Perché no: e sono tre. Mondo cane. Niente Russia 2018, niente Qatar 2022, niente Canada-Messico-Usa 2026. Un triplete anche questo. Ci ha eliminati la Bosnia, nel fortino-pollaio di Zenica, dopo che persino il sottoscritto l’aveva preferita al Galles (senza, però, «danzare» davanti alla tv). Hanno deciso i rigori: loro, infallibili (4 su 4); noi, fallibilissimi (e senza più Donnarumma in versione Mandrake, come per 120 minuti).
A casa. Mi spiace per Gattuso, non per Gravina e la sua Camelot. Il destino ha premiato i sogni dei bambini bosniaci, non dei nostri. Capita. Soprattutto se Bastoni, «quello» di Kalulu, si fa cacciare già al 40’ per rosso diretto e corretto, sul lanciato Memic. Ah, la Nemesi. In vantaggio, ci eravamo andati noi, con un bel destro di Kean, abile a sfruttare il regalo di Vasilj, scartato da Barella (che mai avrei tolto).
Non poteva non trasfigurarsi, l’ordalia. Fuori Retegui e dentro Gatti: elementare, Watson. Dzeko e c. si mettevano a ruminare cross su cross, facendo scattare gli anti-furto delle auto in sosta. Era nella ripresa, con i cambi di Barbarez, che entrava in scena Donnarumma (in almeno tre occasioni). Ma dal momento che i dribbling di Bajraktarevic producevano polvere – non sempre da sparo, però – erano gli azzurri, con Kean (clamoroso), Pio, il suo sostituto, Dimarco, Palestra (cambio azzeccato di Ringhio) e ancora Pio (braccia di Vasilj) a sciupare il raddoppio. Il pareggio del panchinaro Tabakovic, in mischia, sembrava fissare un confine. Come l’ingresso del talentuoso Alajbegovic. Invece no. Assedio di qua, catenaccio e contropiede di là . Fino ai supplementari. Fino al tie-break dei penalty. Che lotteria non è: è coraggio, lucidità . E arroganza, ma sì.
C’è chi ha temuto il dischetto per una cintura di Mancini a Dzeko (40 anni, per la cronaca)
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