Evaristo, scusaci se insistiamo

Roberto Beccantini6 May 2026

In morte di Evaristo Beccalossi, bresciano di culla e dieci di vocazione, non si può non provare la malinconia che accompagna la dipartita di chi guardammo per il gioco e non soltanto attraverso la maglia. Anni Ottanta, anni in cui l’isola dei famosi era (ancora) Sant’Elena e i grandi fratelli erano i fratelli più anziani. L’Inter di Eugenio Bersellini, il sergente di ferro, l’Inter dello scudetto, del Beck, di Spillo Altobelli.

Si è divertito, ci ha divertito. Prima di tutto, ambi-destro e non esclusivamente mancino. La doppietta in un derby (dalla viva voce di Beppe Viola: «Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto»); i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava (da cui l’esilarante monologo di Paolo Rossi); lo «scimmione» che una tifosa inflisse a Enzo Bearzot, all’epifania del Mundial 1982, per non averlo convocato. Perché sì, ossimoro o no, zero presenze in Nazionale. Capito che tempi?

Brescia, Sampdoria, Monza, Barletta, Pordenone, Breno. Ma Inter, soprattutto: dal 1978 al 1984. La fantasia, nello sport, è merce ambigua: ha bisogno di pause (Alberto Cavallari, direttore del «Corriere della Sera», quando pensava in giardino, si faceva negare al telefono) per poter generare i lampi che adescano i superlativi della plebe. Eugenio gli copriva le spalle con Lele Oriali e/o Giampiero Marini. Loro «dovevano»; il Beck «poteva». I boccoli forestali, la lingua madre o matrigna in base ai tackles (e se erano di Beppe Furino, giù moccoli).

Più stilista che stiloso, era uno per il quale valeva la pena di «perdere» i testi, se non proprio la testa. Fu il dottor Divago della sua epoca. L’ultima volta, l’ho visto al cinema Anteo. Era il 26 marzo 2025: un cammeo, con Aldo Serena, in «L’ultima sfida», film di Antonio Silvestre. In un bar di provincia, si parlava di lui. E lui, non una parola, sorrideva sornione.

Aveva 69 anni. Dribblò, e dribblò sempre, e fortissimamente dribblò.

Morsi e ri-morsi

Roberto Beccantini5 May 2026

Non che ne avesse bisogno, ma il 3-3 del City «a» Everton gli aveva permesso di parcheggiare i triboli della Premier per dedicarsi ai sogni di Champions. Non è tutto, non è poco. Arsenal in finale, dunque. Dopo vent’anni. Dopo il 2-1 del Barça a Parigi. L’1-1 del Metropolitano lasciava la sentenza in bilico: l’1-0 dell’Emirates non più.

Ha risolto, al tramonto del 45’, un’azione sviluppatasi attraverso Gyökeres, Trossard (gran lecca), Oblak (gran parata) e Bukayo Saka (tap-in a bruciare Ruggeri). Si sapeva che non sarebbe stata una sfilata. Il calcio è calcio, sempre. Per un tempo, Gunners e Materassai si sono guatati, graffiati, lasciandoci nel dubbio su chi fosse la preda e chi il predatore.

La rete ha stappato il richiamo della foresta. Pressing voraci, speroni roventi, morsi e ri-morsi, senza il Buck di Jack London a dominare, e domare, la scena. I cambi del Cholo – fuori Lookman, Alvarez, Griezmann, al passo d’addio: chapeau, petit diable – rientrano nella lucida follia di chi, al casinò, ha deciso di accettare «o la va o la spacca» come filosofia estrema. Le contromosse di Arteta, aspirante stregone, hanno aiutato la furiosa gestione della notte.

Scritto che Gyökeres e Sørloth si sono mangiati un gol a testa, il risultato premia la squadra che ha fatto la partita che voleva, mentre l’Atletico, non meno irriducibile, ne ha fatta una – soprattutto nella ripresa, costrettovi dalle esigenze – che non ha nelle corde.

Dalle «acque internazionali» in cui ci si è tuffati emergono episodi che, da noi, avrebbero scatenato fior di tonnare (Calafiori su Griezmann in area). Precedenza al tremendismo di Rice, ai rostri di Saliba, alla furia di Koke e M. Llorente.

Imbattuto, l’Arsenal attende l’avversario di Budapest: Bayern o Paris, domani. Il 4-5 del Parco è l’ululato di Buck. Occhio.

Inter, scudetto d’attacco

Roberto Beccantini3 May 2026

Con i gol di Marcus Thuram e Henrikh Mkhitaryan al Parma, e sulle note del nuovo inno della Serie A, «We will Rocchi you», l’Internazionale Football Club di Milano si è laureata regina d’Italia. E’ il ventunesimo scudetto, il terzo in sei stagioni. La firma in calce ai pruriti partenopei e al Novennio gobbo. Il «triplete» di allenatori – Antonio Conte, Simone Inzaghi, Cristian Chivu – conferma il fiuto di Beppe Marotta, il grande tessitore. All’epoca sabauda, bullizzato dagli «anti»; oggi, esecrato dagli ex. Sic transit coerenza mundi.

Nella mia griglia estiva, l’Inter figurava in prima fila con il Napoli (in pole, perché campione uscente), davanti al Milan e alla Juventus. Le perplessità più concrete gravavano sul «balzo» del tecnico – dalla placida Parma alla tentacolare metropoli – e sulla reazione al crollo primaverile, in campionato e in Champions, che il 5-0 del Paris aveva innalzato a sinistra metafora.

Invece no. A parte alcune omelie fin troppo «aziendaliste», il Reverendo romeno si è rivelato all’altezza. Se Simone tutto aveva perso per non essersi accontentato, Cristian ha vinto, in patria, per essersi accontentato. Poi, è chiaro, il tifoso sguazza tra i calendari «asimmetrici» (una stagione fa: 59 gare l’Inter, 41 il Napoli), gli infortuni (con l’accanimento terapeutico del «Feroce salentino» ad alimentare dibattiti), le moviole.

E’ un titolo che l’Inter ha strappato di puro attacco (miglior reparto: 82 reti); miglior cannoniere: Lautaro Martinez, 16); con il rilancio di Piotr Zielinski; con l’apporto di riserve cruciali (specialmente al fronte), da Ange-Yoan Bonny a Pio Esposito, scovato durante quel Mondiale americano sulla cui Infantile necessità avevo scritto peste e corna.

E’ curioso, ma fa parte delle piroette del pallone, che i neo-campioni abbiano sofferto le sfide con le pari grado o sedicenti tali (1-3 e 2-2 Napoli; 0-1 e 0-1 Milan; 3-4 e 3-2 Juventus),
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