Da Dalla a Dallinga

Roberto Beccantini9 November 2025

Da Dalla a Dallinga, da Thiago-Iago a Vincenzo sul cognome del quale non tramonterà mai la metafora: lezioni di Italiano, dizionario di Italiano, un Italiano vero. Morale: Bologna-Napoli 2-0. E fattuale, mica casuale. Di pressing, di forza e di testa, dopo un tempo-lavatrice dal cui oblò si scorgeva un gran ribollir di tackle.

Già all’8’, per la cronaca, ‘o Bologna aveva perso Skorupski: flessori. Dentro il terzo portiere, Pessina Massimo di anni 17. La logica, feroce, invitava Hojlund, McTominay e Politano a tirare, o «entrare», da ogni posizione. Invece niente. Respinti a pesci in faccia. Quindi, la mossa: fuori il dolorante Rowe e largo a Cambiaghi. Un’ala. Suo il cross da destra, al 55’, per il piedino di Dallinga, con Milinkovic meno Savic che dal dischetto. E del terzino Holm, al 66’, il cross aereo, da destra, per lo stacco di Nettuno-Lucumì. In mezzo, Hojlund che rischia grosso su Ferguson, Lang e Neres che entrano e «assistono», il baby Pessina che scarta, goloso, le caramelle di innocenti traversoni.

Assenti di qua, assenti di là. Conte Dracula ha fatto la figura della crocerossina, a conferma – perdonatemi – che se vengono a mancare «certi» piedi, «certe mani» (di scienziati o sedicenti tali) si avvertono un po’ meno. Italiano, al contrario, sembra la nemesi della mia opinione, ma proprio questo è il bello del calcio, liquido o solido in base alle dottrine e alle tessere.

Champions ed Europa League avevano succhiato energie a entrambi: dunque, zero alibi. Per i campioni è la terza sconfitta. Lukaku non c’è da agosto, McTominay non è più «McDomini», l’attacco non segna. Il Bologna è una simil Atalanta che ti prende alla gola e sfida a braccio di ferro: vinca il migliore. L’estasi del Dall’Ara e le coccole del Martello salentino al «Fiorentin fuggiasco» varrebbero più di un trattato, figuriamoci delle mie righe.
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Fantasia grisaglia

Roberto Beccantini8 November 2025

Un derby in grisaglia, noiosetto, con lo 0-0, stesso risultato di Lecce-Verona e Como-Cagliari (inchieste, inchieste), a fotografare la sterilità del dominio juventino, la paratona di Di Gregorio su Adams, la striscia di Paleari su Thuram, Conceiçao, David, McKennie.

A certi livelli, per l’ultimo step, bisogna limare le rifiniture, gli ultimi passaggi, quei dribbling che, come macheti, spaccano le foreste (e la selva di Coco, Maripan e Ismajli lo era, per qualità e quantità). Siamo alle solite: la Juventus non è più la carovana di fantasia che era, recupera palla in fretta (o più in fretta), arriva al limite delle Fortezze Bastiani con lodevole nitore, ma poi, uhm, ecco… E gli allenatori non sono mica Einstein. Se un piede senza idee può ribellarsi, un’idea senza piede, al massimo, si consegna alle autorità.

Il Toro, con Colucci al posto di Baroni, squalificato, ha fatto la sua partita: catenaccio per metà gara, un ventello da «ma sì, proviamoci», suggellato dagli alleggerimenti di Asllani e da un paio di transizioni infìde, e poi di nuovo indietro: una spugna, un muro.

Positivi gli ingressi di Adams e dell’albanese, così come l’innesto di Zhegrova, le bollicine sostitutive della spuma del Portoghesino. Vlahovic ha trovato pane per i suoi brontolii, David è David e Openda, Openda. Su Yildiz, cosa aggiungere? Sulla fascia, mi sembra uno spreco. E’ cresciuto, ma la gabbia granata gli ha ridotto drasticamente spazi e feritoie, ovunque.

Koop sempre lì, terzino-centrale. Spalletti ci ha preso gusto. I ritmi quasi mai sono stati salgariani, neppure nei periodi di pressione più ossessiva. Il martedì di Champions non poteva non lasciare tracce. Dal tabellino emerge un ammonito solo: Asllani. Segno che i protagonisti hanno dato una mano all’arbitro. Cosa che manderà in bestia i Roberspierre dei loggioni. Solo loro, però.
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Et la main dans la main…

Roberto Beccantini5 November 2025

Mani-comi aperti anche in Champions, mica solo da noi.

L’Atalanta passa con merito a Marsiglia tra i nervi tesi, tesissimi, di Lookman, Juric e De Zerbi. Il Vélodrome non sarà mai un paradiso, ma non è stato neppure l’inferno che la propaganda spesso millanta. Ribatte colpo su colpo, la Dea; e, subito in avvio, Krstovic si procura un rigore che Rulli para a De Ketelaere. Più verticali, i bergamaschi; più fraseggianti, i rivali. In generale: la fragranza del calcio normale.

Carnesecchi è sul pezzo, sempre. Nella ripresa, un gol di Lookman viene annullato per offside «pregresso» di Krstovic. La «lotteria» delle staffette premia le fiches del pirata croato. Nell’uscire, sostituito da Musah, uno sherpa, Lookman manda a quel paese il mister, ricambiato (a naso). Dopodiché, fuori De Ketelaere e dentro Samardzic. Siamo, così, all’episodio padre e alla scena madre. Minuto 89: nella sua area, Ederson controlla una palletta vagante di piede e poi, con il braccio (larghetto, uhm), se la aggiusta. L’arena ulula, sinistra. Allons enfants. Samardzic è un «dieci» strambo, capace di molto o di niente. Di molto, stavolta: sinistro pettinato da lontano, con orbita da Apollo 11.

Non basta, al Marsiglia decimato, un Greenwood regale. De Zerbi offre il tablet all’arbitro (Sanchez, spagnolo) e schiuma di rabbia. Nel dettaglio, ha ragione; sul resto, no. Ma siamo sempre lì: conta più il testo o il contesto? Mi raccomando: non scannatevi.

** Inter-Kairat Almaty 2-1 (Martinez, Ofri Arad, Carlos Augusto). In attesa delle grandi (Atletico, Liverpool, Arsenal, Borussia), 4 su 4 con le piccole. E pazienza se la meno gloriosa. Un po’ di tiro a segno in avvio, il loro portiere che si esalta, il gol che sazia, la concentrazione che si spegne (pure una traversa, i kazaki) e frate Chivu che si flagella. Colpa mia. Un signore.