La fionda di David

Roberto Beccantini3 January 2026

O risultato, mio risultato. Se Cambiaso spalanca il campo a Banda che, in piena erezione, scherza Bremer e stecchisce Di Gregorio; se il Var ti dà un rigorino per mani-comio e lo affidi a David (e non a Locatelli, e non a Yildiz, che avrebbe dovuto essere più Franti e meno Garrone); se poi lo «Stanlio» canadese esala un peto – né cucchiaio né forchetta – che Falcone, l’mvp dello Stadium, mura di piede; e se, agli sgoccioli degli sgoccioli, «Ollio» Openda sciupa a porta vuota…

Se, se, se: hai voglia di riesumare il croccante incipit di Madama; convocare il palo di David (sic) e il palo di Yildiz – perché, scusate, il Pisa quanti ne aveva presi? – e invocare la clemenza della corte. Era il Lecce, con tutto il rispetto, non il Barça di Leo. In casa, per giunta. E allora, non c’è episodio che tenga. David e Openda mica li ha suggeriti il loggione.

L’ingresso di «anchetta» Zhegrova e il pari di McKennie, centravanti d’emergenza, avevano scolpito l’avvio della ripresa. C’era tutto il tempo. Come ce n’era stato in precedenza, ma i riflessi di Falcone, la mira sbirula e il catenaccione dei salentini avevano spinto la forza d’urto verso la frenesia, e la frenesia verso l’isteria pedatoria.

La dottoressa Jekyill si ritrova attorno troppi mister Hyde. Prendete Cambiaso. Con lui e il turco, sinistra al potere (più che a destra con il rientrante «portoghesino», non a caso sostituito). Ma resta un casinista di pregio o di miedo, a seconda di quello che l’istinto trama. A Lecce, la scorsa stagione, aveva propiziato il pari di Rebic con un’azione che nemmeno Lomu (sì, l’All Black). Recidivo, dunque.

Immagino l’ira funesta di Spallettone. Loca, però, non lo avrei tolto. Il bouquet di punte e puntine, Adzic compreso, è sfiorito nella ressa. Ma il destino non c’entra: c’entrano gli alluci.
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You’ll never walk alone

Roberto Beccantini31 December 2025

Buon anno a tutti i sogni.

Anatomia degli istanti

Roberto Beccantini28 December 2025

Gli episodi, questi «impostori». L’erroraccio di Djimsiti che spalanca l’area alla coppia Pio-Lautaro, triangolo e sinistro radente. Era il 66’. Lo sgorbio di Samardzic che, imbeccato da De Ketelaere, si mangia – di mancino, il suo piede – il più comodo dei pareggi. Era l’87’. E così, Atalanta-Inter 0-1.

Non può essere un caso se l’Inter non perde dalla Dea, con o senza Gasp, dal novembre 2018. E infatti non lo è, al di là dei dettagli. L’ordalia è stata vibrante, la squadra di Chivu l’ha dominata per un tempo e governata sino al 70’ o giù di lì.

Doppio play, Calhanoglu-Zielinski, Barella simil trequartista, Thuram e il capitano a scambiarsi, Dimarco ala, Bastoni e Bisseck in appoggio: difficile, per chi marca a uomo, orizzontarsi in tutto quel tourbillon. Palladino invocava da Scamacca e De Keteleare soccorsi che l’aggressività degli avversari, con Akanji in testa, riduceva al minimo.

Non fioccavano, le occasioni, ma insomma: Carnesecchi salvava su Thuram, sul Toro e, in avvio di ripresa, su Luis Henrique (meno timido). E Barella ciccava in proprio. A un certo punto, Chivu toglieva Thuram, calante, e sguinzagliava Pio Esposito. Un segno del destino. Djimsiti, Pio, Martinez: anatomia di un istante.

L’Atalanta aveva guadagnato zolle. E l’Inter, magari, stava calando. Il gol ha spaccato la notte; Samardzic – un panchinaro – avrebbe potuto raccoglierne e incollarne i cocci, invece no. Anatomia di un altro istante. Se escludiamo il Bologna di Riad, l’Inter non ha mai pareggiato. Un’anomalia che ne fotografa lo spirito e la tendenza. Cavalca gli eccessi, nell’architettura della manovra e nella danza dei momenti, prova ne siano i rovesci con Udinese e le Grandi (Juventus, Napoli e Milan in patria; Atletico e Liverpool in Champions). Potrà sbagliare, l’Inter, sgonfiarsi o non chiudere le pratiche, ma si rialza sempre.
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