Per un tempo, il Brasile gioca come un turista a Copacabana: in infradito, palleggiando lento, tra nuvole di bikini che, soprattutto da quelle parti, fanno «intensità ». Sul fronte opposto, Moriyasu non è Yamamoto e il gol di Sano – in contropiede, dopo un tocco fratricida di Danilo e un mezzo pisolo di Alisson – non è Pearl Harbor. La storia si nasconde, si mescola.
Sin lì, non pervenuti Rayan e Vinicius. E Casemiro, in mezzo, né fionda né sasso. Urge una sfuriata. Serve un intervallo da Far west. Non sarà la «seleçao» dei cinque numeri dieci – Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelé, Rivelino – ma l’ammiraglio Ancelotti gode di una flotta che il Giappone manco lontanamente avvicina. E così: fuori Paquetà (ombra su ombra), dentro Endrick, 4-2-4 e un po’ più di samba, un po’ più di casino. Al diavolo l’atavica tendenza al suicidio.
Suzuki sventa su Bruno Guimaraes (the best), Tomiyasu mura Casemiro che, trasfigurato, pareggia di testa su cross di Gabriel. A proposito: quanti cross, o Brasil, i cui alluci hanno sempre privilegiato madre terra. Rayan e Vinicius, ali e non più pali, ancheggiano festosi. E’ il 58’, quando Vinicius va via di tunnel, poi di dribbling, quindi ancora di dribbling e, di esterno destro, scuote il montante. Profumo di lavanda, non puzza di lavagna. Erezione, non semplice emozione.
I samurai (ri)puliscono tutto, dagli spogliatoi all’area di rigore. Resistono e soffrono con lo stoicismo di coloro che sanno la fine che faranno, e proprio per questo non la temono. Fuor di metafora: catenaccio e arigatò.
Il destino di Houston si compie al 96’, attraverso l’ennesimo staffettista di «Carlao»: Martinelli, imbeccato dal radar di Bruno Guimaraes. Due a uno, dunque, a un pelo dai supplementari. E bravo il nostro Mariani. «Chi vince festeggia, chi perde spiega»: sarebbe di Velasco, non di un infermiere labronico. A proposito: come si dice fiuuuu in portoghese. Fiuaooo?