Lautarone

Roberto Beccantini5 April 2026

Dalle ceneri di Zenica ai fuochi di San Siro. Rientra Lautaro e, casualmente, il braccino corto diventa lungo come il naso di Pinocchio. Riecco i muscolacci. E il gioco: 5-2. Arrivederci Roma: dura un tempo, la storia. Dal gol-lampo del capitano, su assist di Thuram, al pari di Mancini, di testa, su cross di Rensch. Attraverso i contropiedi dell’Inter e il pressing alto della Lupa, fra bolge nei vicoli di Svilar e gran parata di Sommer su Malen.

La svolta, al 45’+2. Cioè, agli sgoccioli del primo tempo. Palla a Çalhanoglu. Distanza, una trentina di metri. Nessuno lo disturba. Lavagne alla mano, dovrebbe darla. Invece no: carica il destro, la traiettoria balla in aria, a un certo punto sterza di brutto e confonde il portiere. Ho pensato alle «maledette» di Pirlo, ai «tiri col volante» cari a Nuccio Parola, all’orbita di Haan nel cielo di Zoff, nel ‘78. Ho pensato a tante cose.

Fin lì, Chivu e Gasp (nonostante le assenze) si erano equivalsi. Il Reverendo, a folate, un po’ indietro e un po’ avanti; con Dimarco «tuttocampista» e Bastoni molto sulle sue; l’Ego di Trigoria, cercando da Soulé e Pellegrini munizioni per il Batavo, con Hermoso in appoggio. Dopo, non più. Se l’uscita di Mancini (dentro Ghilardi) devasta la contraerea, l’impatto dell’Inter è travolgente: ancora Lautaro, sempre su tocco di Thuram; poi Thuram e Barella, che non segnavano da una vita.

La rete di Pellegrini modella il tabellino, mentre l’ordalia si consegna a una ridda di occasioni a quasi ogni spiovente. Chivu richiama Lautaro (missione compiuta, a naso) e Bastoni. Tocca a Bonny e c. ricucire il paziente e attenderne il risveglio.

Prima della sosta, la capolista sembrava sulle gambe. E si sentiva assediata, secondo protocollo di Appiano. Un classico. Come un classico, ormai, sono il bilancio del Gasp con le grandi (un disastro) e le sconfitte in generale (già 11). A proposito: Inter 72, Milan 63, Napoli 62. E domani sera, Napoli-Milan. Sorbole.

Ei fu

Roberto Beccantini2 April 2026

Ecco, la musica è finita e «Slavina» si è dimesso. O meglio, ha capito che avrebbe dovuto farlo. Meglio ancora, l’hanno costretto a farlo. In carica dal 2018, campione d’Europa nel 2021, paga – a 72 anni – due bocciature mondiali su tre (non la prima, riconducibile alla ditta Ventura-Tavecchio); un sacco di riforme millantate e tradite; l’uscita sulla gaffe di Arianna Fontana «sciatrice» e degli sport «dilettantistici». Con lui, via Gattuso e via Buffon.

Non è la soluzione dei problemi. E’ un atto. E’ un passo. Adesso il popolo re è nudo: non ha più alibi. Gabriele Gravina non è nostro padre: è nostro figlio. Venne eletto con maggioranza bulgara e i giornalisti – non tutti, per fortuna – lo hanno sopportato, se non addirittura supportato, sino ai rigori di martedì. Ci fosse andata bene, sarebbe ancora lì.

Il 22 giugno sceglieranno il nuovo Capo. Si parla di Abete (c’era una volta) o di Malagò («non» ci sarà mai una volta?). Non dispiace l’idea di un Maldini, di un Baggio, di un Del Piero. Ma a che titolo? Con che potere? Siamo sempre lì. A un ventennio fa. I vivai, la serie A a 18 squadre, il professionismo arbitrale, gli stadi di proprietà: copia e incolla.

Mi piacerebbe che la «cantera» tornasse al calcio di strada caro a Cruijff. Che i bambini venissero tarati per come dribblano e non per come fanno l’elastico. La qualità rimane – o almeno dovrebbe rimanere – la prima bussola. Non mi illudo. Così come credo che il ct sia l’ultimo dei grattacapi. Con il ballottaggio Totti-Del Piero, Lippi vinse il Mondiale. Senza, quattro anni dopo, uscì al primo turno. Girano i ritorni di Conte e/o Mancini. Siamo un Paese che si attorciglia su sé stesso. Vorremmo restare giovani, ma i giovani non li facciamo giocare.

Tre k.o. di fila non sono più un episodio: sono una tendenza. I miracoli riescono a Castel di Sangro, ammesso che fossero miracoli. Adesso, però, cavoli nostri.

Squalo d’aprile

Roberto Beccantini1 April 2026

Sulle ceneri dell’Usa e getta di Zenica – triste, solitario y final – vi invito a un minuto di (ri)creazione. Il 1° aprile del 1946 nasceva a Fusignano, in provincia di Ravenna, Arrigo Sacchi. Oggi, dunque, sono ottanta. Non proprio un «pesce»: uno squalo. Arrigo. Il romagnol pelato dal megafono compulsivo e il lessico abrasivo. Non lo si può giudicare dai numeri. Si commetterebbe un grave errore. Certo, la nebbia di Belgrado. Certo, il braccio di Franco Baresi: quando lo alzava in piazza Duomo, a Milano, era offside fino a piazza Navona, a Roma. Certo, i lampioni di Marsiglia, Silvio Berlusconi e le sue truppe tele-cammellate. Arrigo, però, ha cambiato la «testa» del calcio domestico. Come ha chiosato Lodovico Maradei, penna storica della «Gazzetta»: non l’ha rivoluzionato, l’ha evoluzionato.

E’ stato fiammifero, non legna. Molti allenatori, Antonio Conte incluso, ne hanno adottato e adeguato il catechismo. Che, sia chiaro, è pensiero forte e non unico, come viceversa spacciano i suoi seguaci, i boriosi «fusignanisti», termine coniato da Giuseppe Pistilli. Visto da destra: ha vinto solo uno scudetto. Visto da sinistra: ha vinto due Coppe dei Campioni, due Supercoppe d’Europa, due Coppe Intercontinentali. Ognuno tira l’acqua alle sue lavagne, in bilico morboso tra «come» e «quanto».

Dal ruspante laboratorio di Parma alla sofisticata Nasa di Milanello, l’antipatia per Sacchi non può e non deve banalizzarne l’eresia didattica. Eresia che predicò in tutta la sua profondità maniacale con l’harem di Ruud Gullit, Marco Van Basten e Frank Rijkaard, la scuola di capitan Baresi, Paolo Maldini e Roberto Donadoni. Non in Nazionale. Non a Madrid (sponda Atletico) e tanto meno nei ritorni a San Siro e al Tardini. Quel Milan lì, quello e non altri, il 19 aprile 1989
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