Miami Bell

Roberto Beccantini12 July 2026

Dalla lotteria mondiale dei pesi massimi di Miami non sono usciti né Harry Kane né Erling Haaland. I biglietti vincenti, dopo l’arcobaleno di Schjelderup al 34’, li ha estratti Jude Bellingham. Tuttocampista moderno ed esiziale, se solo il fiato ne sorregge l’eclettismo delle funzioni e la vena delle intuizioni. La sua doppietta fissa il 2-1 dell’Inghilterra a una Norvegia mai doma, mai succube. Se non quando l’avversario la sballottava.

Dicevo di Kane e Haaland: niente «Rumble in the jungle» come a Kinshasa, nel 1974, tra Ali e Foreman. Muscoli randagi, ciccia vagante ai margini dei cozzi, stopper come braccialetti elettronici. Così, è stato «Bell» l’hombre del partido. Il pareggio, al 45’ e rotti, lo sigla da centravanti puro e tecnico, in scivolata, su tocco di Gordon. Il sorpasso lo riserva al 93’, e qui la storia adesca e seduce l’episodio.

Ricordate Nyland? Contro il Brasile aveva accompagnato e protetto la caccia del suo Attila parando tutto a tutti, compreso un rigore a Bruno Guimaraes. Stavolta, invece, è proprio lui, nei supplementari, a mascherarsi da Lammens e a trasformare il tiro di Cubarsì-Rogers nel tap-in di Merino-Bellingham. Sic transit. E’ la vita, è il calcio. E il mestiere del portiere, un’agonia.

L’ordalia rimbalza fra una traversa di Ajer, un gol annullato a Kane (fuorigioco) e uno a Heggem (spintona di Haaland). Tuchel e Solbakken si sono sfidati in un regime di mosse e scosse che hanno portato alla ribalta Bukayo Saka, Rogers e Spence, nonché i «soliti» Bobb e Nusa. Se la regia di Odegaard e Berg offriva spunti, l’uscita di Rice rallentava l’impeto dell’England.

Resta il mistero, alla fine, della panca di Haaland. Problemi fisici, voglio sperare. Quante ne aveva dette, in avvio, a quell’egoista di Sorloth. Vogare tutti insieme non sempre basta. Ma se i Leoni avanzano a criniera in fuori, i Vichinghi escono tra gli applausi. Almeno i miei.

Merino e castigo

Roberto Beccantini10 July 2026

Lasciato il triplice 6-4 di Sinner a Djokovic all’esegesi dei dotti, corro a officiare una doppia funzione: l’estasi di Merino, il tormento di Lammens. Due panchinari. Il Mago di Pamplona, con l’istinto del killer, già fatale al Portogallo del «fu» Cierre: entrato all’84’, timbrò al 91’. Stavolta, dentro all’84’ e a segno all’88’. Due indizi: mi bastano.

Lammens, in compenso, aveva rimpiazzato Courtois, fin lì una quasi saracinesca, al 72’. Il tiro di Cubarsì non sembra letale. Lo diventa, strada facendo, quando i guanti tiepidi del portiere ne offrono il comodo rimbalzo al grilletto del sicario in agguato. La ferocia dell’attimo.

Spagna-Belgio 2-1, dunque. E così, martedì in semifinale, Francia-Spagna. I vice campioni del Mondo contro i campioni d’Europa. Le partite delle sartine sono sempre riassunti delle puntate precedenti: possesso carnale, sgassatine di Yamal, vizio di specchiarsi. Difficile che rubino: al massimo, annoiano.

E il Belgio di Rudi Garcia? Nel cambio Tielemans (infortunato)-De Bruyne non ci ha certo guadagnato. Sotto alla mezz’ora – palla tesa di Pedro Porro, sventola di Dani Olmo, manone di Courtois, zampata di Fabian Ruiz – ha difeso brerianamente la sconfitta sino al 41’, allorché De Ketelaere incornava un cross di Castagne, per un gol tutto made in Dea. E le guardie rosse? Coubarsì sorvolato, Unai Simon passivo.

L’effetto Lukaku non ha funzionato: spallate, non martellate. Più ficcante l’ingresso di Nico Williams. In fin dei conti, il Belgio il dover suo lo aveva compiuto demolendo per 4-1 gli Stati Uniti di Donaldo il fenomeno e Inzerbino. Rimane, sull’erba di Los Angeles, il peso di una sentenza capitale. Al netto del trambusto conclusivo, spento da un’acrobazia di Laporte.

Tirando le somme: Merino è l’opposto di Dorando Pietri. Non crolla, sfinito, sul traguardo semplicemente perché non corre la maratona dall’inizio, ma entra «solo» negli ultimi metri. Fresco come una rosa, a differenza dei rivali: più stanchi e, ogni tanto, più polli.

C’è stata cronaca, non storia

Roberto Beccantini10 July 2026

C’è stato risultato, non partita. Almeno per un’ora, almeno sino a quando non si è arreso Bounou. Il portiere ha difeso le trincee del Marocco come David Crockett difese Alamo. Subito bravo su Mbappé, quindi su Upamecano, ancora sul rigore «messianico» di Kylian – il tiro più facile, forse – su Doué e, agli sgoccioli, sui «cambisti» Barcola e Mateta. Traversa di Digne a parte.

I moschettieri di Didier, cui Koné, Rabiot e Koundé offrivano l’agio di modici ritorni, hanno dominato: letteralmente. La calura di Boston non titillava i garretti. Precedenza ai piedi, alla tecnica. Ouhabi non dispone dell’harem dei bleus e così, senza un paio di pilastri – Riad al centro della difesa, con Mazraoui stopper d’emergenza; Saibari nel cuore dell’attacco – ha optato per il più falso dei falsi nove: cioè, nessuno. Di Maignan fatico a riesumare una parata: ah sì, al minuto 83, una su Ounahi.

Upamecano regalava un paio di corner e Olise trequartista – ma pure diffidato – danzava in punta di bulloni. La Francia procedeva a sciami e il Rocco Marocco non trovava le chiavi per uscire di casa, come aveva fatto con il Canada.

Il possesso è mezzo e non fine. Ma in termini talmente asfissianti diventa cappio. Nel giro di sei minuti, dal 60’ al 66’, la classe ha spaccato l’equilibrio, manco fosse un bicchiere di vetro scagliato a terra. Destro a giro di Mbappé (all’ottavo sigillo: citofonare la Pulce) e destro al corpo di Dembelé. In pratica, due jab. Contro i quali, avremmo vergato nel Novecento, «persino Bounou nulla poté».

Due a zero: avanzano, dunque, i vice campioni del Mondo, alla terza semifinale di fila; esce, abbacchiato e un po’ ridimensionato, il Marocco, quarto in Qatar. L’Africa non c’è più. O meglio: «continua», sparpagliata in quelle Nazionali-nazioni che ne hanno adottato, lucidato e distribuito i talenti.