La Dama in grigio

Roberto Beccantini26 October 2025

Non facendo più paura, la Juventus la toglie a chi ne ha. La Lazio era decimata e, per questo, Sarri l’aveva «messa lì», sulla sponda del fiume. Aspettando un cadavere, uno qualsiasi. Tempo 9 minuti ed eccolo: sgorbio aereo di David, lecca di Basic, stinco di Gatti. Uno a zero. Da lì in poi, un polpettone indigesto che è diventato l’unico piatto nel menu del «rivoluzionario» Tudor. «Rivoluzionario» fin troppo: Perin al posto di Di Gregorio, il migliore del Bernabeu; Cambiaso esterno e McKennie interno, poi viceversa; Yildiz fuori e quindi dentro, ma sempre lassù, nella Siberia di sinistra. Koop all’inizio, Thuram alla fine. E in attacco: David-Vlahovic, Vlahovic-Openda. Con lo «stato minore» di Madama al algoritmare in tribuna.

Errori letali in uscita (di Locatelli, persino), alluci randagi, tiri rari come Gronchi rosa, uno scavetto di David, in capo all’unica azione decente della notte (Koop-Cambiaso), e una sgrullata di Thuram, prede laboriose di Provedel. Non credo che Igorone abbia perso lo spogliatoio. Peggio: ha perso quella bava di gioco che aveva trasmesso fino al 4-3 all’Inter. E qua e là recuperato addirittura con il Real.

Rimane la pena della striscia: 8 partite senza vittorie, 4 gare senza gol, 3 sconfitte di fila (Como, Real, Lazio). Della Lazio ho ammirato i dribbling di Isasken e l’anima di ferro, cruciale nel reggere il nevrotico e sterile possesso degli avversari. Sulla sfida – brutta, sporca e cattiva – ballano e mancano il secondo giallo a McKennie e un rigore da step on foot di Gila su Conceiçao, citofonare Bernardeschi al Franchi.

Guai, però, a trasformare gli episodi in benzina. La Juventus si è ficcata in un labirinto nel quale entrò proprio quando, nell’estate del 2020, licenziò «C’era Guevara». Mercoledì, l’Udinese: le ultime spiagge si stanno esaurendo.

Proto, ferma tutto: si ribatte

Roberto Beccantini25 October 2025

Selvaggia come un puledro imbizzarrito, Napoli-Inter 3-1 ci ha riportato alla febbre del sabato sera. Veniva, «Andonio», dal 2-6 di Eindhoven e lamentava troppi giocatori nuovi e troppi infortunati «vecchi». Chivu, lui, aveva preso a pallate l’Union St. Gilloise per 4-0, dopo – però – cinque minuti d’inferno.

Il risultato ha scosso classifica e moviole, dal Vesuvio a Lissone. Vero, molto fantasma il rigore di Mkhitaryan su Di Lorenzo, fischiato da Mariani a 8 secondi di distanza (su dritta dell’assistente?) e ratificato dal Var 4’20″ più tardi. Dal dischetto, De Bruyne folgora Sommer ma si tocca la coscia. Corre, la memoria, a un penalty di Vialli in un Roma-Juventus d’antan: caviglia k.o. per stress e mira randagia. Fuori, dunque: e dentro Olivera. Esce pure l’armeno, acciaccato ai flessori, sostituito da un pavido Zielinski.

Stava dominando, l’Inter. Paratona di Milinkovic-Savic su Lautaro, traversa di Bastoni, palo di Dumfries, occasioni assortite. Conte aveva battezzato Neres falso nueve. Confesso: lì per lì, un’idea un po’ stramba. Ma piano piano, sempre meno stramba. Anche perché, scritto con tutto il tatto possibile, l’uscita di De Bruyne ha riconsegnato ‘o Napule allo spirito e all’anima della Old guard e McTominay alla libertà smarrita: o comunque contesa. Insomma: dal 4-1-4-1 pro belga al 4-3-3 dello scudetto.

Non a caso, ecco il raddoppio di «Mcdomini», con una sassata delle sue, da centravanti d’una volta, in capo a un contropiede lanciato da Spinazzola. Pur non sembrando la belva schiumante del primo tempo, l’Inter rientrava in partita con un mani-comio di Goodmorning che Calhanoglu trasformava da par suo. Il Martello e il Toro si scambiavano berci assortiti, a conferma che il cielo non sempre è più blu; i corpo a corpo dei campioni tenevano
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Cuore caldo, piedi freddi

Roberto Beccantini22 October 2025

Gli allenatori, per carità. Nessun dubbio che Xabi Alonso valga più di Tudor, ma lasciate che vi ricordi i giocatori. Da una parte: Mbappé, Bellingham, Vinicius; dall’altra, chiunque vi venga in mente. Eppure, «solo» 1-0 per il Real. In un’altalena di belle parate (di Of Gregory, naturalmente, ma anche di Courtois), l’ha decisa il numero di un singolo. Vinicius. Fin lì ombra vagante. Mai fidarsi di certe ombre. Ne aveva quattro, attorno. Da malandro qual è, li ha disorientati e colpito il palo, fionda per il sasso di Bellingham.

Notte di Champions, sono sincero: temevo peggio. Difficile che lo zero assoluto (di gol) con Milan e Como potesse ribellarsi alla legge del Bernabeu, là dove si erano arrese persino le Juventus di Lippi e Capello. Figuriamoci. Poco prima dell’episodio chiave, Vlahovic (alzati e cammina) avrebbe vinto l’oro olimpico dei 100 metri, alla Usain Bolt, dopo un feroce spalla-a-spalla con Militao. Ma bisognava tirare e c’era un portiere. E allora, niente podio.

Poi, agli sgoccioli, mister Openda I suppose avrebbe potuto pareggiare. Invece no: sul tocco di David, palletta in bocca al primo blanco di passaggio. In questi casi si dice: a testa alta. Sarà. Sembrava, il Real, una balena sazia: con il Barça all’orizzonte, non ha mai forzato i ritmi. Per 15’, in avvio, solo Juventus e solo Courtois. Poi Madrid, di titic e titoc, Arda Guler più «libero» di Yildiz (porca vacca, Igor), Mbappé un po’ nove e un po’ undici, Brahim Diaz frizzante, Bellingham lesto nell’infilarsi in area; e la difesa, spolpata, in balia delle transizioni juventine.

Bloque bajo y contragolpe, Madama. Il menu della casa. A maggior ragione, nel salotto buono dei Migliori. Parlare di progressi rispetto al lago fa ridere: sarebbe bastato azzeccare una rimessa laterale. Morale sull’attacco: o le Folies Bergère con Inter e Borussia o i rosari di David e Openda. Un compromesso storico, no?