La fede dell’Ecuador, la fedina della Germania. Sull’orlo del precipizio, gli uni; a capo tavola e a pancia piena, gli altri. E’ finita 2-1. Scagli il primo biscotto chi: ammesso che lo sia stato. Certo, quando ci si mettono, i tedeschi non scherzano: a Gijon, nel Mundial del 1982, pur di far fuori l’Algeria fraternizzarono con l’Austria e le inflissero l’1-0 armistiziale e fatale (agli africani).
Nel New Jersey, di fronte 80.000 testimoni (parole e musica di Sandro Ciotti), i lanzichenecchi di Nagelsmann timbrano subito (2’): ma se il sinistro di Sané è chic, la gambona stile Empire di Pavlovic avrebbe dovuto indurre l’arbitressa, Mrs. Penso (ergo sum), ad annullarlo.
I gialli di Beccacece, ct inviso e divisivo, sanno che per cambiare la storia, nulla deve cambiare: e allora sotto con foga, in pressing selvaggio, con tecnica (Hincapié, Angulo, quell’anima attraversata di Moisés Caicedo), con cuore. Già al 9’, Angulo pareggia dal limite. I crucchi aprono l’ombrello, convinti che basti. Trascurano l’energia che, a volte, la disperazione trasmette. Wirtz, Musiala, Havertz trovano zolle intasate, spiragli opachi. Non mordono: graffiano.
Il popolo tifa per i Volonterosi. «Sì se puede, sì se puede». Le staffette dei Mister agitano le onde. E’ tutto un ribollir di tini. Al minuto 77, da un angolo e spizzata, Gonzalo Plata brucia Thiaw e Neuer sul rogo del «mia-tua» e rovescia il destino. L’ingresso di Undav, killer della Costa d’Avorio, appartiene al bagaglio dei rimpianti o dei rimorsi, boh. L’Ecuador vola ai sedicesimi per la gioia della signora Berta. La Germania, che c’era già – e da leader, addirittura – guarda e passa. Ci sono emozioni che tracimano dalle analisi e sommergono i pronostici.
Per fortuna, nessuno è perfetto.