Toh, un centravanti

Roberto Beccantini9 May 2026

Le tiene in vita tutte, la Juventus. Anche il Lecce. E’ questo uno dei suoi limiti. Non credo che sia colpa di Spalletti: magari lo fosse. Inimmaginabile che dica ai suoi di prendere un caffè o di finire in fuorigioco nei momenti topici.

In chiave Champions, il pari con il Verona rendeva cruciale la trasferta nel Salento. Quindici secondi e gran gol di Vlahovic, un centravanti che segna da centravanti: alla Continassa, quasi un Gronchi Rosa. A seguire: un miracolo di Di Gregorio su Cheddira, smarcato da Banda; il palo di Conceiçao; una «Falconata» sul serbo e, già al 20’, al rock subentra il liscio. Con Madama a cassetta e i rivali a ronzarle attorno. C’è Koop e non Thuram; c’è Vlahovic che spreca il bis, dal limite. C’è una partita. Finirà 0-1.

Manca la ferocia di liquidare la pratica. Manca, perché la squadra un certo calcio lo sa esprimere a certi ritmi, non oltre. Di Francesco, lui, deve attaccare, o almeno provarci, con il peggior attacco del campionato. Banda è il più frizzante. Sa, il Lecce, di avere una spada sul collo: ma il «boia» non la cala.

McKennie è molto dentro, Conceiçao e Yildiz molto esterni (il turco, fin troppo), in attesa che da un loro dribbling sgorghi un’azione all’altezza delle esigenze. Vlahovic si divora un’altra pera (ma è un nove, parbleu!), e saranno i suoi offside a cancellare, via Var, il bis e la rete di Kalulu. La superiorità territoriale della Vecchia assai di rado diventa tirannia, se non nei dispacci legaioli.

Poi ci sono gli errori tecnici: un sacco e una sporta. Poi ci sono i cambi: Holm per Vlahovic, uhm. Cambia pure Difra, e N’dri sfiora un aggancio che avrebbe sabotato la trama, non però le selvagge leggi del West. Boga e Zhegrova,
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L’altra faccia della luna

Roberto Beccantini6 May 2026

Dallo champagne, le tartine e le aragoste del 5-4 parigino all’1-1 del buffet rissaiolo dell’Allianz Arena. Due partite non più diverse e un verdetto al di sopra di ogni breviario: sarà il Paris, campione uscente, a contendere la Champions all’Arsenal, nella finale del 30 maggio a Budapest.

E’ stata una sfida che la ghigliottina del dentro o fuori ha consegnato a cozzi spasmodici, a pressing randagi. Non potevano cominciare meglio, i blu di Francia. Era il 3’: contropiede magistrale, Kvara-Fabian Ruiz-Kvara, assist per Dembappé. Allons enfants. Piccato, Kompany sguinzagliava le sue legioni, ignaro della «difesona» che Luis Enrique gli avrebbe inflitto. Eppure, in assenza di Hakimi, Zaire-Emery su Luis Diaz sembrava un rischio; e mantenere Nuno Mendes, ammonito già all’8’, su Olise, un azzardo.

Le uscite di Marquinhos a destra e i raddoppi di Fabian Ruiz a sinistra hanno contribuito a trasformare l’arrosto dei due dioscuri bavaresi nel fumo di una notte che ha regalato il possesso agli uni (68% a 32%) e il risultato agli altri. Piano piano, l’ordalia ha assunto connotati precisi: Bayern a masturbare calcio, Paris a cibarsi di barricate e ripartenze. A conferma di un repertorio così assortito da titillare il rispetto del destino (mani-comio di Nuno Mendes al 30’ in odore di giallo-bis).

Non solo. Dal taccuino emergono, più che le parate di Safonov (non più di un paio, su Musiala e Luis Diaz), i tuffi di Neuer: cruciale sul cabezazo di João Neves e, in ordine sparso, su Doué (almeno due volte), Kvara, vicino al raddoppio anche al 79’. Il pareggio di Kane, agli sgoccioli, è stato il giusto premio ai Volonterosi.

Il mio podio comprende Kvara, Marquinhos e Doué. Prezioso, il rientro di Fabian Ruiz. Dei crucchi, mi aspettavo di più da Musiala. Ripeto: gran pigia-pigia per accaparrarsi i piatti più gustosi, qualche rutto, il dolce, l’amaro. E il conto.

Evaristo, scusaci se insistiamo

Roberto Beccantini6 May 2026

In morte di Evaristo Beccalossi, bresciano di culla e dieci di vocazione, non si può non provare la malinconia che accompagna la dipartita di chi guardammo per il gioco e non soltanto attraverso la maglia. Anni Ottanta, anni in cui l’isola dei famosi era (ancora) Sant’Elena e i grandi fratelli erano i fratelli più anziani. L’Inter di Eugenio Bersellini, il sergente di ferro, l’Inter dello scudetto, del Beck, di Spillo Altobelli.

Si è divertito, ci ha divertito. Prima di tutto, ambi-destro e non esclusivamente mancino. La doppietta in un derby (dalla viva voce di Beppe Viola: «Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto»); i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava (da cui l’esilarante monologo di Paolo Rossi); lo «scimmione» che una tifosa inflisse a Enzo Bearzot, all’epifania del Mundial 1982, per non averlo convocato. Perché sì, ossimoro o no, zero presenze in Nazionale. Capito che tempi?

Brescia, Sampdoria, Monza, Barletta, Pordenone, Breno. Ma Inter, soprattutto: dal 1978 al 1984. La fantasia, nello sport, è merce ambigua: ha bisogno di pause (Alberto Cavallari, direttore del «Corriere della Sera», quando pensava in giardino, si faceva negare al telefono) per poter generare i lampi che adescano i superlativi della plebe. Eugenio gli copriva le spalle con Lele Oriali e/o Giampiero Marini. Loro «dovevano»; il Beck «poteva». I boccoli forestali, la lingua madre o matrigna in base ai tackles (e se erano di Beppe Furino, giù moccoli).

Più stilista che stiloso, era uno per il quale valeva la pena di «perdere» i testi, se non proprio la testa. Fu il dottor Divago della sua epoca. L’ultima volta, l’ho visto al cinema Anteo. Era il 26 marzo 2025: un cammeo, con Aldo Serena, in «L’ultima sfida», film di Antonio Silvestre. In un bar di provincia, si parlava di lui. E lui, non una parola, sorrideva sornione.

Aveva 69 anni. Dribblò, e dribblò sempre, e fortissimamente dribblò.