Morsi e ri-morsi

Roberto Beccantini5 May 2026

Non che ne avesse bisogno, ma il 3-3 del City «a» Everton gli aveva permesso di parcheggiare i triboli della Premier per dedicarsi ai sogni di Champions. Non è tutto, non è poco. Arsenal in finale, dunque. Dopo vent’anni. Dopo il 2-1 del Barça a Parigi. L’1-1 del Metropolitano lasciava la sentenza in bilico: l’1-0 dell’Emirates non più.

Ha risolto, al tramonto del 45’, un’azione sviluppatasi attraverso Gyökeres, Trossard (gran lecca), Oblak (gran parata) e Bukayo Saka (tap-in a bruciare Ruggeri). Si sapeva che non sarebbe stata una sfilata. Il calcio è calcio, sempre. Per un tempo, Gunners e Materassai si sono guatati, graffiati, lasciandoci nel dubbio su chi fosse la preda e chi il predatore.

La rete ha stappato il richiamo della foresta. Pressing voraci, speroni roventi, morsi e ri-morsi, senza il Buck di Jack London a dominare, e domare, la scena. I cambi del Cholo – fuori Lookman, Alvarez, Griezmann, al passo d’addio: chapeau, petit diable – rientrano nella lucida follia di chi, al casinò, ha deciso di accettare «o la va o la spacca» come filosofia estrema. Le contromosse di Arteta, aspirante stregone, hanno aiutato la furiosa gestione della notte.

Scritto che Gyökeres e Sørloth si sono mangiati un gol a testa, il risultato premia la squadra che ha fatto la partita che voleva, mentre l’Atletico, non meno irriducibile, ne ha fatta una – soprattutto nella ripresa, costrettovi dalle esigenze – che non ha nelle corde.

Dalle «acque internazionali» in cui ci si è tuffati emergono episodi che, da noi, avrebbero scatenato fior di tonnare (Calafiori su Griezmann in area). Precedenza al tremendismo di Rice, ai rostri di Saliba, alla furia di Koke e M. Llorente.

Imbattuto, l’Arsenal attende l’avversario di Budapest: Bayern o Paris, domani. Il 4-5 del Parco è l’ululato di Buck. Occhio.

Inter, scudetto d’attacco

Roberto Beccantini3 May 2026

Con i gol di Marcus Thuram e Henrikh Mkhitaryan al Parma, e sulle note del nuovo inno della Serie A, «We will Rocchi you», l’Internazionale Football Club di Milano si è laureata regina d’Italia. E’ il ventunesimo scudetto, il terzo in sei stagioni. La firma in calce ai pruriti partenopei e al Novennio gobbo. Il «triplete» di allenatori – Antonio Conte, Simone Inzaghi, Cristian Chivu – conferma il fiuto di Beppe Marotta, il grande tessitore. All’epoca sabauda, bullizzato dagli «anti»; oggi, esecrato dagli ex. Sic transit coerenza mundi.

Nella mia griglia estiva, l’Inter figurava in prima fila con il Napoli (in pole, perché campione uscente), davanti al Milan e alla Juventus. Le perplessità più concrete gravavano sul «balzo» del tecnico – dalla placida Parma alla tentacolare metropoli – e sulla reazione al crollo primaverile, in campionato e in Champions, che il 5-0 del Paris aveva innalzato a sinistra metafora.

Invece no. A parte alcune omelie fin troppo «aziendaliste», il Reverendo romeno si è rivelato all’altezza. Se Simone tutto aveva perso per non essersi accontentato, Cristian ha vinto, in patria, per essersi accontentato. Poi, è chiaro, il tifoso sguazza tra i calendari «asimmetrici» (una stagione fa: 59 gare l’Inter, 41 il Napoli), gli infortuni (con l’accanimento terapeutico del «Feroce salentino» ad alimentare dibattiti), le moviole.

E’ un titolo che l’Inter ha strappato di puro attacco (miglior reparto: 82 reti); miglior cannoniere: Lautaro Martinez, 16); con il rilancio di Piotr Zielinski; con l’apporto di riserve cruciali (specialmente al fronte), da Ange-Yoan Bonny a Pio Esposito, scovato durante quel Mondiale americano sulla cui Infantile necessità avevo scritto peste e corna.

E’ curioso, ma fa parte delle piroette del pallone, che i neo-campioni abbiano sofferto le sfide con le pari grado o sedicenti tali (1-3 e 2-2 Napoli; 0-1 e 0-1 Milan; 3-4 e 3-2 Juventus),
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La solita «fatal» frittata

Roberto Beccantini3 May 2026

Poi arriva il campo, e i Var Sport si ritirano in buon ordine. Il Verona era già retrocesso. La Juventus giocava in casa. L’ipotesi di agganciare il Milan avrebbe dovuto gasarla. Morale: 1-1. E così la Champions, già complicata, diventa una lotteria.

E’ successo quello che era successo con il Lecce. Ritmi da saputelli, come se il risultato fosse un atto dovuto; una modica quantità di jella (traversa di Bremer al 26’, palo di Zhegrova al 93’); bombardamento (di cerbottane, spesso). Fino, naturalmente e ineluttabilmente, alla frittatona Bremer-Kalulu e alla zampata dello scozzese Bowie, non micidiale ma tale da sorprendere Di Gregorio.

C’era tutto un tempo, per rimediare. Ma Spalletti non gioca. Fa giocare. Solitamente abbastanza bene. Non stavolta. Perché Montipò si è superato su Conceiçao; perché gli manca un centravanti (uffa); perché la frenesia dei piedi ha cominciato a sostituirsi alla calma dei forti. L’ingresso di Vlahovic ha prodotto, se non altro, la punizione del pari. L’Hellas ha alzato leali e ruvide barricate: segnalo Edmundsson. In assenza delle «bombe» da fuori, ci sarebbe voluto il «machete» del miglior Yildiz per farsi largo in una selva così oscura, così fitta. Oppure il Boga di certe rime (non questo). Insomma: «il» (quasi) fatal Verona. Migliore in campo: Conceiçao. E, alla fine, troppo pseudo-punte.

** Sassuolo-Milan 2-0 (Berardi, Laurienté). Il Milan di Reggio, inguardabile già all’inizio, figuriamoci dopo la chicca di Berardi, al 5’, e il rosso (corretto) di Tomori, al 24’. Tiri in porta, zero. Occasioni, una (clamorosa): sciupata da Leao, sull’uno a zero. Il raddoppio di Laurienté, al 47’, fissa il confine tra l’allegria del Sassuolo di Grosso (da tenere d’occhio) e il Diavolo allegriano: feo y aburrido. Chiunque vada in campo: subito (Leao, Nkunku) o durante (Pulisic, Gimenez, Loftus-Cheek).