Kvara, Marquinhos e Doué. Prezioso, il rientro di Fabian Ruiz. Dei crucchi, mi aspettavo di più da Musiala. Ripeto: gran pigia-pigia per accaparrarsi i piatti più gustosi, qualche rutto, il dolce, l’amaro. E il conto.

Evaristo, scusaci se insistiamo

Roberto Beccantini6 May 2026

In morte di Evaristo Beccalossi, bresciano di culla e dieci di vocazione, non si può non provare la malinconia che accompagna la dipartita di chi guardammo per il gioco e non soltanto attraverso la maglia. Anni Ottanta, anni in cui l’isola dei famosi era (ancora) Sant’Elena e i grandi fratelli erano i fratelli più anziani. L’Inter di Eugenio Bersellini, il sergente di ferro, l’Inter dello scudetto, del Beck, di Spillo Altobelli.

Si è divertito, ci ha divertito. Prima di tutto, ambi-destro e non esclusivamente mancino. La doppietta in un derby (dalla viva voce di Beppe Viola: «Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto»); i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava (da cui l’esilarante monologo di Paolo Rossi); lo «scimmione» che una tifosa inflisse a Enzo Bearzot, all’epifania del Mundial 1982, per non averlo convocato. Perché sì, ossimoro o no, zero presenze in Nazionale. Capito che tempi?

Brescia, Sampdoria, Monza, Barletta, Pordenone, Breno. Ma Inter, soprattutto: dal 1978 al 1984. La fantasia, nello sport, è merce ambigua: ha bisogno di pause (Alberto Cavallari, direttore del «Corriere della Sera», quando pensava in giardino, si faceva negare al telefono) per poter generare i lampi che adescano i superlativi della plebe. Eugenio gli copriva le spalle con Lele Oriali e/o Giampiero Marini. Loro «dovevano»; il Beck «poteva». I boccoli forestali, la lingua madre o matrigna in base ai tackles (e se erano di Beppe Furino, giù moccoli).

Più stilista che stiloso, era uno per il quale valeva la pena di «perdere» i testi, se non proprio la testa. Fu il dottor Divago della sua epoca. L’ultima volta, l’ho visto al cinema Anteo. Era il 26 marzo 2025: un cammeo, con Aldo Serena, in «L’ultima sfida», film di Antonio Silvestre. In un bar di provincia, si parlava di lui. E lui, non una parola, sorrideva sornione.

Aveva 69 anni. Dribblò, e dribblò sempre, e fortissimamente dribblò.

Morsi e ri-morsi

Roberto Beccantini5 May 2026

Non che ne avesse bisogno, ma il 3-3 del City «a» Everton gli aveva permesso di parcheggiare i triboli della Premier per dedicarsi ai sogni di Champions. Non è tutto, non è poco. Arsenal in finale, dunque. Dopo vent’anni. Dopo il 2-1 del Barça a Parigi. L’1-1 del Metropolitano lasciava la sentenza in bilico: l’1-0 dell’Emirates non più.

Ha risolto, al tramonto del 45’, un’azione sviluppatasi attraverso Gyökeres, Trossard (gran lecca), Oblak (gran parata) e Bukayo Saka (tap-in a bruciare Ruggeri). Si sapeva che non sarebbe stata una sfilata. Il calcio è calcio, sempre. Per un tempo, Gunners e Materassai si sono guatati, graffiati, lasciandoci nel dubbio su chi fosse la preda e chi il predatore.

La rete ha stappato il richiamo della foresta. Pressing voraci, speroni roventi, morsi e ri-morsi, senza il Buck di Jack London a dominare, e domare, la scena. I cambi del Cholo – fuori Lookman, Alvarez, Griezmann, al passo d’addio: chapeau, petit diable – rientrano nella lucida follia di chi, al casinò, ha deciso di accettare «o la va o la spacca» come filosofia estrema. Le contromosse di Arteta, aspirante stregone, hanno aiutato la furiosa gestione della notte.

Scritto che Gyökeres e Sørloth si sono mangiati un gol a testa, il risultato premia la squadra che ha fatto la partita che voleva, mentre l’Atletico, non meno irriducibile, ne ha fatta una – soprattutto nella ripresa, costrettovi dalle esigenze – che non ha nelle corde.

Dalle «acque internazionali» in cui ci si è tuffati emergono episodi che, da noi, avrebbero scatenato fior di tonnare (Calafiori su Griezmann in area). Precedenza al tremendismo di Rice, ai rostri di Saliba, alla furia di Koke e M. Llorente.

Imbattuto, l’Arsenal attende l’avversario di Budapest: Bayern o Paris, domani. Il 4-5 del Parco è l’ululato di Buck. Occhio.