Armistiziopoli

Roberto Beccantini26 April 2026

In attesa di diradare le nebbie di Roccopoli, a vent’anni da Calciopoli, e dopo il 2-2 «amistoso» fra Torino e Inter, la partitissima di San Siro, poco poco «issima», ha sviluppato una trama che solo la ribellione degli episodi avrebbe potuto buttare giù dal letto.

Zero a zero, come all’andata. Là, Tudor versus Allegri: gran parata di Maignan su Gatti e rigore di Pulisic calciato nell’alto dei cieli; qua Allegri versus Spalletti: tiro di Rabiot murato da Di Gregorio, un altro di Conceiçao «pettato» dal portiere, la traversa di Saelemekers e il resto, tutto il resto, una brodaglia da refettorio di certi collegi dall’atmosfera gotica.

Ritmi blandi, squadre bloccate, sprazzi avari. Il Milan del Feticista, con Leao più a sinistra e Pulisic più a destra, aspettava che fossero i «turisti» ad avvicinarsi al pullman. Che, va detto, ogni tanto si muoveva a ruota di pavone (come nel caso del «legno»). Il possesso palla degli spallettiani – 54% a 46% – si esauriva in un attorcigliato torello da sbadigli. Sia con il Portoghesino, il migliore, sia con Yildiz alla fine. Un cozzo aereo con Locatelli toglieva di mezzo la bussola del Diavolo, quel Modric senza il quale, avvicendati Pulisic e Leao, la squadra si chiudeva al limite del proprio fortino.

E’ dura senza centravanti, chiunque «finga» di giocarci. Paura e rispetto, andando a braccetto, preferivano non disturbare il coraggio. Tomori, Gabbia e Pavlovic da una parte, Kalulu, Bremer e Kelly dall’altra vivevano di rendita sullo scalpiccio di Tartari lontani. I dribbling di Boga non erano fiammiferi: erano mozziconi.

Morale: aria di Armistiziopoli, per dirla con il lessico di moda. In tribuna c’era Gullit: cervo che esce di foresta. Difficile che, ai suoi tempi, si russasse in curva.

Da applausi (anche di tristezza)

Roberto Beccantini19 April 2026

Non il caviale e champagne di Manchester City-Arsenal 2-1, naturalmente, ma neppure la brodaglia di Verona-Milan 0-1. Juventus-Bologna 2-0 è stata «una» partita. Per almeno 80 minuti, sino cioè al k.o. di Bernardeschi, coccolato dalle curve, che lasciava gli ospiti in dieci. Già dal primo tempo Madama avrebbe dovuto ricavare – sul piano del gioco, del ritmo e degli episodi – un bottino meno striminzito del gol-lampo di David (sì, lui), di testa su cross di Kalulu. Penso a Conceiçao murato da Ravaglia, alla traversa di Holm, all’occasione sciupata dal canadese. Più varie ed eventuali.

Venivano, gli opliti di Italiano, dallo 0-4 di Birmingham. A naso, il turnover non ha pagato. Un po’ meglio in avvio di ripresa, con un Orsolini non più ammanettato al gesso della linea, ma il raddoppio aereo di Thuram, subentrato a Holm, su parabola di McKennie, fissava confini profondi. Rowe, che impiegherei sempre, entrava solo allora e colpiva un palo. Non era più la Madama in lungo di metà match, capace di ficcanti cambi di settore, tra le catene di destra (Holm, Conceiçao) e di sinistra (Cambiaso, Boga), per tacere dei vai-e-dai di Locatelli e «Casinò Texas». Non era più quella, ma anche in jeans faceva la sua figura.

Se contro il Genoa la sofferenza fu liberata dal rigore parato da Di Gregorio a Martin, questa volta – montante a parte – non c’è stato bisogno di novene. Sono entrati Yildiz, Zhegrova e persino Openda. E David, clamoroso, è uscito tra gli applausi. Se il Bologna era un po’ stanco, e lo era, la manovra avvolgente della Goeba ha contribuito ad accentuarne la fragilità, la timidezza.

Spallettone le ha soffiato geometrie che non tutti i piedi reggono. Ma si sforzano, credendo nel mister, di onorarle. La Juventus pedala a 3 punti dalle seconde e a più 5 sulle quinte. Questa però è cronaca e non storia, storia triste e suggestiva come il toccante ricordo di Manninger, il portiere che sapeva stare al suo posto.

Alla Neuerdeliri

Roberto Beccantini15 April 2026

Robe di questo mondo: di «questo», per fortuna. Bayern-Real 4-3 dopo il 2-1 del Bernabeu. Dunque: crucchi in semifinale, blancos «afuera». Dobbiamo ai portieri se la partita è diventata un vulcano. Erroraccio di Neuer, l’eroe dell’andata, e pennello mancino di Arda Güler. Capocciata di Pavlovic, su corner, con Lunin, il vice Courtois, sposato al gesso della linea.

Fuoco alle polveri. Ancora Arda Güler, su punizione (generosa) e ancora Neuer in ritardo (si riscatterà su Mbappé). Upamecano titilla il destro di Kane (al 50° gol stagionale). Poi, contropiede in scioltezza, da Vinicius a Mbappé, allez: 40°. Il tabellino esonda. La cronaca straripa. Gesti di squisita beltà ed errori di inaudita comicità. Con le difese sull’orlo di una crisi di nervi: il Bayern, per supponenza; il Real, per indigenza.

Attacca al passo, la squadra di Kompany. Mordono come serpenti, gli opliti di Arbeloa. Per esempio: Vinicius scheggia la traversa e si divora un paio di sontuose occasioni; Mbappé flirta con la rete che, probabilmente, avrebbe chiuso il contenzioso. Lunin, lui, sventa su Kimmich e Olise.

L’avanzata in massa dei tedeschi, il catenaccio degli avversari attorno a Militao e Rudiger. E’ la trama di un film che molti di noi hanno visto e rivisto. Sino al minuto chiave: l’87’, sul 2-3. Camavinga aveva sostituito Brahim Diaz. Già ammonito, commette un fallo e, sciocchino, si porta via il pallone. L’arbitro (veni, vidi, Vincic), esageratone, estrae il secondo giallo. Espulso. Per il Bayern, una flebo di benzina: Luis Diaz, fin lì fumo di Baviera, timbra l’aggancio; Olise, con un arcobaleno da applausi, il sorpasso. Addirittura.

Finisce con il Real che dà la caccia all’arbitro. Proprio così: con il Real che dà la caccia all’arbitro (e non con l’arbitro che gli si inchina). «Senza contraddizione non c’è vita», salmodiava Mao Tse Tung. Però mi mancava.