Fermo restando Immobile

Roberto Beccantini19 December 2025

Cominciamo dalla fine: i complimenti di Chivu a Italiano. Sarà dunque il Bologna a contendere, lunedì sera, la Supercoppa al Napoli. E’ stata una semifinale più ruggente di quella di giovedì, scortata dai tuffi di Ravaglia (su Luis Henrique, Dimarco, Lautaro) e di Martinez (giusto al 90’, su Fabbian). Al tie-break del dischetto – «lotteria» non va più di moda – si era arrivati attraverso lo splendido gol-lampo di Thuram (volée di destro, da palla borseggiata a Orsolini e lancio al bacio di Bastoni), l’ennesima mano-grafia di Bisseck, ormai sulla strada di De Ligt, e il penalty suggerito a Chiffi dal Var e trasformato dall’Orso.

Per un tempo, il popolo (scarso) di Riad ha gustato il pressing vorace e reattivo di Italiano, sempre lui nonostante il k.o. di Bernardeschi (clavicola), e le transizioni di Chivu, il cui turnover aveva preferito Bonny al Toro. Nella ripresa, decisamente più Inter: prima e dopo i cambi (non male, Diouf). Con un rigorino – di Heggem su Bonny – concesso frettolosamente dall’arbitro e poi cancellato previo processione allo schermo. Avrebbero potuto chiuderla comunque, i vice campioni.

Non sarà mica da «questi particolari» (dai rigori, cioè), canta De Gregori, che «si giudica un giocatore», ma insomma: Lautaro-gol, Ferguson-gol, Bastoni parato, Moro parato, Barella alto, Miranda alto, Bonny parato, Rowe gol, De Vrij gol, Immobile gol. Sì, proprio Ciro Immobile: 35 anni, lungodegente da mesi, capace di trasformare gli spiccioli raccolti in undici metri di redenzione. Il destino pretende, il destino tende.

Per quanto amaro, è il primo pari stagionale dell’Inter. Contro i rossoblù ringhia sempre ma soffre spesso. Non può essere un caso, al netto degli episodi.

Lo scudetto del Napoli sfida la Coppa Italia del Bologna: lo «ius soli» sotto braccio allo «ius bacheche». In campionato, al Dall’Ara, Conte venne travolto: 0-2. Fece punto e andò a capo. E tornò capo.

La (ri)prova del «nove»

Roberto Beccantini18 December 2025

Puoi spostarlo dovunque, il calcio, ma anche nell’Arabia dello sportswashing vince il centravanti. Non è una legge: è una tendenza. Il Percussionista l’aveva, il Feticista no. Napoli due Milan zero di Supercoppa ruota attorno alle ante e alle zanne di Højlund: il cross rasoterra per il gol di Neres; il diagonale del raddoppio. In entrambi i casi, il danesone si mangia De Winter (uno squalo contro una sardina); in entrambi i casi, Maignan torna sulla terra e pasticcia, confuso. Una sola paratona, stavolta: su Rasmus, fra le due pere.

Sino al 39’, per la cronaca, era stata una partita da tirare a campare – sempre meglio, secondo il divo Giulio, che «tirare le cuoia» – con il Milan più vicino al gol: Loftus-Cheek (soprattutto lui, murato da Milinkovic-Savic) Rabiot, Saelemaekers, Nkunku. Il quale Nkunku – a differenza del «nove» avversario – vagava per le zolle senza garantire pericolosità o profondità. Un Ufo innocente. Un calco rugoso di Gimenez.

Già orfano di Leao – mina che può esplodere sull’obiettivo, ma pure in mano – il Feticista aveva rinunciato a Modric e Bartesaghi, oltre all’acciaccato Gabbia (che, visto De Winter, uhm) Il Percussionista no: avanti popolo. Le sette sconfitte lontano dal Maradona gli bruciavano. Il sipario è calato sul timbro di Højlund, al 64’.

Se per lunghi tratti era stato complicato distinguere le tracce filosofiche dei docenti – in quell’orgia di ritmi bassi, errori tecnici, banalità assortite – dopo il bis è stato facilissimo. I campioni, gestione placida degli spigoli. Gli sfidanti, nonostante l’ingresso di Modric al posto di Jashari (titolare d’emergenza, da sei), torello frigido e nessun tiro. Unici brividi, chiamiamoli così, il bisticcio tra McTominay e Tomori e uno sgorbio balistico dello scozzese.

Domani sera, Bologna-Inter. Arsenico e vecchi dispetti.

Felpa & Cabal

Roberto Beccantini14 December 2025

Sullo sfondo della guerra tra Felpa e Bitcoin (vengo anch’io? No, tu no. Ma perché? Perché no), la Juventus si è tolta lo sfizio di battere il Bologna: 1-0 al Dall’Ara, testa di Cabal, sostituto di Cambiaso, su cross di Yildiz, il migliore con Kelly e Di Gregorio. Intuizione del «Luscianone», si dice in caso di vittoria. E in caso di sconfitta?

E’ stata un’ordalia di timbro inglese, croccante nel primo tempo, un po’ meno nel secondo, con le parate di Of Gregory e la traversa di Zortea, ma anche con la Gobba vicina al gol se solo non avesse sciupato l’ultimo passaggio. Se «Stanlio» David resta un problema, «Ollio» Openda è stato, a suo modo, la soluzione: entrato con il piglio del «non sono così scarso come sembra», ha procurato il rosso di Heggem (68’) e, dal momento che non stiamo parlando di Haaland, ha sprecato il raddoppio negli sgoccioli del recupero: bravo Ravaglia, vago lui. Aperta parentesi: il «nove», fra Dallinga e Castro, è mancato persino al Bologna.

Madama ha sofferto, ha rischiato (Koop dalle parti di Orsolini, mamma mia), ma ha meritato. Sempre sul pezzo, uomo su uomo, più padrona che schiava a centrocampo, proprio là dove il pressing degli avversari di solito spazza via fanti e trincee. Thuram e Locatelli hanno oscurato Moro e Ferguson (quantum mutatus ab illo). La Vecchia aveva giocato mercoledì, il Bologna giovedì: di Italiano non ho capito la rinuncia a Bernardeschi, l’hombre di Vigo.

Se a Napoli era stato l’Abate a sbagliare formazione, e con il Pafos i giocatori a ciccare l’impatto, questa volta allenatore e squadra hanno dato il massimo. Vero, il Bologna in casa aveva già perso con la Cremonese di Vardy, ma per Madama erano giorni complicati. Ha avuto il coraggio di spingere oltre – come Lucumi, David – i suoi limiti.
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