John, rimembri ancora…

Roberto Beccantini26 December 2025

Con il ritardo colpevole dei terzini che spremeva, non posso non ricordare John Robertson, scomparso il giorno di Natale, non proprio un giorno qualsiasi. Forse perché lui, uno qualsiasi non lo era stato. Aveva 72 anni.

John, rimembri ancora quel tempo della tua carriera mortale, quando beltà splendea nei tuoi dribbling ridenti e fuggitivi… Il crepuscolo degli anni Settanta fu la sua alba. La saga del Nottingham Forest, due Coppe dei Campioni ricavate da uno «scudetto», uno solo, l’epopea di Brian Clough e del fedele Peter Taylor. Non meritavo il dono del destino: essere testimone, per «Tuttosport», delle due finali che lo scozzese decise. La prima, nel 1979, a Monaco di Baviera: 1-0 al Malmoe. Pioveva che Dio la mandava, secondo il lessico ruspante dei sagrestani dell’epoca.

Ecco come descrissi quell’azione: «Il cross di John Robertson fu una pagina di testo. Argomento, la funzione dell’ala. Corse via a chi lo braccava, rasente il fianco sinistro, e con una coordinazione degna del miglior ginnasta alzò un arcobaleno che sorvolò l’area e planò sul palo più lontano, fra i riccioli di Trevor Francis. Palla al centro».

E al Bernabeu, la stagione dopo. Il tabellino recita: 1-0 all’Amburgo di Kevin Keegan, rete di Robertson al 20’. Mancina la parabola in terra bavarese, di destro il dardo di Madrid. Non solo. Dal limite dell’area e, addirittura, da posizione centrale. Ma come? Un’ala o sedicente tale che «entra dentro il campo», triangola con un compagno di merende e scocca la freccia dal cuore e non da un fianco: il tutto, già 45 anni fa. E la scoperta dei piedi invertiti?

Molti si credono inventori e non «cambisti» (perché suona male). Nello sport come nella vita. John, da dovunque ci guarda, starà sorridendo di noi. Sorridendo. Non sghignazzando. E’ diverso. Perché lui diverso era già. «A Beautiful winger».

Azzurro valanga

Roberto Beccantini22 December 2025

Dal Dall’Ara a Riad, da Bologna-Napoli 2-0 del 9 novembre a Napoli-Bologna 2-0 del 22 dicembre sono passati poco più di un mese e molto più di una golosa rivincita. Gli ex «morti» di Conte – riveduti e corretti – hanno preso a pallate gli straripanti ex «vivi» di Italiano, al di là del giorno di riposo ballerino (uno solo? Parevano quattro o cinque).

E così la Supercoppa bacia, con pieno merito, i campioni, la cui destra ha governato con una maggioranza addirittura schiacciante. Neres, Politano, Di Lorenzo: triangoli e coriandoli. Più, come alternativa, la palla lunga a Højlund che, da De Winter a Heggem, di spalle e di tacco ha agevolato le transizioni, le incursioni. Alla sinistra di Spinazzola ed Elmas, giusto le briciole: per quanto non banali.

Il Bologna non è mai stato il Bologna. Lento, prevedibile, sterile, dal pressing persin dolce. Già Elmas si era mangiato un gol, e uno, Ravaglia, lo aveva tolto a Spinazzola, smarcato da Neres, imbeccato dal danesone. Il gol era maturo. Lo ha firmato Neres, con un sinistro liftato dal limite, tra zolle colpevolmente abbandonate. Un «golazo», avrebbe urlato Altafini.

Aperta da tre parate di Ravaglia su Højlund, Rrahmani e ancora Højlund, la ripresa non può che consegnarsi alle manette dei Migliori. Un solo tentativo di evasione: la zuccata di Ferguson sull’unico guizzo dell’Orso. Il destino, permaloso, sceglie il portiere, the best contro l’Inter e pure fin lì, quale strumento del raddoppio: un sciagurata costruzione dal basso coglie impreparato Lucumì e preparatissimo Neres. Cucchiaio e jamme jamme ja. Hombre del partido, il brasiliano. E chi, se no?

Italiano si era arreso da un pezzo. I cambi fanno il solletico alla trama. Il Napoli potrebbe dilagare. Morale: 2-0 al Milan, 2-0 al Bologna. Azzurro valanga.

Di fioretto e di elmetto

Roberto Beccantini20 December 2025

Over the rainbow, oltre lo scarto. Juventus-Roma 2-1 è stata una partita maschia, dai ritmi alticci, che poneva di fronte Spalletti e Gasperini, prestazionisti honoris causa. L’ha vinta, con pieno merito, la squadra che ha creato di più e più spremuto colui che, oggi, è il miglior portiere del campionato: Svilar.

E’ stata serata di pressing efferati, di duelli rusticani (Bremer su Dybala, Mancini su Yildiz), di cozzi e contro-cozzi. Ogni palla persa, un attentato. Assenti di qua (Koop squalificato), assenti di là (Ndicka, Hermoso). L’equilibrio, l’ha sbloccato un taglio di Conceiçao, al 44’, su azione Yildiz-Cambiaso. Un bijou.

Senza centravanti, Gasp: e con la ditta Dybala (falso nueve)-Soulé così ai margini da essere smontata. Sono stati proprio i cambi, a fare i pignoli, ad aver disseppellito un minimo di suspense: Rugani, Baldanzi, Ferguson. Se per un tempo la Lupa poteva rivendicare il possesso palla (quasi mai, però, il possesso episodi), nella ripresa ha rischiato l’osso del collo, spaventata dall’essenzialità verticale degli avversari, e dalla loro velocità (oh yes). Scritto en passant: una lama, il turco.

Il bis di «Ollio» Openda, su cross di Zhegrova e assist di McKennie (dopo l’ennesimo miracolo del portiere), offriva argomenti all’esigenza di un «nove», non importa se forbito o grezzo. Sembrava in controllo, Madama, armonica e ormonica. Il tap-in di Baldanzi, al culmine di un rammendo Wesley-Ferguson, rigava le certezze senza, però, frantumarle. Il palo di Yildiz, da un lancio diagonale di Locatelli, è stato un graffio del destino, sì, ma non un morso. Non ricordo né parate di Di Gregorio, né minacce concrete.

Bologna e Roma sono indizi pesanti. Così come, per l’Ego di Trigoria, le sei sconfitte, quattro delle quali contro le Big. E’ una Juventus dal «casino organizzato» (penso ai sentieri di Cambiaso, alla roulette di «Casinò Texas»), per dirla con il gergo di Fascetti. Come avrebbe chiosato il grande Tosatti: è tutto.