Squalo d’aprile

Roberto Beccantini1 April 2026

Sulle ceneri dell’Usa e getta di Zenica – triste, solitario y final – vi invito a un minuto di (ri)creazione. Il 1° aprile del 1946 nasceva a Fusignano, in provincia di Ravenna, Arrigo Sacchi. Oggi, dunque, sono ottanta. Non proprio un «pesce»: uno squalo. Arrigo. Il romagnol pelato dal megafono compulsivo e il lessico abrasivo. Non lo si può giudicare dai numeri. Si commetterebbe un grave errore. Certo, la nebbia di Belgrado. Certo, il braccio di Franco Baresi: quando lo alzava in piazza Duomo, a Milano, era offside fino a piazza Navona, a Roma. Certo, i lampioni di Marsiglia, Silvio Berlusconi e le sue truppe tele-cammellate. Arrigo, però, ha cambiato la «testa» del calcio domestico. Come ha chiosato Lodovico Maradei, penna storica della «Gazzetta»: non l’ha rivoluzionato, l’ha evoluzionato.

E’ stato fiammifero, non legna. Molti allenatori, Antonio Conte incluso, ne hanno adottato e adeguato il catechismo. Che, sia chiaro, è pensiero forte e non unico, come viceversa spacciano i suoi seguaci, i boriosi «fusignanisti», termine coniato da Giuseppe Pistilli. Visto da destra: ha vinto solo uno scudetto. Visto da sinistra: ha vinto due Coppe dei Campioni, due Supercoppe d’Europa, due Coppe Intercontinentali. Ognuno tira l’acqua alle sue lavagne, in bilico morboso tra «come» e «quanto».

Dal ruspante laboratorio di Parma alla sofisticata Nasa di Milanello, l’antipatia per Sacchi non può e non deve banalizzarne l’eresia didattica. Eresia che predicò in tutta la sua profondità maniacale con l’harem di Ruud Gullit, Marco Van Basten e Frank Rijkaard, la scuola di capitan Baresi, Paolo Maldini e Roberto Donadoni. Non in Nazionale. Non a Madrid (sponda Atletico) e tanto meno nei ritorni a San Siro e al Tardini. Quel Milan lì, quello e non altri, il 19 aprile 1989
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Perché no: e sono tre

Roberto Beccantini1 April 2026

Perché no: e sono tre. Mondo cane. Niente Russia 2018, niente Qatar 2022, niente Canada-Messico-Usa 2026. Un triplete anche questo. Ci ha eliminati la Bosnia, nel fortino-pollaio di Zenica, dopo che persino il sottoscritto l’aveva preferita al Galles (senza, però, «danzare» davanti alla tv). Hanno deciso i rigori: loro, infallibili (4 su 4); noi, fallibilissimi (e senza più Donnarumma in versione Mandrake, come per 120 minuti).

A casa. Mi spiace per Gattuso, non per Gravina e la sua Camelot. Il destino ha premiato i sogni dei bambini bosniaci, non dei nostri. Capita. Soprattutto se Bastoni, «quello» di Kalulu, si fa cacciare già al 40’ per rosso diretto e corretto, sul lanciato Memic. Ah, la Nemesi. In vantaggio, ci eravamo andati noi, con un bel destro di Kean, abile a sfruttare il regalo di Vasilj, scartato da Barella (che mai avrei tolto).

Non poteva non trasfigurarsi, l’ordalia. Fuori Retegui e dentro Gatti: elementare, Watson. Dzeko e c. si mettevano a ruminare cross su cross, facendo scattare gli anti-furto delle auto in sosta. Era nella ripresa, con i cambi di Barbarez, che entrava in scena Donnarumma (in almeno tre occasioni). Ma dal momento che i dribbling di Bajraktarevic producevano polvere – non sempre da sparo, però – erano gli azzurri, con Kean (clamoroso), Pio, il suo sostituto, Dimarco, Palestra (cambio azzeccato di Ringhio) e ancora Pio (braccia di Vasilj) a sciupare il raddoppio. Il pareggio del panchinaro Tabakovic, in mischia, sembrava fissare un confine. Come l’ingresso del talentuoso Alajbegovic. Invece no. Assedio di qua, catenaccio e contropiede di là. Fino ai supplementari. Fino al tie-break dei penalty. Che lotteria non è: è coraggio, lucidità. E arroganza, ma sì.

C’è chi ha temuto il dischetto per una cintura di Mancini a Dzeko (40 anni, per la cronaca)
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Oltre le catene della paura

Roberto Beccantini26 March 2026

Per una cinquantina di minuti la «scimmia» di svedesi e macedoni ci aveva come narcotizzati. Poi Tonali, dal limite; e quindi Kean, di sinistro, su campanile della «gazza». Due a zero all’Irlanda del Nord e più non dimandare: in attesa, almeno, del dentro o fuori di martedì, in Bosnia.

Gli spareggi sono ghigliottine ambulanti: mai fidarsi, anche se a volte – e questa lo era – carnefici e vittime non dovrebbero aver bisogno di analisi garlaschesche. Naturalmente: O risultato! Mio risultato! C’era pressione, c’era una Nazione non tutta pro Nazionale, dal momento che Gravina detto «Slavina» sposta molto, smuove molti. Gattuso, lui, appartiene alla tribù dei tecnici pane e salame. Ci mette il cuore, sempre.

Nella classifica Fifa l’Italia è 12a., l’Irlanda del Nord 71a. In questi casi, è la memoria che sgomita: come gli inglesi gridarono «remember Stalingrad» al guardalinee della finale di Wembley, affinché suggerisse all’arbitro che la palla di Hurst era entrata (obbedì: ma non era entrata), così gli azzurri giocavano zavorrati dal «remember Palermo», dallo 0-1 di Trajkovski al minuto 93’. Per un tempo, Bergamo ha tifato col freno a mano, visto come e quanto Dimarco veniva poco servito, mentre Retegui e Kean si buttavano sulle briciole, poveretti loro, e Politano agitava invano la forchettina mancina.

Noi, 3-5-2. Loro, 5-4-1. Noi, a far la partita (male). Loro, a palleggiare ambigui. Poi, in avvio di ripresa, l’errore di Retegui – su sgorbio avversario – ha scosso lo stagno. Il destro di Tonali (da un blitz di Politano), Pio che sostituisce (e sorpassa) Mateo l’arabo, Kean che bombarda P. Charles e raddoppia.

Un bouquet di angoli a favore, zero pericoli corsi. Si brancolava nel buio. Piatti, cigolanti, timidi. D’improvviso, hanno acceso un fiammifero. E fiat lux. Che, per ora, basta. Mondo, porta pazienza.