Dribblo e chiudo

Roberto Beccantini20 July 2026

Di Kevin Keegan il ricordo più nitido risale a Inghilterra-Italia 2-0 del 16 novembre 1977. Qualificazioni mondiali. Wembley, quello vecchio, là dove Long John Chinaglia e Fabio Capello avevano liberato camerieri e pizzaioli dalle manette dei perfidi tabloid.

Dunque. I ct erano Ron Greenwood ed Enzo Bearzot. All’andata, a Roma, 2-0 per noi: punizione di Giancarlo Antognoni e cabezazo di Roberto Bettega. Succede che il «Vecio» parte con Renato Zaccarelli su Kevin e costui, già all’11’, timbra. Di testa, addirittura, Uhm. Dalla panca capiscono e urlano a Marco (Tardelli): vacci tu. E Zac passa a «miglior» sera. Numero sette, una foresta nera e ben pettinata, il dribbling per sfidare e non per scansare. Con Tardelli sarebbe stata lotta continua, sino all’assist, aristocratico, per il raddoppio di Trevor Brooking.

Keegan ci ha lasciato a 75 anni. Stella filante del Liverpool, con il quale inaugurò la suite aziendale di Coppa dei Campioni (1977: 3-1 al Borussia Moenchengladbach), esule ad Amburgo e sempre in prima linea. Due volte pallone d’oro. Lo rammento al Bernabeu, sconfitto dal Nottingham Forest di Brian Clough nella finale della Coppa dei Campioni 1980. La decise un destro del «mancino» John Robertson. Lui? Partecipò, decoubertianamente.

Allenatore, portò il Newcastle in Premier e perse uno «scudetto» che ormai aveva in pugno, facendosi recuperare 12 punti dal Manchester United di Alex Ferguson. E’ stato anche commissario della Nazionale. Ma è il giocatore che rimarrà nella storia e nella memoria. Numero «sette», 1 metro e 73 di passi brevi, di tocchi serpenteschi, ala e/o punta larga, dai fulmini a ciel sereno (quando, cioè, la partita ristagnava).

Disertava le abbuffate di schemi per cibarsi di «attimi», alla Jim Morrison. Spuntava e puntava. Re di Anfield, quando la Kop puzzava di chanel e profumava di piscio. Bei tempi.

Scacco al Re

Roberto Beccantini20 July 2026

Con pieno merito, la premiata sartoria di Spagna è regina del Mondo per la seconda volta: 1-0, nel 2010, all’Olanda; 1-0, nel 2026, all’Argentina. E sempre ai supplementari: al «Soccer City» di Johannesburg, Iniesta; al MetLife Stadium del New Jersey, Ferran Torres.

E’ stata una partitaccia alla quale Trump e Infantino, i due «Belìn-quenti» (alla genovese), hanno inflitto un intervallo da 27’20″, tipo Super Bowl. Senza offesa: li mortacci loro. Alla vigilia, non c’erano superlativi se non per Messi, 39 anni, e Yamal, 19. Una generazione di differenza. Ebbene sì: cornici, non quadri. La Pulce, all’ultimo tango, più testimone che protagonista; Lamine, bollicine sparse, ma non una che valesse un cin cin.

C’erano, in panca, due «Normal One» (e meno male): de la Fuente, Scaloni. Luis ha azzeccato i cambi (Nico Williams, sua la sponda aerea sul gol; Ferran Torres, suo il sinistro vindice); Lionel, no (Molina, che dormita; perché Nico Gonzalez subito e Lautaro mai?). La «Roja» ha dominato per 140 minuti meno cinque, gli ultimi, quando – in piena trance da braccino corto – Cubarsì l’ha salvata e Giuliano Simeone graziata.

Ha vinto il pensiero forte di una scuola, di un’idea. Talvolta avvicina il pensiero unico, cosa che mi manda in bestia, ma tutti sull’attenti. Campioni d’Europa e del Mondo, gli spagnoli. Qua e là sembrano toreri dalla stoccata morbida: questione di lame. Il «Dibu» Martinez ha parato solo agli sgoccioli (su Yamal, su Nico Williams). Oltre che i pezzi (Lisandro, Romero) Scaloni aveva perso Enzo Fernandez, al 90′ + 3′, espulso per doppio giallo. Può essere che gli straordinari ne avessero crivellato il serbatoio. Resta un catenaccione zavorrato dal 32% di possesso e dagli zero tiri in porta. Il risultato cancella le ombre sulla rete annullata al Nico iberico. Brutto, brutto epilogo. Ma che brave, le mie sartine.

Folies Didier

Roberto Beccantini19 July 2026

La finalina sta alla finalona come il lancio del riso allo scambio degli anelli, e sin qui non ci piove: ma Inghilterra-Francia 4-0, poi 0-3 quindi 2-1, per un globale e romanzesco 6-4, resterà nei secoli un’allegra scampagnata, un’amichevole di lusso. Povero Didier, al passo d’addio dopo 14 anni. Dai «Deschampselysées» di Mosca alla resa di Miami nonostante la rosa più ricca. Ciao podio. I moschettieri lo hanno tradito con le sartine. Tocca a Zizou.

Trama da carramba che sorpresa, difese da allibratori e alligatori in calore. Per un tempo, solo England: Rice, Konsa, due volte Bukayo Saka. E i vice campioni? Ho pensato a Oscar Wilde, a come rispose all’invadenza di una dama che sbavava perché venisse al suo party: «Desolato, Milady, non poter onorare vostro invito per impegno preso successivamente». Ecco: siamo lì.

Olise un fantasma, Cherki manco quello. Marcato da Theo, Bukayo Saka sembra Garrincha. Senza Bellingham e Kane, i leoncini. Affamati, dominanti. D’accordo, il 3° posto costituiva il miglior piazzamento dal titolo del 1966 e, dunque, non discuto gli stimoli. Discuto, se mai, il «concorso» degli avversari.

E così herr Tuchel, cui i tribunali della City non perdoneranno mai il catenaccione «argentino», passerà comunque alla storia come il ct dell’England più medagliato dopo sir Alf Ramsey.

Il secondo tempo è un’altra partita. La pancia piena di Rice, il cazziatone e i cambi di Didier generano una reazione da allons enfants: doppietta di Mbappé, in fuga a quota 10, acuto di Barcola, occasioni su occasioni (una di Olise, clamorosissima), sino al rigore di Malo Gusto su Spence, bel cavallone da rodeo, trasformato da Bukayo Saka (e tre!), al sussulto di Dembélé e al ricamo di Bellingham, sguinzagliato per tamponare l’emergenza.

Il dado era tratto. Che dado, però.