Minimiliano

Roberto Beccantini11 April 2026

Povero Diavolo un corno. Peggio, molto peggio: bullizzato a San Siro dall’Udinese: 0-3. In lettere: zero a tre. Runjaic lascia fare ad Allegri quello che non sa (più) fare – una partita d’attacco – e lo rosola in contropiede, spilli che Atta, Zaniolo e soci si passano di mano in mano per bucare i palloncini di Modric (sostituito: questa, poi), di Leao (centravanti per un tempo: come cuore scritto con la q).

D’accordo, la carambola di Bartesaghi sul tiro-cross di Atta sa di sfiga: ma non c’è stata gara, se non nel possesso, o nella lecca di Saelemaekers (già sullo 0-2), sventata da Okoye-più-traversa. Davis ha demolito un palo, Maignan è volato di qua e di là, De Winter fragile e Pavlovic anarchico, Rabiot disperso in Russia: mentre, di là, Zaniolo (voto 7) propizia il gollonzo spacca-equilibrio e il raddoppio, testa morbida di Ekkelenkamp. E Davis è un nove vecchia maniera: bisonte, non cerbiatto.

Gli ingressi dei Füllkrug e dei Loftus-Cheek, l’uscita di Leao sono fischi su fischi. La pera di Atta appartiene all’ennesimo sgorbio e all’ennesima ripartenza (contropiede lo avevo usato prima). Se a Max togli i risultati, ti ritrovi nudo: e non più alla meta. Una sconfitta in 25 gare, i due successi nel derby di cortissimo muso e, in generale, una flessione fisica che, senza Europa di mezzo, chiama in causa tutti e tutto, dal mister e il suo staff al Pulisic che, da dicembre, non la becca più.

Nella mia griglia d’agosto, il Milan figurava al terzo posto, e lì è: c’è modo e modo, però. Ripeto: mai preteso la luna. Ma neppure prestazioni così sconce. La qual cosa, sia chiaro, non può e non deve rigare i meriti dell’Udinese, una squadra di basket che, se le lasci spazio, è capace di offrire brani dello show-time che rese celebri i Lakers di Magic Johnson.

Sul ponte di San Siro sventola bandiera bianca.

Kvara-élysées

Roberto Beccantini8 April 2026

A volte bisogna camminare da soli: il Liverpool non c’è riuscito. Spazzato via, letteralmente, al di là del 2-0 firmato Doué (parabola fortunosa) e Kvaratskhelia (azione strepitosa). Andata dei quarti di Champions: Luis Enrique ha ribadito l’abolizione del ruolo fisso, così caro a Checco Zalone, e trasformato il Paris in un’orchestra all’interno della quale tutti sanno essere (e fare) tutto. Idee, piedi: uno spettacolo.

Lo scarto avrebbe potuto toccare picchi mortificanti, se pensiamo alla mira (e al palo) di Dembélé e alle «mance» lasciate rimbalzando da un tavolo all’altro. E i Reds? Non sono più la Slot-machine del titolo. Come se i milioni del mercato ne avessero spaccato gli equilibri e asciugato le sorgenti. Il Salah «agli arresti domiciliari» è la classica notizia che ormai non va più d’apertura, tanto (e da tanto tempo) gira di broncio in broncio.

Kvara sì, Yamal no. Beati loro, a prescindere. E beati i loro mister. Anche se il Paris ha vinto e il Barcellona perso. Clamorosissimo al Camp Nou: 2-0 per l’Atletico del Cholo, barricadero e simulante a caccia di scintille: le ha trovate, le ha accese. Al 41’, in particolare. Fallo da ultimo uomo di Cubarsì su Giuliano Simeone, prima giallo e poi rosso (corretto). Punizione. Al tiro, Julian Alvarez (scuola Pep). D’improvviso, l’hombre al centro dell’universo. E l’allunaggio alle spalle di Garcia, un’orbita che alla Nasa studieranno a lungo.

In dieci, e già senza Raphinha, gli opliti di Flick si sono buttati sotto. Naturalmente, se ti sporgi rischi. Ma al Barça interessa passare alla storia, e pazienza se un cross di Ruggeri (toh) e una zampata di Sørloth l’hanno spinto in coda alla cassa. A proposito di Sørloth: un bisonte norvegese che Haaland tiene prigioniero. Ma che il sottoscritto «libererebbe» subito. E occhio, Materassai: molto può ancora succedere.

Uber alles (quasi)

Roberto Beccantini7 April 2026

Quando salgono sul ring i pesi massimi, la Champions brilla come un albero di Natale. Era l’andata dei quarti: Real di Madrid 1, Bayern di Monaco 2. Un frullato di emozioni e di occasioni che, a noi trombati di Zenica, è parso un bar nel deserto.

Due scuole a confronto, tanto per cominciare: e questo, già strumento di beltà. Il Real, difesa bassa e palla lunga per Mbappé e Vinicius. Il Bayern, processione-aggressione a pieno organico (spesso). Così per una settantina di minuti.

Cosa non si sono mangiati Upamecano e Gnabry (su sgorbio di Thiago Pitarch) nel primo tempo, Vinicius e Musiala nel secondo. Cosa non ha parato Neuer a 40 anni (su Vinicius, su Mbappé). Migliore in campo con Olise, l’evoluzione dell’ala. Burlone, il destino aveva affidato i timbri a piè di cronaca a due «ombre»: Luis Diaz, su tocco verticale di Gnabry, e Kane, su servizio orizzontale di Olise.

Kompany, locomotiva; Arbeloa, vagone. Sino, almeno, ai cambi: l’ingresso di Bellingham, Brahim Diaz e Militao ha ricucito lo strappo, ha avvicinato le differenze, ha svegliato il fischiante Bernabeu. Al gollonzo di Mbappé non dico che i tedeschi abbiano avuto paura, questo no, ma sfrattati dal cuore del ring si sono guardati attorno sbuffando.

Il Real (di Carreras, anche) ha provato a pescare nella storia. Più Moby Dick ruggiva, più la penna di Melville lo trasformava in un Achab furente. Ma il Bayern ha tenuto. Se sul piano dei tiri il pari non sarebbe stato un insulto (anzi), a livello di gioco – per un’ora abbondante – la supremazia è stata così schiacciante da legittimare la riffa degli episodi (e al netto delle opportunità sciupate agli sgoccioli, in contropiede), con i Blancos arrembanti, per forza, «sin juicio».

Non muore mai, il Madrid, ma in Baviera la vedo dura, molto dura.