Per venti minuti, solo Inter. E che Inter. Un carro armato alla velocità di Max (Verstappen, ocio). Quattro angoli in 120 secondi, Carlos al pelo su Lautaro, Butez provvidenziale su Barella e il Toro a segno, su azionissima del vice Dumfries, quel Luis Henrique oggetto un po’ meno misterioso.
E il Como di Cesc? In balia della mareggiata, con Nico Paz applaudito più per un rammendo (su Thuram) che non per i ricami. Nel governare il centrocampo, Barella, Calhanoglu e Zielinski si prendono qua e là soste mirate. La qual cosa aiuta gli avversari a scuotersi. Ed è in avvio di ripresa che il palleggio di Perrone, Nico e Jesus Rodriguez conquista zolle, semina mine. Douvikas, che aveva sostituito Morata, ormai monumento a sé stesso, si mangia il gol della staffa, imitato da Balde, di crapa, complice un’uscita «farfallosa» di Sommer.
Il ritmo resta croccante, con Chivu e Fabregas impegnati a calibrare nozioni, emozioni e sostituzioni. Più di una rete, nell’attuale campionato, il Como non l’aveva mai presa. C’è sempre una prima volta. Il Rubicone lo varca Thuram, in mischia, da un corner di Dimarco (e non del turco, toh). A rigor di cronaca, proprio nel periodo in cui i rivali stavano dando il massimo.
Pressing contro pressing. Cozzi omerici. Falò di spirito british. Lo scarto impone al Como di sporgersi dal davanzale (e Acerbi sporcherà in extremis una sgrullata di Nico). Non aspetta altro, l’Inter. Va via di slancio e rilancio, e se il capitano spreca, Calha no: fulmina dal limite, dopo tacco di Barella e percussione radente. E neppure Carlos Augusto, panchinaro ennesimo ed emerito, su cross di Dimarco, al secondo assist: 4-0.
Il miglior attacco ha demolito la miglior difesa. Una prova di forza, si scrive in questi casi. Di forza e di gioco, a essere pignoli. E così sia.