Lagoritmo

Roberto Beccantini19 October 2025

Mentre ancora i Ris indagavano sulle tracce della difesa (a quattro? a tre? A quattro, forse), il Como era già avanti. Angolo, schema (sic), cross radente di Nico Paz e, dal lato debole, il piede forte di Kempf. Oplà. Nico, I suppose. Lui, libero d’attacco. Yildiz, deportato a sinistra. E allora, al minuto 79, un attimo dopo l’ingresso di Vlahovic (non, però, al posto di David: «con»), contropiede purissimo, da costa a costa, Paz che si beve Cambiaso e, di sinistro, aggira Di Gregorio: per la cronaca, il migliore della Vecchia. Ventun anni, l’argentino. Quattro assist e quattro reti (sulle nove globali della squadra): però.

Dunque: Como due, Juventus zero. E, in attesa di Mbappé, primo k.o. stagionale dell’Igorone dei cinque pareggi. Fabregas era squalificato, ma la sua mano si vede e il suo piglio si sente. Nel pressing sfacciato, per esempio; in quei ripiegamenti improvvisi, per stanare i turisti di turno. In tribuna, Wenger e Henry, che chez Madama occupò tutti i ruoli tranne il suo. Capita anche ai più scafati (Triade, Ancelotti, eccetera).

La Juventus è questa. Apallica e confusa, non fa più paura da anni, chiunque la alleni. «Floopmeiners» è, da mesi, materia freudiana. David Jonathan ha perso la fionda che, a Lille, sfoderò proprio contro la Juventus di Comolli (Gigli?). Il resto, adesso: piedi sbiruli; Conceiçao sempre giù per terra; Thuram sferragliante da area ad area; e i tiri in porta, rari come i bar nei deserti.

L’aggressività riduce i dubbi: l’ha detto Velasco. Il Como l’ha preso alla lettera. Il Como di Nico ça va sans dire, ma anche di Vojvoda, di Da Cunha, di Kempft, dell’antico Morata, in versione pizzardone. I cambi di Tudor non hanno prodotto svolte. Siamo appena alla settima e il quarto posto della mia griglia scricchiola già drasticamente, al netto del sorpasso bolognese e dell’aggancio comasco. La butto lì: l’anagramma di algoritmo è lagoritmo.

Bonny soit qui mal y pense

Roberto Beccantini18 October 2025

Chi segna fa gol, brontolava Nuccio Parola ai tempi delle partitelle al Combi. Voleva dire: chi segna, ha vinto. E’ l’essenza del calcio, depurata dall’«Ovviomaltina» di noi pennivendoli. Roma-Inter ne è sintesi devota, efficace. Lancio di Barella, lupacchiotti distesi come lenzuola sulla trequarti, non un’anima che bracchi Bonny, il vice Thuram. Era il 6’: 0-1. Sesta vittoria di fila, Champions inclusa. E all’Olimpico giallorosso, nona trasferta senza sconfitte (6 successi e tre pari). Un caso?

Per un tempo, Chivu a cassetta. La rete, le lecche di Mkhitaryan, un diesel, e graffi che avrebbero dovuto essere morsi. Gasp? Da zero a due centravanti (Dovbyk, Ferguson), visto il «tridentino» battesimale – Soulé-Dybala falso nueve-Pellegrini – sistematicamente soffocato e disarmato dalle gabbie nerazzurre.

S’impenna, la sfida, in avvio di ripresa. L’Inter non la chiude, anche perché Svilar mura Dumfries (su lancio di Bastoni, ennesimo contropiede), la Roma potrebbe riaprila: con Dybala due volte, con Celik, con Dovbyk, precettato d’emergenza, l’occasione più grossa (e di testa, addirittura), con Soulé. Senza dimenticare i guanti di Sommer. I cambi rimescolano la trama. Pio si conferma prezioso nei corpo a corpo (e non solo); Mkhita l’armeno scheggia il palo, il 71% di possesso non aiuta la «Maggica». Il titolo recitava: miglior difesa contro miglior attacco. Ha vinto il miglior attacco «con» la miglior difesa. Non è un gioco di parole. Come non lo è, rispetto al passato, il contributo delle punte di riserva.

** Torino-Napoli 1-0 (Simeone). Infortuni, politica del doppio binario, il cuore granata: i campioni hanno pagato tutto in un colpo. Cruciale, naturalmente, il regalo di Gilmour. Ma bravo, bravissimo il Cholito a scartare il pacco con le forbici del dribbling, merce rara. Un palo di Vlasic, toccate e fughe, mischie bollenti e, dal 70’ o giù di lì, un sano catenaccio.
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Però che rischi!

Roberto Beccantini14 October 2025

Fischi in campo (persino all’inno); incidenti fuori; e il sindaco che diserta lo stadio (chi si «ritira», ha sempre torto). Tu quoque, Udine. Nell’antica Grecia, lo sport fermava le guerre. La celebre «tregua olimpica». Oggi, al massimo, «paci sporche». Venendo al futile: Italia-Israele 3-0. A meno che la Norvegia di Haaland non faccia harakiri, siamo ufficialmente ai playoff. Il minimo sindacale. Li giocheremo a marzo, con lo spettro di fallire il terzo Mondiale di fila. Ma anche con la speranza – e l’ambizione, spero – di tornarci (ultima volta, all’edizione brasiliana del 2014).

Nel ricordo dell’incasinatissimo 5-4 di Debrecen, lo scarto risulta, oggettivamente, obeso. Prova ne sia che fino al 74’ il migliore dei nostri era stato il peggiore di Tallinn: Donnarumma. Prima Solomon, sullo 0-0; poi Glouck, sull’1-0: due paratone. In vantaggio, ci aveva portati Retegui, procurandosi e trasformando quel rigorino che, viceversa, aveva sbagliato in Estonia. Quindi: turbolenze assortite, avversari palleggianti, difesa in bilico. Il bis del Chapita, the best, ha spaccato l’ordalia. Gran gol: recupero palla, destro a giro dal limite. Punto e a capo: la Nazionale di Ben Shimon ha mollato. Via libera: Pio mangia-gol, Mancini che fissa di cabeza il tabellino, il mini-popolo che gode.

Dal trasloco dal 4-2-4 al 3-5-2, con Bastoni squalificato, Kean infortunato e Raspadori, per un tempo, più trequartista che punta larga, sono usciti mobili ammaccati, tappezzerie un po’ lise, tavoli zoppi. In sala macchine, Barella e Tonali a sprazzi; più continuo e tranciante, Locatelli. Non un azzurro vivido: questo no. Ma noi siamo decimi nel ranking Fifa e loro settantaseiesimi: la differenza, alla fine, l’hanno fatta i piedi. C’è inoltre una tendenza, consolidata e precisa: Gattuso ha rimesso gli attaccanti al centro del villaggio. Sei reti Retegui, 4 Kean, 2 Raspadori, 1 P. Esposito. Tredici su sedici. Parola d’ordine: calma.