«Fiuaooo»

Roberto Beccantini29 June 2026

Per un tempo, il Brasile gioca come un turista a Copacabana: in infradito, palleggiando lento, tra nuvole di bikini che, soprattutto da quelle parti, fanno «intensità». Sul fronte opposto, Moriyasu non è Yamamoto e il gol di Sano – in contropiede, dopo un tocco fratricida di Danilo e un mezzo pisolo di Alisson – non è Pearl Harbor. La storia si nasconde, si mescola.

Sin lì, non pervenuti Rayan e Vinicius. E Casemiro, in mezzo, né fionda né sasso. Urge una sfuriata. Serve un intervallo da Far west. Non sarà la «seleçao» dei cinque numeri dieci – Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelé, Rivelino – ma l’ammiraglio Ancelotti gode di una flotta che il Giappone manco lontanamente avvicina. E così: fuori Paquetà (ombra su ombra), dentro Endrick, 4-2-4 e un po’ più di samba, un po’ più di casino. Al diavolo l’atavica tendenza al suicidio.

Suzuki sventa su Bruno Guimaraes (the best), Tomiyasu mura Casemiro che, trasfigurato, pareggia di testa su cross di Gabriel. A proposito: quanti cross, o Brasil, i cui alluci hanno sempre privilegiato madre terra. Rayan e Vinicius, ali e non più pali, ancheggiano festosi. E’ il 58’, quando Vinicius va via di tunnel, poi di dribbling, quindi ancora di dribbling e, di esterno destro, scuote il montante. Profumo di lavanda, non puzza di lavagna. Erezione, non semplice emozione.

I samurai (ri)puliscono tutto, dagli spogliatoi all’area di rigore. Resistono e soffrono con lo stoicismo di coloro che sanno la fine che faranno, e proprio per questo non la temono. Fuor di metafora: catenaccio e arigatò.

Il destino di Houston si compie al 96’, attraverso l’ennesimo staffettista di «Carlao»: Martinelli, imbeccato dal radar di Bruno Guimaraes. Due a uno, dunque, a un pelo dai supplementari. E bravo il nostro Mariani. «Chi vince festeggia, chi perde spiega»: sarebbe di Velasco, non di un infermiere labronico. A proposito: come si dice fiuuuu in portoghese. Fiuaooo?

Finalmente

Roberto Beccantini28 June 2026

Finalmente. L’eliminazione diretta sta alla fase a gironi come l’urlo «Terra! Terra!» alla navigazione delle tre caravelle. Con i sedicesimi, il Mondiale entra in modalità O la va o la spacca. Addio calcoli, ciao biscotti. Toccava a Los Angeles, il «film» del battesimo. Sud Africa-Canada. I Bafana Bafana contro le Giubbe rosse. Continenti e incontinenti.

Non certo una pellicola da suggerire agli amici. Ma una partita «vera», povera di piedi e straripante di cuori, dal desco ambiguo, senza guizzi dei cuochi e senza dribbling dei commensali. Ha vinto, con merito, il Canada: 1-0, lecca di Eustáquio al 92’. Con merito, se dal taccuino si raccolgono i due salvataggi sulla linea (di Modiba e Mbokazi) e un sinistro del David juventino murato da Williams. A proposito: il ct Marsch ha chiuso con due David (Jonathan, Promise) e un Davies (Alphonso). Reduce, quest’ultimo, da infortuni troppo seri perché potesse tornare subito l’esplosivo detonatore del Bayern. Quanto a «JD», assomiglia sempre meno a una prima punta e sempre più a una punta d’appoggio, dalle frequenze del bandolero stanco.

Ecco qua il mio borsino:

Brasile 60% Giappone 40%

Germania 70% Paraguay 30%

Olanda 51% Marocco 49%

Costa d’Avorio 45% Norvegia 55%

Francia 60% Svezia 40%

Inghilterra 80% Repubblica democratica del Congo 20%

Belgio 55% Senegal 45%

Messico 51% Ecuador 49%

Spagna 60% Austria 40%

Stati Uniti 70% Bosnia e Erzegovina 30%

Australia 45% Egitto 55%
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Très facile

Roberto Beccantini26 June 2026

A differenza del già qualificato Bearzot, che nel ‘78, contro l’Argentina, non aveva risparmiato i titolari, salvo ritrovarseli un po’ spremuti con l’Olanda, il già qualificato Solbakken ha demolito la tipo, Haaland incluso, e sbandierato le riserve. Stéphan no: con Deschamps volato al funerale della mamma, le consegne erano chiare. I migliori.

In attesa che la storia si esprima, si è espressa la cronaca: Norvegia uno, Francia quattro. Mbappé, una traversa e due assist; Dembélé, mai raddoppiato, tre gol: destro, sinistro, sinistro. Nel dettaglio tattico: palla al piede, caviale e champagne. Senza i riflessi di Selvik, chissà quanti sarebbero stati. Palla agli altri: i soliti ruttini al momento del caffè corretto, certificati dalla libertà concessa ad Aasgaard – quando ancora metà squadra stava onorando il cooling break – dal rigore di Theo su Bobb e murato da Maignan a Strand Larsen, dalla gran parata di Maignan su Bobb, classe 2003, il motorino dei fiordi.

E’ stata divertente, come tutte le amichevoli giocate da scapoli nobili e ammogliati acerbi. C’era, in palio, il primo posto del girone. Obiettivo sacrificato, dal «viking row», in funzione della sostenibilità energetica. Per un tempo, stelle filanti e la folla di Boston in brodo di giuggiole. Poi, alla distanza, gente che va gente che viene, ritmi non più elettrici e, giusto al 94′, la ciliegina di Doué, di testa, su cross al bacio di Barcola, emerso dalla panca.

Lo spazio offerto a «Dembappé» mi ha fatto venire in mente un aneddoto risalente a un’edizione vintage di Sampdoria-Milan. L’allenatore dei doriani era Fulvio Bernardini. Rivera cantò e incantò. Un cronista, negli spogliatoi, lo rinfacciò bruscamente al dottor Pedata. Fuffo lo fissò. Sorrise: «E bravo, lo vedo due volte all’anno e lo faccio pure marcare».