La fede oltre la fedina

Roberto Beccantini26 June 2026

La fede dell’Ecuador, la fedina della Germania. Sull’orlo del precipizio, gli uni; a capo tavola e a pancia piena, gli altri. E’ finita 2-1. Scagli il primo biscotto chi: ammesso che lo sia stato. Certo, quando ci si mettono, i tedeschi non scherzano: a Gijon, nel Mundial del 1982, pur di far fuori l’Algeria fraternizzarono con l’Austria e le inflissero l’1-0 armistiziale e fatale (agli africani).

Nel New Jersey, di fronte 80.000 testimoni (parole e musica di Sandro Ciotti), i lanzichenecchi di Nagelsmann timbrano subito (2’): ma se il sinistro di Sané è chic, la gambona stile Empire di Pavlovic avrebbe dovuto indurre l’arbitressa, Mrs. Penso (ergo sum), ad annullarlo.

I gialli di Beccacece, ct inviso e divisivo, sanno che per cambiare la storia, nulla deve cambiare: e allora sotto con foga, in pressing selvaggio, con tecnica (Hincapié, Angulo, quell’anima attraversata di Moisés Caicedo), con cuore. Già al 9’, Angulo pareggia dal limite. I crucchi aprono l’ombrello, convinti che basti. Trascurano l’energia che, a volte, la disperazione trasmette. Wirtz, Musiala, Havertz trovano zolle intasate, spiragli opachi. Non mordono: graffiano.

Il popolo tifa per i Volonterosi. «Sì se puede, sì se puede». Le staffette dei Mister agitano le onde. E’ tutto un ribollir di tini. Al minuto 77, da un angolo e spizzata, Gonzalo Plata brucia Thiaw e Neuer sul rogo del «mia-tua» e rovescia il destino. L’ingresso di Undav, killer della Costa d’Avorio, appartiene al bagaglio dei rimpianti o dei rimorsi, boh. L’Ecuador vola ai sedicesimi per la gioia della signora Berta. La Germania, che c’era già – e da leader, addirittura – guarda e passa. Ci sono emozioni che tracimano dalle analisi e sommergono i pronostici.

Per fortuna, nessuno è perfetto.

Giubbe rotte, omaggi a Carletto

Roberto Beccantini24 June 2026

In un’orgia di rosso, a Vancouver, la Svizzera si mette in tasca il Canada. L’hanno risolta, in avvio di ripresa, Vargas e Manzambi, un ragazzone del 2005 metà angolano e metà congolese, di corsa e di tocco, con Embolo «armadio» prezioso nell’arredare le fasi d’attacco. Valeva, la sfida, la testa del girone. La Nazionale di Yakin pratica un calcio di una normalità che disturba esclusivamente coloro che già dallo scambio dei gagliardetti presumono di discernere il passato dal futuro (è di Nicola Roggero). Lucchetti di antica ferramenta – Akanji, Eldevi – una coppia di mezzo da quartieri alti, Xhaka-Freuler; e, davanti, gente di dribbling sapido. Più i muscoli montagnosi di Embolo.

Persa l’elettricità di Ismael Koné, le «giubbe» di Marsch vivacchiano, per un’ora abbondante, su idee rare e confuse. Jonathan David «pirla» attorno a Larin: un tiro murato e stop, il suo contributo. Più vicino, decisamente, ai languori juventini che non al Luna park qatariota. Il 2-1 è farina dell’altro David, Promise, al culmine di un ficcante ricamo in velocità. Promise, dalla panchina con onore. Troppo tardi.

** Miami: Scozia-Brasile 0-3 (Vinicius, Vinicius, Cunha). Non sarà più il Brasile di Didì-Vavà-Pelé, ma a furia di spalancargli la porta qua e là ha «rischiato» di sembrarlo. Nel dettaglio: pronti-via e McKenna regala a Rayan la palla che Rayan regala a Vinicius. E uno. Vinicius borseggia Hendry e segna facile, ma il Var trasforma una pedatina in ghigliottina. Cross di Bruno Guimaraes, portiere a farfalle, Vinicius di testa. Addirittura. E due. Nella ripresa, finalmente, un cammeo: da Bruno Guimaraes a Cunha, e tre. Ovazione per Neymar, i cui spiccioli non sono mai «resti». Carletto gongola. Cunha (al posto di Igor Thiago), Rayan (un bel cavallone, per l’infortunato Raphinha), Danilo: fior di cerotti, rispetto alla prima. Povera Scozia: McTominay e né corna né (soprattutto) muse.

La storia col pancione

Roberto Beccantini23 June 2026

Non se ne può più: la storia è sempre lì, con il pancione; ed è sempre lì che, messa incinta da quei peccatori degli episodi, sforna marmocchi che poi chiamerà record. Il primo punto di Curaçao (vi prego: «Curassoo»). I primi punti di Capo Verde e la saga del suo portiere, Vozinha. I 18 gol di Leo Messi, domani 39 anni. Il primo rosso al giocatore che ha salmodiato coprendosi la bocca (il paraguagio Miguel Almiron). I giapponesi che puliscono gli spogliatoi come certi Paesi lavano i soldi. Rafael Leao che entra e timbra.

Mancava Cristiano Ronaldo. Eccolo: l’unico ad aver segnato in sei Mondiali, diconsi sei. Contro il Congo, aveva girato al largo; e le poche palle toccate, attive o passive, le aveva toccate male. «L’autunno del patriarca», scrissi: aggrappato al carro, ma non così saldo come la sua saga avrebbe meritato. Molti, fingendo una pipì improvvisa, erano già scesi. Da Lisbona giungeva l’eco di processi astiosi e morbosi. Ai compagni – testimoni e non ancora indagati – chiedevano se fosse obbligatorio passargli la palla. Se, cioè, avessero ricevuto ordini in tal senso.

Sino a Portogallo-Uzbekistan. Fuori Bernardo, dentro Joao Felix. 5-0 a Houston: doppietta di Cierre. Su cross di Joao Cançelo; su contropiede e assist di Bruno Fernandes. Più, a latere, la punizione «lasciata» (sarà vero?) a Nuno Mendes; l’autorete della ditta Khusanov-Nematov; la chicca di Leao; e, sullo 0-2, lo splendido arcobaleno di Ganiev, dal limite, annullato per fallo a monte (su Cançelo) dopo processione al Var. Sono sincero: avrei pagato perché la ragione avesse torto.

Fabio Cannavaro ha cercato di inculcare rudimenti di calcio «normale», alternando il blocco basso alle migrazioni in velocità. I piedi hanno tracciato differenze insostenibili alla lavagna. Rimangono, come colonna sonora, i vagiti dell’ennesimo «bebè». Che dal 5 febbraio ha 41 anni e gioca prima punta.